Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9882 del 15/04/2021

Cassazione civile sez. VI, 15/04/2021, (ud. 11/02/2021, dep. 15/04/2021), n.9882

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11548-2019 proposto da:

D.P.G., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato SALVATORE INGRASSIA;

– ricorrente –

contro

P.S., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato GIUSEPPE TOMASELLI;

– controricorrente –

contro

AM. ASSICURAZIONI SPA, in persona del procuratore speciale pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE GIUSEPPE MAZZINI

33, presso lo studio dell’avvocato ENRICO DI IENNO, rappresentata e

difesa dall’avvocato IGNAZIO DE MAURO;

– controricorrente –

e contro

A.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 210/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 30/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’11/02/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MARILENA

GORGONI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

D.P.G. ricorre per la cassazione della sentenza n. 210-2019 della Corte d’Appello di Catania, pubblicata il 30 gennaio 2019, articolando due motivi, corredati di memoria. Resistono con separati controricorsi Am. Assicurazioni, la quale si avvale della facoltà di depositare memoria in vista dell’odierna Adunanza, e P.S..

Il ricorrente espone in fatto di avere convenuto, dinanzi al Tribunale di Catania, A.A. e P.S., per sentirli condannare, previo accertamento della loro responsabilità professionale nell’espletamento dell’incarico loro conferito per aver fatto spirare i termini di legge per impugnare una sentenza penale di condanna ad una pena detentiva, al risarcimento di tutti i danni materiali, morali e patrimoniali patiti.

I convenuti, costituitisi in giudizio, chiedevano il rigetto della domanda attorea, asserendone l’infondatezza.

P.S. chiamava in giudizio Carige Assicurazioni S.p.a., la quale contestava l’efficacia della garanzia assicurativa e, nel merito, chiedeva il rigetto della domanda attorea.

Il Tribunale di Catania, con la sentenza n. 3741/2012, rigettava la domanda, perché riteneva non provata la ricorrenza del nesso di causa tra il comportamento dei professionisti ed il danno lamentato, pur rilevando elementi di responsabilità professionale a carico dei convenuti.

La sentenza veniva impugnata in via principale dall’odierno ricorrente e in via incidentale da Carige Assicurazioni.

La Corte territoriale, con la sentenza, oggetto dell’odierno ricorso, li respingeva entrambi.

Avendo ritenuto sussistenti le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta, che è stata ritualmente notificata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1.Con il primo motivo il ricorrente deduce l’omessa valutazione di un fatto storico decisivo risultante dagli atti di causa ex art. 360 c.p.c., n. 5 per avere la sentenza impugnata omesso di esaminare la responsabilità dei professionisti per condotta omissiva, nonostante costituisse il principale oggetto del thema decidendum e nonostante detta responsabilità fosse stata ritenuta sussistente dal giudice di prime cure, e la tenutezza della compagnia assicuratrice a manlevare i professionisti resistenti.

Il motivo è inammissibile.

In disparte il rilievo che la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 è stata dedotta violando la preclusione processuale di cui all’art. 348 ter c.p.c., u.c., (preclusione non superata da parte ricorrente con la dimostrazione che la base di riferimento oggettivo della sentenza di prime cure non era la stessa assunta a fondamento della decisione d’appello), il motivo denunciato non concerne un preciso accadimento o una precisa circostanza in senso storico-naturalistico, bensì “questioni” – rappresentate dalla responsabilità professionale dei resistenti e dalla ricorrenza dell’obbligo di manleva a carico della compagnia di assicurazione di P.S. – che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, si collocano al di fuori del perimetro applicativo del vizio indicato in epigrafe.

