Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1082 del 12/11/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 1082 Anno 2016
Presidente: ROTUNDO VINCENZO
Relatore: RICCIARELLI MASSIMO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
CAPEZZERA MICHELE (OBBL. DIMORA) N. IL 15/04/1967
avverso l’ordinanza n. 135/2015 TRIB. LIBERTA’ di POTENZA, del
28/07/2015
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. MASSIMO
RICCIARELLI;
1.tte/sentite le conclusioni del PG Dott. POOL 0 COVU àtíé- L_L i
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Uditi difensor Avv.;

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Data Udienza: 12/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 15 luglio 2015 il Tribunale di Matera su richiesta del
P.M. applicava la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di
Capezzera Michele e di altri soggetti, in pari data riconosciuti colpevoli di varie
imputazioni in materia di narcotraffico, riferite a fatti risalenti al periodo tra il
2003 e il 2005.
Il Capezzera in particolare veniva condannato alla pena di anni nove mesi

spaccio di stupefacenti (la cautela è riferita in particolare a 25 imputazioni), ma
assolto dall’imputazione di partecipazione ad associazione per delinquere.

2. In sede di riesame il Tribunale di Potenza con ordinanza del 28 luglio
2015 sostituiva nei confronti del Capezzera la misura custodiale con quella
dell’obbligo di dimora con prescrizioni aggiuntive e dell’obbligo di presentazione
alla RG.
Il Tribunale, premessa l’utilizzabilità dell’informativa del Comando Stazione
dei Carabinieri di Irsina del 10 maggio 2015, rilevava nondimeno la genericità
dei dati in essa riportati, privi di riscontro e senza indicazioni sullo sviluppo
successivo degli episodi menzionati.
Individuata inoltre la ratio sottesa alla previsione dell’art. 275 comma 1-bis
cod. proc. pen., ravvisata nell’ampliamento dei margini di applicabilità delle
misure cautelari in termini di apprezzamento della sussistenza delle esigenze
cautelari e dei criteri di scelta delle misure e nell’esigenza di non ritardare a un
tempo successivo alla pronuncia di condanna l’applicazione di dette misure, il
Tribunale rilevava che il Giudice deve comunque esprimersi con riferimento al
caso concreto in ordine ai presupposti e all’adeguatezza delle misure cautelari.
In particolare valutava le risultanze del certificato dei carichi pendenti,
quelle del casellario giudiziario e quelle della citata informativa dei Carabinieri di
Irsina e prendeva atto delle deduzioni difensive in ordine al fatto che era
trascorso un lungo lasso di tempo dagli episodi oggetto di condanna e che il
Capezzera aveva cambiato stile di vita, trovando stabile lavoro e formandosi una
famiglia.
Il Tribunale escludeva radicalmente il pericolo di fuga.
Quanto al pericolo di reiterazione segnalava che dalla vicenda sottostante
erano desumibili i quantitativi di stupefacente trattati e le rotte di
approvvigionamento e il numero degli episodi e il prolungato lasso di tempo
dell’attività illecita.
Di qui il giudizio sulla professionalità e non occasionalità di detta attività.

due e giorni quindici di reclusione e multa per numerosi episodi di detenzione e

Ma dalla documentazione sopra menzionata poteva desumersi che il
Capezzera aveva continuato a porre in essere condotte illecite in materia di
stupefacenti anche in epoca successiva, risultando plurime condanne o rinvii a
giudizio per fatti commessi nel 2007, 2008 e 2010.
In concreto, evidenziandosi anche l’applicabilità dell’indulto di cui alla L 241
del 2006, veniva peraltro ritenuta adeguata la misura cautelare meno afflittiva
sopra indicata, in riforma dell’ordinanza impugnata.

