Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9961 del 27/04/2010

Cassazione civile sez. un., 27/04/2010, (ud. 09/03/2010, dep. 27/04/2010), n.9961

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Primo Presidente –

Dott. PREDEN Roberto – Presiedente di Sezione –

Dott. FELICETTI Francesco – Consigliere –

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

Dott. SPAGNA MUSSO Bruno – Consigliere –

Dott. TIRELLI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

G.M.R. ((OMISSIS)), elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA CATONE 3, presso lo studio dell’avvocato

CIMEI PAOLA, che la rappresenta e difende, per delega in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI

CASSAZIONE;

– intimati –

avverso l’ordinanza n. 116/2009 del CONSIGLIO SUPERIORE DELLA

MAGISTRATURA, depositata il 29/09/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/03/2010 dal Consigliere Dott. SALVATORE SALVAGO;

udito l’Avvocato Paola CIMEI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARESTIA Antonietta, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura con provvedimento del 29 settembre 2009 ha disposto la sospensione cautelare facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio nonchè il collocamento fuori dal ruolo organico della magistratura della Dott. G.M.R., in servizio presso il Tribunale di Milano, imputata dalla Procura della Repubblica di Brescia di numerosi abusi commessi nell’esercizio della qualità di giudice delegato presso la Sezione fallimentare del Tribunale di Milano,per i quali il GIP presso il Tribunale di Brescia le aveva applicato la misura cautelare della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio di magistrato.

L’ordinanza ha ritenuto che sussisteva il fumus dell’illecito disciplinare previsto dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, sub d, per avere la G. conferito all’avv. G.B. con cui aveva intrattenuto una relazione sentimentale, numerosi incarichi nell’ambito di procedure fallimentari; e poi ottenuto tramite l’interferenza di costui, che la sorella B.M. acconsentisse a ricevere per diversi mesi dal magistrato denaro contante ed a cambiarlo in assegni intestati alla sorella di quest’ultimo ed a lui consegnati. E che sussisteva altresì il periculum in mora, trattandosi di vicenda relativa a condotte strettamente connesse alle funzioni giurisdizionali ed in grado di incidere sul corretto espletamento delle medesime: perciò incompatibili con il loro ulteriore esercizio.

Per la cassazione della sentenza la Dott. G. ha proposto ricorso per 4 motivi. Il Ministero della Giustizia non ha spiegato difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, la Dott. G., deducendo violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22, artt. 192 e 606 cod. proc. pen., nonchè mancanza ed illogicità della motivazione, censura il provvedimento impugnato per aver recepito due diverse ricostruzioni dei fatti di causa in palese contrasto l’una con l’altra,perciò non avvedendosi che le stesse invece si escludevano,in quanto: a) secondo la versione dell’informatrice G.M. essa ricorrente all’inizio dell’anno 2008 si era recata da lei versandole ogni mese la somma di Euro 10.000 in contanti per un totale di Euro 70.000, ricevendo in cambio assegni di pari importo;mentre dai titoli emessi dalla G. era risultato che gli stessi erano 9 da 10.000 Euro ciascuno, per un totale di Euro 90.000; b) la G. aveva riferito che tale operazione era iniziata per intercessione e volontà del fratello, avv. G.B., con cui la ricorrente aveva avuto una relazione laddove tale circostanza era smentita dal verbale di informazioni rese dalla G. al Dott. L.C. e F. ove non vi era cenno dell’intervento del legale e congiunto.

Con il secondo motivo insiste sull’illogicità e contraddittorietà delle due versioni, fondata la prima sui 7 assegni da 10.000 Euro per un prestito totale di Euro 70.000 e la seconda su dati numerici del tutto diversi, peraltro senza alcun ruolo dell’avv. G. nella vicenda;idonee ad inficiare in radice la motivazione del provvedimento impugnato. Con il terzo, deducendo violazione anche del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 21 e art. 2729 cod. civ., censura l’ordinanza impugnata per non aver considerato che anche ad ipotizzare l’avvenuto intervento del legale suddetto,mancava la prova di un qualsivoglia collegamento tra gli incarichi giudiziari a quest’ultimo conferiti fino all’anno 2007, ed il preteso favore richiestogli successivamente, allorquando il conferimento era cessato. Con il quarto, deducendo violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, lett. d), si duole che la Sezione disciplinare abbia trascurato che l’illecito individuato dalla norma si fonda su condotte abituali e gravi; laddove l’indebita pressione dell’avv. G. alla sorella aveva avuto carattere unitario, così come unica era stata la vicenda intercorsa con la sorella che si era concretata in diverse operazioni, e che non era stata seguita da alcuna “controprestazione” di essa ricorrente al legale:

così smentendosi anche la ritenuta gravità della condotta addebitatale. Il ricorso è infondato.

