Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1115 del 15/11/2012


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 1115 Anno 2013
Presidente: GRASSI ALDO
Relatore: DEMARCHI ALBENGO PAOLO GIOVANNI

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
1) PASSARELLO VINCENZO N. IL 15/01/1960
avverso la sentenza n. 2293/2008 CORTE APPELLO di ROMA, del
13/04/2011
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 15/11/2012 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. PAOLO GIOVANNI DEMARCHI ALBENGO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per

Udito, per la parte civile, l’Avv
Uditi difensor Avv.

Data Udienza: 15/11/2012

-

Il Procuratore generale della Corte di cassazione, dr. Carmine Stabile,
ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1.

Il tribunale di Latina ha dichiarato Passarello Vincenzo responsabile

– quale amministratore di fatto – del reato di bancarotta fraudolenta
patrimoniale e documentale, contestato al capo A della rubrica, in

dell’08/06/2000; concesse le attenuanti generiche equivalenti alla
aggravante contestata, lo ha condannato alla pena di anni tre e mesi sei
di reclusione. La corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza di
primo grado.
2.

Passarello Vincenzo propone ricorso per cassazione per i seguenti

motivi:
a.

violazione dell’articolo 161 del codice di procedura penale e
conseguente nullità di tutti gli atti posti in essere
successivamente; lamenta il ricorrente che entrambi i giudici
di merito abbiano erroneamente ritenuto sussistente una
elezione di domicilio presso lo studio del difensore avvocato
Basile, in realtà mai effettuata.

b.

Violazione degli articoli 192 cod. proc. pen., 216, comma uno,
numero uno e due, 219, comma due, numero uno, della legge
fallimentare, nonché manifesta illogicità e contraddittorietà
della motivazione. Secondo il ricorrente mancano del tutto
elementi di prova a suo carico, non essendo stati rinvenuti in
capo allo stesso, e tantomeno all’interno della sua abitazione,
né documentazione né beni risalenti alla società fallita. Del
tutto apodittico sarebbe il riferimento al rinvenimento presso
l’abitazione della convivente del Passarello di un’autovettura
di proprietà della società fallita, non essendovi prova del
rapporto di convivenza. Si contesta, infine, la violazione
dell’articolo 216 della legge fallimentare, in quanto non si
riscontrano gli elementi oggettivi e soggettivi del reato di
bancarotta fraudolenta.

CONSIDERATO IN DIRITTO

relazione al fallimento della società GID S.r.l., dichiarato con sentenza

1. Entrambi i motivi di ricorso sono inammissibili: sulla dedotta nullità
processuale c’è una motivazione specifica ed analitica alla pagina otto
della sentenza, che indica in modo preciso la collocazione dell’elezione di
domicilio nel fascicolo del pubblico ministero, nonché la data e l’autorità
che ha proceduto alla sua stesura. A fronte di una indicazione così
specifica, il ricorso dell’imputato si manifesta affetto da genericità,
riproponendo senza sostanziali elementi di novità le stesse censure già

2. Anche il secondo motivo di ricorso è inammissibile per la sua
genericità ed altresì in quanto manifestamente infondato; si rammenta
che il Passarello è stato ritenuto amministratore di fatto della società,
per cui incombeva su di lui l’obbligo di tenuta e conservazione sia dei
libri che dei beni sociali. Sul punto, in ogni caso, vi è motivazione
adeguata alle pagine 9 e 10 della sentenza, nonché alle pagine due e sei,
che richiamano la compiuta motivazione di primo grado. In merito alla
rapporto di convivenza con la Deacanu, vi è motivazione adeguata alla
pagina 10, che richiama una fonte di prova testimoniale più che
sufficiente a ritenere tale elemento oggetto di accertamento
dibattimentale. La doglianza relativa alla insussistenza degli elementi
oggettivi e soggettivi del reato di bancarotta è inammissibile per assoluta
genericità ed è comunque manifestamente infondata, avendo trovato un
riscontro motivazionale alle pagine 10 e 11 della sentenza di appello ed
altresì nella sentenza di primo grado (richiamata alle pagine quattro e
cinque della sentenza impugnata).
3. Consegue a quanto esposto che il ricorso deve essere dichiarato
inammissibile, con le conseguenti statuizioni in punto spese ed
ammenda.

p.q.m.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al
pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000 a favore
della cassa delle ammende.
Così deciso il 15/11/2012

puntualmente disattese dalla corte.

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