Deduceva violazione di legge in ordine al giudizio riguardante la sussistenza
delle esigenze cautelari e mancanza di motivazione.
In particolare rilevava che il Tribunale aveva errato nel valutare il parametro
dell’attualità delle esigenze cautelari a fronte di uno iato temporale tra fatto e
instaurazione della cautela.
Nell’argomentare la sussistenza di un pericolo concreto ed attuale di
reiterazione di condotte della stessa specie, non erano state indicate le modalità
e circostanze da cui fosse desumibile un’attitudine spiccata del Capezzera alla
commissione di nuovi reati, essendo stata omessa qualunque valutazione del
profilo soggettivo e non essendosi spiegato come dai fatti e da remoti precedenti
potessero trarsi elementi di giudizio sulla condotta di vita del prevenuto al tempo
di adozione del provvedimento cautelare.
Contraddittoriamente era stata rilevata la genericità dei dati emergenti
dall’informativa del 10 maggio 2015 e poi si era ancorato il giudizio sul pericolo
di recidiva proprio a quell’informativa.
Peraltro non era dato rinvenire alcunché a partire dall’aprile 2010, data in
cui era intervenuto l’ultimo rinvio a giudizio.
Richiamandosi le osservazioni formulate con memoria difensiva depositata in
sede di riesame, si contestava il contenuto dell’informativa del 10 maggio 2015 e
si segnalava che nulla emerso con riferimento all’ultimo quinquennio, non
risultando processi per fatti di droga commessi nel novembre 2009 o nell’ottobre
2010 e per fatti di ricettazione del 2013.
D’altro canto era stato dimostrato che il Capezzera disponeva di risorse
lecite per il suo sostentamento rivenienti anche da attività lavorativa e che
comunque dirimente sarebbe dovuta considerarsi la risalenza temporale degli
episodi oggetto di contestazione, tale da precludere il giudizio di attualità delle
esigenze cautelari.

CONSIDERATO IN DIRITTO

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3. Presentava ricorso il difensore del Capezzera.

1. I temi prospettati nel ricorso sono essenzialmente tre: 1) la valutazione
dell’attualità delle esigenze cautelari; 2) la contraddittorietà del provvedimento
con riguardo alla valutazione dell’informativa del 10/5/2015 dei Carabinieri di
Irsina; 3) la valutazione del comportamento del Capezzera negli ultimi cinque
anni.

2. I tre temi sono in realtà legati tra loro nella prospettiva dell’individuazione
del vizio fondamentale, costituito dall’erronea individuazione di esigenze

Sul punto deve in primo luogo considerarsi che per effetto delle modifiche
introdotte dalla legge 47 del 2015 l’art. 274, comma 1, lett. b) e lett. c), cod.
proc. pen,. prevede che i pericula devono essere concreti e attuali: peraltro l’art.
292, comma 2, lett. c), cod. proc. pen. già imponeva di tener conto del tempo
trascorso dai fatti.
Orbene, la valutazione dell’attualità discende dal complesso di quegli
elementi su cui deve basarsi in generale l’individuazione delle esigenze cautelari
che danno fondamento alla misura cautelare applicata.
Pertanto occorre far riferimento, con riguardo al pericolo di reiterazione, che
è stato in concreto ravvisato dal Tribunale, alle specifiche modalità e circostanze
del fatto e alla personalità dell’imputato, desunta da comportamenti o atti
concreti o dai suoi precedenti penali.
Ciò significa che la distanza temporale dai fatti costituisce un indice che
concorre alla formulazione di quella valutazione, nel senso che può cancellare o
affievolire la valenza degli altri dati, i quali tuttavia possono assumere rilievo
anche se riferiti a reati commessi in epoca non recente.
In particolare, a fronte di numerose condotte reiterate per un lungo lasso di
tempo, ben può formularsi una valutazione sfavorevole in ordine all’attitudine di
un soggetto a commettere reati, in quanto possa desumersi un consolidato
decadimento dei freni inibitori, tale da propiziare la ricaduta nel crimine al
manifestarsi di condizioni propizie.
Tale giudizio personologico risulta tanto più concreto e attendibile in quanto
risulti la commissione di ulteriori reati in epoca successiva.
L’originario consolidato decadimento dei freni inibitori in questo caso tanto
più trova conferma in quegli ulteriori reati, così da fondare un giudizio
prognostico sfavorevole, ampiamente supportato dal dato personologico di
partenza.
A fronte di una situazione di tal genere, in tanto può escludersi la
sussistenza di esigenze cautelari in quanto siano dedotti specifici elementi idonei
a comprovare un’effettiva risocializzazione, propiziata da una complessiva
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cautelari nell’attualità.

rivisitazione della condotta di vita anteatta, tale da ripristinare stabilmente una
piena capacità di resistenza agli stimoli antisociali.
D’altro canto tale valutazione deve essere mirata non solo alla concreta
individuazione delle esigenze cautelari ma anche alla scelta della misura
cautelare più adeguata, in rapporto all’effettiva necessità di prevenzione del
rischio, che potrebbe risultare attenuato proprio dal decorso di un congruo lasso
di tempo dalle ultime manifestazioni illecite.
La previsione contenuta nell’art. 275, comma 1 bis, cod. proc. pen., impone

e degli elementi sopravvenuti dai quali possa emergere che risulta taluna delle
esigenze di cui all’art. 274, comma 1, lett. b) e c), cod. proc. pen., ma nella
sostanza non incide sullo sviluppo del tema dell’attualità, salvo indicare il rilievo
dell’elemento costituito dalla sentenza di condanna e dagli elementi
sopravvenuti.