Secondo il consolidato orientamento delle Sezioni Unite in ordine all’applicabilità del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 22: a) la norma prevede l’adottabilità della misura cautelare della sospensione dalle funzioni e dallo stipendio, con collocamento fuori dal ruolo organico della magistratura, anche prima dell’inizio del procedimento disciplinare, nei confronti del magistrato sottoposto a procedimento penale per delitto non colposo punibile, anche in via alternativa, con pena detentiva, o quando al medesimo possono essere ascritti fatti rilevanti sotto il profilo disciplinare incompatibili per la loro gravità con l’esercizio delle funzioni; b) in tal caso la Sezione deve valutare, non solo la gravità dell’accusa penale, ma anche (nel limite di una delibazione allo stato degli atti) la consistenza e la serietà dei fatti posti a base della medesima, senza interferenza nel merito del giudizio penale e nell’esclusiva ottica del procedimento disciplinare; c) d’altra parte, l’adozione della misura cautelare, non concretando l’irrogazione di una sanzione disciplinare, non richiede un completo accertamento in ordine alla sussistenza degli addebiti (riservato al giudizio di merito sull’illecito disciplinare), ma presuppone esclusivamente una valutazione della rilevanza dei fatti contestati, astrattamente considerati, e la delibazione della possibile sussistenza degli stessi; mentre per quanto attiene all’apprezzamento della loro gravità, si tratta, ovviamente, di valutazione non direttamente sindacabile in sede di legittimità, al pari della qualificazione della condotta come fattispecie d’illecito disciplinare (Cass. sez. un. 11284/1994, 12949/1995, 13602/2004; 28046/2008; 17904/2009).

Al lume di detti principi non appare censurabile la decisione impugnata che ha ritenuto sussistente il fumus quanto meno dell’illecito disciplinare previsto dal D.Lgs. n. 109, art. 2, lett. d, che tale considera i comportamenti gravemente scorretti (in alternativa a quelli abitualmente scorretti) del magistrato nei confronti dei collaboratori,ricavandolo dalle stesse ammissioni della ricorrente nonchè dal verbale di s.i.t. rese da G.M., prodotto dall’incolpata, da cui risulta: 1) che la Dott. G. aveva intrattenuto una lunga relazione sentimentale con l’avv. G.B. a partire dall’anno 1991; b) che, ciò malgrado, gli aveva conferito numerosi incarichi professionali e consulenze nell’ambito di rilevanti procedimenti concorsuali (oltre 60 per un valore nominale di Euro 1.156.218 secondo l’incolpazione, e secondo la ricorrente 20 a partire dal 2001 di cui 4 concentrati nell’anno 2007), c) che il magistrato nello stesso anno 2007 si era per converso avvalso dell’aiuto del professionista affinchè la di lui sorella rendesse possibili numerosi movimenti di ingenti somme di denaro dalla Dott. G. acquisite in violazione di legge.

La particolare gravità di questo quadro probatorio, giustamente ritenuto dalla Sezione disciplinare “sintomatico di uno spregiudicato modo di intendere il proprio ruolo” da parte del magistrato, non può essere sminuito dalle dichiarazioni rese dalla stessa G. a due altri magistrati in merito all’anomala operazione finanziaria in questione nelle quali non si faceva cenno dell’intervento del fratello: anzitutto perchè la Dott. G. non le ha trascritte nel ricorso sicchè non è possibile stabilire quale sia stato il reale oggetto di ciascun colloquio, nè in particolare quali domande siano state rivolte in quelle circostanze, alla G.; e soprattutto perchè l’incolpata, avendo ammesso l’illecito movimento del denaro, neppure in questa sede di legittimità ha spiegato le ragioni per le quali quest’ultima, in mancanza della richiesta del fratello, dalla ricorrente definito “maturo ed esperto avvocato”, avesse acconsentito a partecipare ad un’operazione che rischiava di coinvolgerla in gravissime imputazioni di riciclaggio di denaro illecito: senza neppure la prospettiva di un qualsiasi apprezzabile vantaggio per sè e/o per il congiunto. Così come di nessun rilievo appare l’assunto difensivo rivolto a denunciare asserite imprecisioni della G. in ordine alle somme complessive ricevute in contanti dalla Dott. G. (70.000 o 90.000 o 100.000) ed al numero degli assegni rilasciati in cambio, una volta che è del tutto pacifico che fosse stata costei a richiedere ed ottenere tale illecita movimentazione di denaro qualificata dal GIP presso il Tribunale di Brescia nel conseguente procedimento a carico della ricorrente “palese operazione di riciclaggio di proventi illeciti”; e che è rimasto accertato che l’operazione fu possibile soltanto per l’interferenza del professionista destinatario dei numerosi incarichi giudiziari nonchè della liquidazione degli onorari di cui si è detto, da parte dell’incolpata. Alla quale costui – non importa se su richiesta dell’interessata, ovvero in conseguenza di una propria proposta di aiuto – rendeva dunque l’opportuna “controprestazione” per i privilegi ricevuti e poneva nel contempo le premesse per il conseguimento di ulteriori incarichi:perciò a nulla rilevando che sussistesse o meno corrispondenza temporale e/o contestualità tra l’una e gli altri.

Ha puntualmente osservato la decisione impugnata al riguardo che ciò che conta è che quanto più importante era il favore ottenuto da ciascuno dei due protagonisti della vicenda, tanto maggiore era l’aspettativa di un’adeguata controprestazione da parte dell’altro: e quindi, da un lato la scorrettezza del comportamento tenuto dalla Dott. G. nei confronti degli altri professionisti, nonchè delle parti interessate alle relative procedure. E dall’altro “la compromissione del ruolo e dell’immagine del magistrato”.

Conclusivamente, risulta congrua anche la motivazione adottata nella specie, sulla gravità dei fatti che anche a prescindere dal merito delle accuse formulate nel procedimento penale contro la Dott. G. e dalle risultanze processuali più o meno idonee ad asseverarne la fondatezza, incideva in maniera tale sul prestigio e la credibilità dell’incolpato, da imporre l’adozione di un provvedimento interdittivo; ed il ricorso va respinto.

Non deve provvedersi sulle spese del giudizio, stante la mancata costituzione del Ministero della giustizia.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 9 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 27 aprile 2010

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