Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9888 del 26/04/2010

Cassazione civile sez. lav., 26/04/2010, (ud. 10/02/2010, dep. 26/04/2010), n.9888

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. MONACI Stefano – Consigliere –

Dott. DI NUBILA Vincenzo – Consigliere –

Dott. STILE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25/B, presso lo

studio dell’avvocato PESSI ROBERTO, che la rappresenta e difende,

giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

L.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FLAMINIA

195, presso lo studio dell’avvocato VACIRCA SERGIO, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato LALLI CLAUDIO, giusta

mandato a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1693/2005 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 13/12/2005 R.G.N. 902/05;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

10/02/2010 dal Consigliere Dott. PAOLO STILE;

udito l’Avvocato MICELI MARIO per delega ROBERTO PESSI;

udito l’Avvocato VACIRCA SERGIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza 28 aprile 2005 il Tribunale di Pisa, giudice del lavoro, rigettava la domanda avanzata da L.S. contro Poste Italiane s.p.a., ritenendo legittimo il licenziamento intimato dal datore di lavoro il 18.1.2003.

La L., già assunta a tempo determinato dall’agosto al settembre 1987, con sentenza 3.10.2002 della Corte d’appello di Firenze aveva ottenuto la dichiarazione di nullità parziale del contratto in ragione dell’illegittima apposizione del termine ed era stata invitata a riprendere servizio da Poste Italiane S.p.A. Non essendosi presentata il giorno indicato, in data 8.12.2002 il datore di lavoro contestava l’assenza ingiustificata e la L. l’11 successivo richiedeva di essere sentita con l’assistenza di un rappresentante sindacale, ma ciò nonostante veniva licenziata.

La lavoratrice, dunque, impugnava il licenziamento sotto un duplice profilo: a) essere nullo il procedimento disciplinare, posto che ella non era stata sentita come richiesto, con l’assistenza di un rappresentante sindacale; b) l’avere rifiutato di prendere servizio in una sede diversa da quella presso la quale si era svolto il rapporto a termine e pertanto essere l’assenza giustificata ex art. 1460 c.c..

Il Tribunale sulla prima questione faceva applicazione del principio di diritto enunciato da Cass. n. 10760/2001 (ed altre precedenti) secondo cui il datore di lavoro non doveva ritenersi onerato della convocazione del rappresentante sindacale, e sulla seconda rilevava come fra la sede di prima assegnazione e quella di destinazione non intercorresse una apprezzabile distanza e riteneva sproporzionato il rifiuto di adempimento.

Avverso tale decisione proponeva appello la L., deducendo come il ripristino del rapporto avesse comportato uno spostamento di sede (da Pontedera a Navacchio) e quindi, nella sostanza, un immotivato trasferimento. Quanto al procedimento disciplinare la stessa rilevava come, ancorchè avesse avanzato richiesta di essere sentita con l’intervento di un rappresentante sindacale, il datore di lavoro aveva proceduto al licenziamento senza dar corso al mezzo difensivo.

Poste Italiane S.p.A. resisteva, da un lato, ribadendo il corretto svolgimento della procedura di contestazione disciplinare e, dall’altro, deducendo come dalla documentazione in atti si ricavasse che nel corso del contratto a tempo determinato la L., seppure destinata all’ufficio di Pontedera, aveva svolto di fatto attività di lavoro presso l’ufficio di Navacchio e, dunque, nella sede di nuova destinazione in base al ripristino del rapporto.

Con sentenza del 25 novembre-13 dicembre 2005, l’adita Corte di Appello di Firenze, ritenuto, sulla base della espletata istruttoria, che la società aveva posto in essere il licenziamento omettendo un’attività endoprocedimentale prevista dall’art. 7 Stat. Lav., non consentendo all’incolpata di svolgere le sue difese, in riforma dell’impugnata decisione, dichiarava l’invalidità dell’impugnato licenziamento, condannando il datore di lavoro a reintegrarla nel posto di lavoro e nella sede di svolgimento del rapporto a tempo determinato, oltre al risarcimento del danno nella misura di cinque mensilità ed alla regolarizzazione previdenziale.

Per la cassazione di tale pronuncia ricorre la società Poste Italiane con un unico motivo.

Resiste L.S. con controricorso.

Entrambe le parti hanno presentato memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il proposto ricorso, la società Poste Italiane, denunciando violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 (art. 360 c.p.c., n. 3), lamenta che la Corte di Appello di Firenze avrebbe male interpretato il richiamato art. 7 Stat. Lav., ritenendo che il datore di lavoro, di fronte alla richiesta della L. di essere ascoltata, con l’assistenza di un rappresentante sindacale, a sua discolpa, in seguito alla contestazione dell’addebito, non avrebbe potuto procedere al licenziamento, nonostante fossero trascorsi abbondantemente i cinque giorni, previsti dal quinto comma di detto articolo.

Il ricorso è infondato.

Giova premettere che, in punto di fatto e per quanto interessa in questa sede, è stato accertato che la contestazione disciplinare, redatta in data 27.11.2002, è pervenuta alla L. l’8 dicembre 2002; in data 11 dicembre quest’ultima ha richiesto l’audizione con il rappresentante sindacale; tale richiesta, spedita con a.r. alla sede centrale della Società, è stata ricevuta il 20.12,2002. 11 licenziamento è stato intimato con lettera 8.1.2003, quindi in epoca successiva alla data di ricezione della richiesta di audizione.