La memoria, con cui il ricorrente confuta la ricorrenza della preclusione processuale di cui all’art. 348 ter c.p.c. e insiste sull’omesso esame da parte della Corte d’Appello del fatto di avere oggettivamente ed evidentemente subito la ingiusta privazione della propria libertà personale, non adduce argomenti idonei ad ascrivere le censure denunciate al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e neppure trovano riscontro nella sentenza impugnata, la quale, contrariamente a quanto asserito, si è occupata della responsabilità dei professionisti e delle eventuali conseguenze negative derivatene, escludendo la sussistenza di un obbligo risarcitorio.

2. Con il secondo motivo il ricorrente censura la sentenza gravata per violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1176,2043,2056,2059,1223,1226 e 1227 c.c.; artt. 40 e 41 c.p., artt. 2230 e 2236 c.c. nei giudizi sulla responsabilità degli esercenti la professione legale, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte d’Appello, negando il nesso di causalità tra l’omissione dei legali resistenti e i danni subiti dal ricorrente per l’indebita privazione della libertà personale, di fatto violato e/o falsamente applicato le norme sull’accertamento del nesso causale e sul risarcimento dei danni. La Corte territoriale, ad avviso del ricorrente, avrebbe dovuto effettuare un giudizio prognostico che tenesse conto del probabile, se non certo, accoglimento che avrebbe sortito l’appello, qualora fosse stato esperito tempestivamente dai legali resistenti, quindi, del vantaggio personale, morale e patrimoniale che sarebbe derivato al ricorrente, condannando i professionisti ai danni subiti, quale conseguenza della privazione della libertà personale derivante dalla loro colposa omissione.

Mette conto ribadire che la Corte d’Appello ha ritenuto ricorrente l’errore dei professionisti – quindi, ne ha ravvisato l’inadempimento – ma non ha accolto la domanda risarcitoria perché ha giudicato non provato il nesso di derivazione causale tra il comportamento inadempiente ed i danni lamentati.

Ebbene, ribadito che l’accertamento del nesso di causalità si fonda sulla teoria della condicio sine qua non (temperata dalla teoria della causalità adeguata e da quella dello scopo della norma violata), per cui occorre individuare quell’antecedente la cui eliminazione mentale, mediante un ragionamento controfattuale, determinerebbe il venire meno dell’evento lesivo o dannoso oggetto del giudizio o anche soltanto una significativa attenuazione dei suoi effetti o ancora la sua significativa posticipazione, nella fattispecie della condotta dannosa per omissione è necessario ipotizzare un decorso causale alternativo – quello che sul piano del fatto non si è verificato a causa della condotta omessa – così da verificare quali conseguenze sarebbero discese dall’azione che l’autore dell’omissione era tenuto a porre in essere. Se, nonostante l’adozione della condotta dovuta ma omessa, l’effetto avrebbe comunque sostanzialmente coinciso con l’evento che si assume lesivo o dannoso, risulterebbe smentita la rilevanza dell’omissione come condizione necessaria di tale accadimento, che risulterebbe, dunque, non imputabile all’autore dell’omissione, perché evidentemente trovante la propria genesi in altre cause. Se, invece, il ragionamento controfattuale portasse a ritenere che l’adozione della condotta dovuta e omessa avrebbe impedito l’occorrere dell’evento lesivo o dannoso oppure ne avrebbe contenuto la portata, minimizzato ovvero posticipato in misura non irrisoria gli effetti, il giudice non potrebbe che ricavarne la conclusione che proprio l’omissione sia stata la condizione necessaria dell’evento.

Ebbene, nel caso di specie il giudice a quo ha ritenuto che i danni lamentati dal ricorrente – danno biologico per depressione grave, da cui era discesa la dipendenza dall’alcool, danno esistenziale per deterioramento dei rapporti interpersonali, danni patrimoniali per spese mediche conseguenti alla patologia nonché la perdita di chance lavorative – si sarebbero verificati comunque e senza riscontri neppure presuntivi che avrebbero avuto una minore gravità – trovando con ogni probabilità la propria genesi nella condanna del ricorrente alla lunga pena detentiva per il reato di associazione a delinquere e di truffa continuata.

