Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9874 del 19/04/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 19/04/2017, (ud. 11/01/2017, dep.19/04/2017),  n. 9874

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20625-2014 proposto da:

C.M.T., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA FLAMINIA 213, presso lo studio dell’avvocato RAFFAELE

BAVA, rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE COMMODARO,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

CENTRO MEDICO A. FLEMING S.R.L., P.I. (OMISSIS), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA DI TOR VERGATA 12, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE

GIDARO, rappresentata e difesa dall’avvocato MARZIALE GIDARO, giusta

delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 549/2014 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 16/05/2014 R.G.N. 964/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/01/2017 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO;

udito l’Avvocato CIRILLO ERNESTO MARIA per delega Avvocato COMMODARO

GIUSEPPE;

udito l’Avvocato LEOPIZZI MARIA ANTONELLA per delega Avvocato GIDARO

MARZIALE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

C.M.T. conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Catanzaro il Centro Fleming s.r.l. ed esponeva di aver lavorato alle dipendenze della società dal 13/7/2002 con mansioni e qualifica di ausiliaria 5 livello del c.c.n.l. Case di Cura Private personale non medico; deduceva, quindi, che in data (OMISSIS) era stata colpita da grave malattia cui era conseguita l’astensione dal lavoro fino al (OMISSIS); che la competente commissione medica della Azienda Sanitaria Locale, cui la parte datoriale aveva fatto istanza, con provvedimento 4/12/2009, verificava la permanente inidoneità al lavoro in relazione alle mansioni ascrittele; che, a seguito di istanza di riammissione in servizio del (OMISSIS), la società aveva comunicato che le sole mansioni disponibili erano quelle di ausiliaria per le quali era stata dichiarata permanentemente inidonea; che in data 26/1/2011 era stata recapitata lettera di licenziamento. Sulla scorta di tali premesse in fatto, la ricorrente chiedeva dichiararsi l’illegittimità della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione dalla data di cessazione della malattia e l’illegittimità del licenziamento intimatole, non avendo la parte datoriale verificato la possibilità di adibirla a mansioni equivalenti o anche inferiori, compatibili con il proprio stato di salute.

Si costituiva la società che instava per la reiezione delle domande.

Il Tribunale adito accoglieva il ricorso e dichiarava illegittimo il licenziamento, applicando gli effetti reintegratori sanciti dalla L. n. 300 del 1970, art. 18 e limitando il risarcimento del danno alle sole retribuzioni maturate a far tempo dall’agosto 2011.

Detta pronuncia veniva riformata dalla Corte d’Appello di Catanzaro che rigettava il ricorso compensando fra le parti le spese del doppio grado dì giudizio.

A fondamento del decisum, ed in estrema sintesi, la Corte distrettuale osservava che il giudice di prima istanza aveva modulato la propria decisione su circostanza che non era stata oggetto di allegazione da parte ricorrente (consistita nell’accertamento, in data 22/1/2009, dello stato di totale inabilità al lavoro conseguita dalla C. all’esito del procedimento per il riconoscimento dei benefici dovuti agli invalidi civili).

Il giudice dell’impugnazione osservava, quindi, che l’iter argomentativo che sorreggeva l’impugnata sentenza, concretava una violazione del principio di corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato, e che il quadro probatorio delineato palesava l’evidenza che al momento del licenziamento non era disponibile alcun posto in organico per mansioni equivalenti alla qualifica rivestita dalla ricorrente, nè ad una inferiore, giacchè il 5^ livello contrattuale a lei ascritto, costituiva l’ultimo livello previsto dalla contrattazione collettiva di settore.

La cassazione di tale pronuncia è domandata dalla lavoratrice sulla base di unico articolato motivo.

Resiste con controricorso la società intimata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con unico motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4.

Stigmatizza la sentenza impugnata per avere erroneamente ritenuto vulnerato il principio della corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato sancito dall’art. 112 c.p.c., giacchè, secondo la giurisprudenza della Suprema Corte, la disposizione non osta a che il giudice renda la pronuncia richiesta in base ad una ricostruzione dei fatti autonoma rispetto a quella prospettata dalle parti, ovvero in base ad una norma giuridica diversa da quella invocata, purchè non si basi su elementi di fatto non ritualmente acquisiti in giudizio o non comporti l’attribuzione di un bene non richiesto, situazione questa, non ravvisabile nella specie.