3. Così inquadrate le questioni, il ricorso risulta infondato.
3.1. Il Tribunale ha invero tenuto conto della natura e della reiterazione dei
fatti, in particolare valorizzando il lungo lasso di tempo nel quale si è svolta
l’attività criminale, rappresentativa di un determinato

modus agendi e della

disponibilità di una rete di contatti nell’ambito di traffici illeciti.
Ha inoltre segnalato che tali elementi inducevano a qualificare in termini di
professionalità l’agire illecito del ricorrente, come di altri soggetti che si
trovavano nella medesima situazione.
In tal modo, secondo il Tribunale, veniva in evidenza un concreto pericolo di
reiterazione delle condotte.
Tale pericolo è stato valutato anche con riguardo a reati commessi e
condotte tenute in epoca successiva.
In proposito, al di là dell’iniziale riferimento alla genericità dell’informativa
del 10/5/2015, il Tribunale ha in concreto tenuto conto di dati certi, emergenti
dal certificato del casellario e dei carichi pendenti, nonché della documentazione
prodotta dalla difesa.
In particolare ha valorizzato una condanna per reati in materia di armi,
minacce e danneggiamento per fatti del 2007 e 2008, una sentenza di
patteggiamento per condotte rilevanti ai sensi dell’art. 73 d.P.R. 309 del 1990
commesse nel 2007, un rinvio a giudizio per fatti in materia di stupefacenti del
2010, una condanna del 2008 per reati di detenzione e stupefacenti e in materia
di armi risalenti al 2008, con riconoscimento della recidiva reiterata.
Il Tribunale ha inoltre segnalato come la stessa sentenza di assoluzione
pronunciata dal Tribunale di Bari il 10/6/2010 per fatti commessi il 12/4/2010

di tener specificamente conto dell’esito del procedimento, delle modalità del fatto

rivelasse ancora un coinvolgimento in fatti riguardanti la materia degli
stupefacenti (con il Capezzera che aveva ingoiato qualcosa che custodiva in
mano e che era risultato contenere sostanza avente colore e sapore dell’eroina
ma natura diversa).
A fronte di ciò il Tribunale ha dato atto anche (pag. 7 del provvedimento)
degli argomenti difensivi, incentrati sull’assenza di reati negli ultimi anni, sul
fatto che il Capezzera aveva trovato un lavoro e si era formato una famiglia,
mutando stile di vita.

pericolo ravvisato, la misura gradata degli obblighi di dimora e di presentazione.
Si tratta di un percorso logico e conseguente, nel quale sono confluiti da un
lato la valutazione di tipo personologico, correlata ad un coinvolgimento in traffici
illeciti denotante assuefazione a quel genere di reati, e dall’altro la specificità
della posizione del Capezzera nell’attualità, tale da imporre il ricorso a misure di
contenimento ben più blande della custodia in carcere, nel presupposto della
sufficienza di quel tipo di controllo.
3.2. Nel ricorso non vengono dedotti elementi idonei a disarticolare questo
percorso logico, che non siano stati già debitamente valutati, riproponendosi il
tema del comportamento tenuto negli ultimi cinque anni, la disponibilità di
risorse lecite e sufficienti al sostentamento, la risalenza nel tempo dei reati per
cui è stata pronunciata condanna.
In particolare non può dirsi che il solo fatto della risalenza assuma decisivo
rilievo, a fronte del dato personologico posto in luce, non contrastato in modo
decisivo dalla disponibilità di un reddito lecito, anche perché nello stesso ricorso
si pone in luce che anche in precedenza il Capezzera non aveva mai avuto la
necessità di delinquere per assicurare il sostentamento alla propria famiglia, il
che nel contempo attesta che tale elemento non aveva dissuaso il ricorrente dal
delinquere.
In tale quadro la valutazione operata dal Tribunale costituisce una sintesi
razionale e immune da vizi logici della situazione rappresentata, risultando in tal
modo giustificata l’applicazione di una misura meno contenitiva di quella
custodiale, corrispondente a quella individuata proprio dal Tribunale.

4. Al rigetto segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali.

P. Q. M.

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In tale quadro il Tribunale ha reputato bastevole in relazione al concreto

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma, il 12/11/2015

Il Presidente

Il Consigliere estensore

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