Ad avviso del Collegio, tale decisione non ha fatto corretta applicazione dell’accertamento controfattuale, i cui snodi logici sono appena stati illustrati. Incorrendo in una petizione di principio, la Corte territoriale ha nella sostanza dato per scontato che una pena detentiva otto mesi più lunga di quella di tre anni e quattro mesi, cui comunque il ricorrente sarebbe stato condannato, non avrebbe scongiurato e neppure ridotto gli effetti pregiudizievoli risentiti dal ricorrente: manca una qualsivoglia, reale esternazione della considerazione effettiva circa l’impatto della più lunga condanna detentiva sulla sfera soggettiva del ricorrente, risolvendosi la statuizione riferita in una enunciazione sfornita di qualunque effettivo elemento di giudizio attinente ai concreti dati di fatto rilevanti.

La Corte territoriale avrebbe dovuto tener conto che la perdita del diritto primario ed inviolabile alla libertà personale per otto mesi, sia pure aggiunti ad un già lungo periodo di giustificata detenzione, è “normalmente” idonea a cagionare riflessi pregiudizievoli nella sfera soggettiva di chi la subisce, sì da ritenere soddisfatto l’onere gravante sul ricorrente di provare il nesso di causa tra l’accertato inadempimento e il danno (causalità materiale), atteso che detto onere può essere soddisfatto con qualunque mezzo di prova, quindi, anche ricorrendo alla prova presuntiva (Cass. 11/11/2019, n. 28991). Questa Corte ha chiarito che ciò che costituisce oggetto di prova sono i fatti materiali su cui si fonda l’esistenza del nesso causale e ha ricordato che la legge non pone alcuna limitazione al riguardo, consentendo l’utilizzo di documenti, testimoni, giuramento, confessione e presunzioni semplici (ex multis cfr. Cass. 11/01/2008, n. 582; Cass. 27/04/2010, n. 10060; Cass. 06/12/2005, n. 26666). Il nesso di causa non costituisce un fatto materiale, bensì un giudizio, poiché la causalità è una relazione stabilita tra due fatti e non è oggettivamente accertabile. La prova del nesso di causa è quindi oggetto di un ragionamento deduttivo, sindacabile sotto il profilo della logicità della motivazione che accerti o neghi il nesso di causa (per tutti cfr. Cass. 17/09/2013, n. 21255).

E, occorrendo tener distinto il nesso che deve sussistere tra condotta ed evento – perché possa configurarsi, a monte, una responsabilità “strutturale” dell’agente – da quello che, collegando l’evento al danno, consente l’individuazione delle singole conseguenze dannose, con la precipua funzione di delimitare, a valle, i confini risarcitori di una (già accertata) responsabilità (Cass. 13/09/2019, n. 22857), una volta ritenuto dimostrato il primo ciclo causale, la Corte d’Appello avrebbe dovuto passare all’accertamento della ricorrenza del nesso causale successivo (quello tra evento e danno), cioè verificare l’entità delle conseguenze pregiudizievoli del fatto tradottesi in danno risarcibile (causalità giuridica):

accertamento anch’esso assoggettabile a criteri probabilistici, attesane la natura meramente ipotetica, in quanto riferito ad un evento – il vantaggio derivante dalla ridotta durata della pena detentiva – non verificatosi a causa della condotta omissiva.

Il motivo, dunque, merita accoglimento.

3. In conclusione, il primo motivo è inammissibile, il secondo merita accoglimento; di conseguenza, la sentenza impugnata è cassata in relazione al motivo accolto e la controversia rimessa alla Corte d’Appello di Catania in diversa composizione che regolerà anche le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il primo motivo; accoglie il secondo; cassa la decisione impugnata in relazione al motivo accolto e rimette la controversia alla Corte d’Appello di Catania, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Depositato in Cancelleria il 15 aprile 2021

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