Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9899 del 26/04/2010

Cassazione civile sez. II, 26/04/2010, (ud. 18/02/2010, dep. 26/04/2010), n.9899

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. MAZZIOTTI DI CELSO Lucio – Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – rel. Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.R. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, CIRCONVALLAZIONE CLODIA 80, presso lo studio dell’avvocato

MALARA ANTONIO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

B.B. (OMISSIS), D.E.S.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G.

PISANELLI 2, presso lo studio dell’avvocato POMPA VINCENZO, che li

rappresenta e difende;

– controricorrenti –

e contro

F.N.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1465/2004 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 24/03/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/02/2010 dal Consigliere Dott. ETTORE BUCCIANTE;

udito l’Avvocato MALARA Antonio, difensore del ricorrente che ha

chiesto accoglimento del ricorso, richiamando anche la memoria

aggiuntiva depositata;

udito l’Avvocato POMPA Vincenzo, difensore dei resistenti che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 31 gennaio 2000 il Tribunale di Roma – adito da B.B. e D.E.S. nei confronti di C.R. e F.N. – confermò il provvedimento di reintegrazione nel possesso, con cui era stato ordinato al primo convenuto di eliminare una pensilina che aveva realizzato e di ripristinare un muretto di recinzione che aveva abbattuto, menomando così l’utilizzabilità dello spazio di manovra antistante una autorimessa appartenente agli attori; condannò lo stesso C. R. al risarcimento dei danni, liquidati in L. 3.000.000.

Impugnata dal soccombente, la decisione è stata confermata dalla Corte d’appello di Roma, che con sentenza del 24 marzo 2004 ha rigettato il gravame, ritenendo: che fosse tardiva e irricevibile, oltre che infondata, l’eccezione di C.R., basata sul rilievo che in primo grado, dopo la fase sommaria, era stata direttamente fissata l’udienza per la prosecuzione del giudizio; che fosse corretta la decisione del Tribunale, sul punto dell’avvenuta compromissione della fruibilità dell’area in questione.

C.R. ha proposto ricorso per cassazione in base a quattro motivi, poi illustrati anche con memoria. B.B. e D.E.S. si sono costituiti con controricorso. Non ha svolto attività difensive nel giudizio di legittimità F. N..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i primi tre motivi di ricorso C.R. lamenta, rispettivamente:

– che in sede di merito non è stata disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti di C.U., comproprietario con gli attori dell’area oggetto della controversia;

nè nella sentenza di appello si fa cenno a F.N.;

– che dopo la fase sommaria era necessario dare corso, anzichè alla prosecuzione del giudizio, all’instaurazione di una nuova causa;

– che conseguentemente il provvedimento interdittale avrebbe dovuto essere dichiarato inefficace.

Le tre censure possono essere prese in esame congiuntamente, poichè per una stessa ragione vanno tutte disattese: l’erroneità del presupposto su cui si basano.

Secondo il ricorrente la causa ha avuto natura non possessoria ma petitoria, dato che il Tribunale, con decisione non impugnata e implicitamente confermata dalla Corte d’appello, ha ritenuto che “non è sorta contestazione in ordine al possesso, da parte dei ricorrenti, dell’area di cui è causa, antistante il box di loro proprietà … controvertendosi, nel caso di specie, sulla libertà della predetta area da pesi ed oneri”, sicchè la materia del contendere si era radicata nell’accertamento circa l’esistenza – o non – di una servitù che gravasse sull’area in questione.

Invece, proprio dalla frase prima trascritta si ha conferma che il giudizio, in coerenza peraltro con l’impostazione che gli era stata data ab initio ed è stata mantenuta nel prosieguo, ha avuto per oggetto la reintegrazione degli attori nel possesso dello spazio antistante la loro autorimessa, la cui utilizzabilità era stata compromessa dall’operato di C.R.: la verifica dell’effettività del “possesso”, da parte di B.B. e D.E.S. – che è stata desunta dalla mancanza di contestazioni sul. punto – era appunto condizione per l’accoglimento della loro domanda di riduzione in pristino, mediante l’eliminazione dei “pesi ed oneri” che di fatto erano stati imposti dal convenuto sull’immobile.

Contrariamente a quanto deduce il ricorrente, pertanto, non occorreva nè che C.U. partecipasse al giudizio, nè che questo si svolgesse in forma “bifasica”, nè che il provvedimento interdittale fosse dichiarato inefficace. Quanto poi alla mancata menzione di F.N., è sufficiente rilevare che si tratta di un’omissione di carattere materiale, non influente sulla validità della sentenza impugnata.

Con il quarto motivo di ricorso C.R. deduce che “la Corte d’Appello ha confermato sic et simpliciter la sentenza di primo grado ignorando totalmente le istanze dell’appellante”, proposte mediante “l’indicazione degli specifici elementi testimoniali di riscontro e dei dati documentali degli elaborati peritali depositati in corso di giudizio”.

Anche questa censura va disattesa, per l’assorbente ragione che è stata formulata, in violazione del principio dell'”autosufficienza”, senza alcuna indicazione circa il contenuto degli elementi di prova che il giudice a quo avrebbe trascurato di prendere in considerazione e vagliare. Nè si può tenere conto, stante il divieto sancito dall’art. 372 c.p.c., della “perizia giurata del geometra R. E. giurata il 28/9/2004”, che C.R. ha prodotto con il ricorso per cassazione, a dimostrazione delle gravi “storture” da cui a suo dire è affetta la sentenza impugnata.

Il ricorso deve essere pertanto rigettato, con conseguente condanna del ricorrente a rimborsare ai resistenti le spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in 200,00 Euro, oltre a 1.800,00 Euro per onorari, con gli accessori di legge.

PQM

DISPOSITIVO

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare ai resistenti le spese del giudizio di cassazione, liquidate in 200,00 Euro, oltre a 1.800,00 Euro per onorari, con gli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 18 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 26 aprile 2010

 

 

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