Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9918 del 15/04/2021

Cassazione civile sez. VI, 15/04/2021, (ud. 27/01/2021, dep. 15/04/2021), n.9918

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 33879-2019 proposto da:

C.S., elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE DELLE

MILIZIE 114, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO VALLEBONA, che

la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE E DEI TRASPORTI, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 20991/2019 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

di ROMA, depositata il 06/08/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 27/01/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CARLA

PONTERIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte di Cassazione con sentenza n. 20991 del 2019 ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da C.S. nei confronti del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti;

2. ha premesso che le censure oggetto dei due motivi di ricorso avevano il loro fulcro nella denuncia di mancato esame da parte dei giudici di appello del compenso accessorio incentivante e variabile, collegato all’aumento di produttività previsto dalla L. n. 870 del 1986, art. 19, comma 8, vigente al momento del passaggio della lavoratrice dal Ministero della Giustizia alle dipendenze del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e sostituito solo dopo dall’indennità di amministrazione di cui al CCNL del Comparto Ministeri del 16.5.95, art. 34;

3. ha rilevato che di tale questione non vi era traccia nella sentenza d’appello e che la parte ricorrente aveva omesso di dimostrare che detta questione era stata già tempestivamente devoluta al Tribunale e poi alla Corte d’appello;

4. avverso tale sentenza C.S. ha proposto ricorso per revocazione ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c., in relazione all’ipotesi di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4, ed ha depositato memoria;

5. il Ministero ha resistito con controricorso;

6. la proposta del relatore è stata comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

7. a sostegno della revocazione C.S. ha dedotto l’errore di fatto in cui sarebbe incorsa questa Suprema Corte nel non rilevare che, nel ricorso per cassazione, era specificamente allegato che la questione sul compenso accessorio incentivante era stata sollevata sia in primo grado e sia in appello, ed erano indicati i numeri di pagina dei rispettivi ricorsi;

8. nel ricorso per revocazione è trascritto l’originario ricorso per cassazione, pure depositato, che a pag. 8, nell’illustrare il secondo motivo di impugnazione, conteneva le seguenti affermazioni: “…la ricorrente nei suoi atti di primo e secondo grado aveva sempre dedotto questo fatto come decisivo, deducendo che all’atto del passaggio avvenuto il (OMISSIS)…l’indennità di amministrazione non esisteva, ma c’era solo il compenso accessorio incentivante variabile collegato all’accertato aumento della produttività, che era cumulabile con l’assegno personale pensionabile non riassorbibile (ricorso in primo grado pagg. 1-2, 6, 9, 10; ricorso in appello pagg. 2, 5, 9, 10; doc. 1 e 2 allegati al ricorso di primo grado – cedolini stipendi maggio e luglio 1995)”;

9. da quanto appena trascritto emerge come effettivamente l’originario ricorso in cassazione contenesse espresso riferimento alla questione del compenso accessorio incentivante; tuttavia, tale riferimento si esauriva in una sintesi di quanto dedotto dalla attuale ricorrente in primo e secondo grado, senza che da tali enunciati potesse evincersi la proposizione di una vera e propria questione incidente sulla sussistenza del diritto rivendicato;

10. è ciò che emerge dalla lettura della sentenza di cui si chiede la revocazione, la quale ha ritenuto del tutto privo di autosufficienza il ricorso nel quale era stata omessa la trascrizione testuale dei ricorsi proposti nei giudizi di merito così come il deposito degli stessi, secondo quanto prescritto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, (a pena di inammissibilità) e dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 (a pena di improcedibilità del ricorso) e necessario a porre il Giudice di legittimità in condizione di verificare la sussistenza del vizio denunciato senza compiere generali verifiche degli atti (v. Cass. SU 11/4/2012, n. 5698; Cass. SU 3/11/2011, n. 22726);

11. in tale contesto, quale desumibile dagli atti, la sentenza revocanda e la relativa statuizione di inammissibilità del ricorso, devono essere lette come riferite, più che alla novità della questione sul compenso accessorio incentivante, alla mancanza di rituale devoluzione della stessa, mediante la trascrizione dei necessari atti processuali (ricorsi di primo e secondo grado) ed il loro deposito;

12. questa Corte ha precisato che l’errore di fatto, quale motivo di revocazione della sentenza ai sensi dell’art. 395, richiamato per le sentenze della Corte di cassazione dall’art. 391-bis c.p.c., deve consistere in una falsa percezione di quanto emerge dagli atti sottoposti al suo giudizio, concretatasi in una svista materiale su circostanze decisive, emergente direttamente dagli atti con carattere di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, con esclusione di ogni apprezzamento in ordine alla valutazione in diritto delle risultanze processuali; è quindi inammissibile il ricorso per revocazione ove vengano dedotti errori di giudizio concernenti motivi di ricorso esaminati dalla sentenza di cui è chiesta la revocazione (v. Cass. n. 17443 del 2008; Cass. n. 27451 del 2013; Cass. n. 3760 del 2018);

13. con specifico riguardo al giudizio circa l’autosufficienza del ricorso per cassazione, è consolidata la giurisprudenza di questa Corte secondo cui non è possibile configurare errore revocatorio nel giudizio espresso dalla sentenza di legittimità impugnata sulla violazione del principio di autosufficienza in ordine a uno dei motivi di ricorso, per omessa indicazione e trascrizione dei documenti o per erronea interpretazione dei motivi (Cass. n. 20635 del 2017; Cass. n. 8615 del 2017; Cass. n. 17179 del 2020);

14. quanto detto porta ad escludere la sussistenza dei presupposti dell’errore revocatorio, con conseguente declaratoria di inammissibilità del ricorso;

15. le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo;

16. si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 3.500,00 per compensi professionali, in Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 27 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 aprile 2021

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