Critica altresì la pronuncia impugnata per aver ritenuto che “la qualifica più bassa rivestita dai lavoratori alle proprie dipendenze all’epoca del licenziamento è quella corrispondente al 5^ livello contrattuale, cioè la qualifica della C.”. Osserva, per contro, che il c.c.n.l. applicabile (UNEBA) prevedeva ulteriori livelli 6^ e 7^ nei quali poteva essere utilmente collocata, considerato altresì che il servizio lavanderia i cui dipendenti erano inquadrati nel 5^ livello, era stato esternalizzato in epoca successiva al licenziamento.

2. Il motivo è privo di pregio.

Anzitutto, preme rilevare che sussistono profili di inammissibilità oltre che di improcedibilità del ricorso limitatamente alla parte in cui le ragioni di doglianza si basano sulla dedotta violazione delle summenzionate norme collettive.

Si è, infatti, statuito (Cass. 26/9/2016 n.18866, Cass. 4/3/2015 n. 4350) che “nel giudizio di cassazione, l’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi – imposto, a pena di improcedibilità del ricorso, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, nella formulazione di cui al D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 – può dirsi soddisfatto solo con la produzione del testo integrale del contratto collettivo, adempimento rispondente alla funzione nomofilattica della Corte di cassazione; nè, a tal fine, può considerarsi sufficiente il mero richiamo, in calce al ricorso, all’intero fascicolo di parte del giudizio di merito, ove manchi una puntuale indicazione del documento nell’elenco degli atti”.

In ogni caso si è anche chiarito (Cass. Sez. Lav. 11.1.2016 n. 195) che “in terna di giudizio per cassazione, l’onere del ricorrente, di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, come modificato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 7 di produrre, a pena di improcedibilità del ricorso, “gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda” è soddisfatto, sulla base del principio di strumentalità delle forme processuali, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo di parte, anche mediante la produzione del fascicolo nel quale essi siano contenuti e, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo d’ufficio, mediante il deposito della richiesta di trasmissione presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata, munita di visto ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 3, ferma, in ogni caso, l’esigenza di specifica indicazione, a pena di inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 6, degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi.” (conf. a Cass. Sez. Un. 3.11.2011 n. 22726).

Nello specifico la ricorrente non ha fornito gli elementi necessari al reperimento del contratto, non risultante dall’indice di produzione, nè dal contesto del ricorso dal quale non è evincibile una rituale produzione in forma integrale delle disposizioni contrattuali collettive, di guisa che il motivo non si sottrae ad un giudizio di improcedibilità secondo i summenzionati principi.

3. Sotto altro versante, ed anche al di là di ogni considerazione in ordine alla ritualità della dedotta violazione del principio di corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato, proposta promiscuamente ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, va rimarcato che in applicazione del principio processuale della “ragione più liquida” desumibile dagli artt. 24 e 111 Cost. (secondo cui deve ritenersi consentito al giudice esaminare un motivo di merito, suscettibile di assicurare la definizione del giudizio, anche in presenza di una questione pregiudiziale come affermato da Cass. S.U. 8/5/2014 n. 9936 e numerose altre), può essere esaminata con priorità la doglianza riferita alla erronea lettura dell’organigramma aziendale da parte del giudice dell’impugnazione.

4. Il motivo è privo di pregio.

Non può sottacersi che la ricorrente intende pervenire ad una rivisitazione degli approdi ai quali è addivenuta la Corte di distrettuale nell’esaminare il materiale probatorio acquisito in atti, con approccio non consentito nella presente sede, essendo stata l’indagine condotta secondo criteri che esulano dalla assoluta omissione o dalla mera apparenza che avrebbero giustificato l’esercizio di un sindacato in sede di legittimità.

Il giudice dell’impugnazione ha infatti proceduto allo scrutinio delle deposizioni testimoniali raccolte pervenendo alla conclusione che all’epoca del licenziamento, non sussisteva la disponibilità di alcun posto in organico per mansioni compatibili con la qualifica di ausiliario di 5^ livello posseduta dalla ricorrente, o anche inferiori. Ha rimarcato, quindi, la uniformità delle dichiarazioni testimoniali rese in ordine alla insussistenza di posti in organico di posti di guardarobiera, centralinista, addetta al ricevimento cuoca, lavanderia, con apprezzamento che, congruo e completo per quanto sinora detto, resiste alla censura all’esame.

5. In definitiva alla stregua delle superiori argomentazioni, il ricorso va respinto.

Consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio nella misura in dispositivo liquidata.

Infine si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi professionali oltre spese generali al 15%, ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 11 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 aprile 2017

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