Pacifiche tali circostanze, il Giudice a quo si è preoccupato di acclarare se, usando i criteri di ordinaria diligenza e configurandosi la richiesta di audizione come facoltà nell’esclusivo interesse dell’incolpato (Cass. n. 1076/2001), la L. avesse agito correttamente, manifestando la volontà di essere sentita con una nota spedita per raccomandata a.r. alla sede legale della Società datore di lavoro e non ad una struttura periferica titolare del rapporto disciplinare. Sul punto, la Corte di Firenze è pervenuta alla conclusione che il comportamento tenuto dalla L. dovesse andare esente da censure, attribuendo rilievo determinante alla omessa indicazione, nella nota di contestazione disciplinare, di ogni indirizzo cui eventualmente inviare le giustificazioni, posto che (come dimostrato dalla L. con le produzioni in atti) in altre circostanze la sede dove indirizzare le giustificazioni era identificata non già con quella che aveva dato corso alla procedura di incolpazione, ma con la sede di (OMISSIS), via (OMISSIS).

In tale contesto appariva, pertanto, conforme a buona fede l’aver inoltrato la richiesta di audizione alla sede centrale di Roma e con un mezzo (raccomandata a.r.) presumibilmente celere ed idoneo a formalizzare l’atto endoprocedimentale.

Tanto chiarito, va osservato, in punto di diritto, come l’art. 7 dello Statuto dei lavoratori preveda che “il datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato l’addebito e senza averlo sentito a sua difesa./Il lavoratore potrà farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato./ … In ogni caso, i provvedimenti disciplinari più gravi del rimprovero verbale non possono essere applicati prima che siano trascorsi cinque giorni dalla contestazione per iscritto del fatto che vi ha dato causa”.

Lo scopo della norma, all’evidenza, è quello di condizionare l’esercizio del potere disciplinare al previo instaurarsi di un contraddittorio fra le parti, essendo chiaro che la sua attivazione è onere del lavoratore (Cass. n. 10760/2001, Cass. n. 11279/2000, Casa. n. 54191.1998) e che, conseguentemente, parte datoriale non sia onerata a provocare le giustificazioni con atti successivi alla contestazione. Ovviamente, quando il lavoratore ha chiesto di giustificarsi od ha chiesto di farlo con l’assistenza di un rappresentante sindacale, il datore non potrà adottare alcun provvedimento disciplinare se prima non lo ha sentito a sua discolpa.

La legge, tuttavia, non prevede alcun termine entro il quale debba svolgersi il procedimento istruttorio, limitandosi ad affermare che il contraddittorio è condizione per la determinazione datoriale, risultando fissato un termine (dilatorio) per l’applicazione delle sanzioni più gravi del rimprovero verbale. Ed infatti, all’art. 7, comma 5, si afferma che “in ogni caso” il datore non potrà adottare il provvedimento se non siano trascorsi cinque giorni dalla contestazione, lasciando intendere, in tal modo, in maniera chiara, che il datore di lavoro non potrà infliggere la sanzione (più grave del rimprovero) qualora la fase istruttoria (e cioè le difese del lavoratore) si sia ultimata in un termine più breve. Si tratta, allora, di uno spatium deliberandi tassativo ed inderogabile, dettato a favore dell’incolpato e destinato a realizzare una ponderata riflessione del datore (Cass. n. 10972/2002, Cass. n. 2610/2002).

E’ da escludere, pertanto, che il datore di lavoro possa irrogare la sanzione quando siano decorsi cinque giorni trascurando la richiesta istruttoria del lavoratore.

Nella specie – come accertato dal Giudice di appello – la L. ha correttamente inviato, nei tempi prescritti, la richiesta di audizione con l’assistenza sindacale alla sede legale del datore di lavoro, in difetto di indicazioni diverse, mentre il datore di lavoro non poteva, comunque decorsi cinque giorni, irrogare la sanzione disciplinare, poichè questo non era consentito dal disposto dell’art. 7 dello Statuto dei lavoratori.

Orbene, deve osservarsi che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, la L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7, il quale subordina la legittimità del procedimento di irrogazione della sanzione disciplinare alla previa contestazione degli addebiti, al fine di consentire al lavoratore di esporre le proprie difese in relazione al comportamento ascrittogli, pur non comportando per il datore di lavoro un dovere autonomo di convocazione del dipendente per l’audizione orale, ma solo un obbligo correlato alla manifestazione tempestiva (entro il quinto giorno) del lavoratore di voler essere sentito di persona (sicchè nel giudizio il lavoratore ha l’onere di provare la sua tempestiva richiesta, costituente elemento costitutivo a lui favorevole della fattispecie procedimentale), presuppone tuttavia che il datore di lavoro gestisca il potere disciplinare secondo i principi di correttezza e buona fede e, quindi, con modalità tali da non ingenerare equivoci nel dipendente cui si riferisce la contestazione (Cass. 3 agosto 2001 n. 10760; Cass. 2 giugno 1998 n. 5419).

Nella specie la pronuncia impugnata ha fatto puntuale applicazione di questo principio, in quanto – come sopra chiarito – prendendo in considerazione la richiesta di audizione della L., inviata tempestivamente – in mancanza di diverse indicazioni – alla sede centrale della Società, e la circostanza che il licenziamento era stato intimato successivamente alla data di ricezione della richiesta di audizione, ha sancito l’invalidità del provvedimento espulsivo.

Per quanto precede, il ricorso va rigettato.

Le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese di questo giudizio, liquidate in Euro 11,00 oltre Euro 2.500,00 per onorari ed oltre spese generali, IVA e CPA. Così deciso in Roma, il 10 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 26 aprile 2010

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