Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9869 del 26/05/2020

Cassazione civile sez. III, 26/05/2020, (ud. 09/01/2020, dep. 26/05/2020), n.9869

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15407-2018 proposto da:

S.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI PORTA

PINCIANA 4, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO IMBARDELLI, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ALESSANDRO

PASQUINI;

– ricorrente –

contro

C.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TARANTO, 95

LOTTO C SC.A, presso lo studio dell’avvocato SILVIA LAMBIASE,

rappresentata e difesa dall’avvocato MASSIMILIANO SAGRADINI;

– controricorrente –

nonchè contro

GENERALI ITALIA SPA, L.R.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 857/2017 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 28/06/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/01/2020 dal Consigliere Dott. ROSSETTI MARCO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Nel 2004 C.A. convenne dinanzi al Tribunale di La Spezia la società INA Vita s.p.a. (che in seguito muterà ragione sociale, per effetto di fusione, in Generali Italia s.p.a.), esponendo (per quanto qui ancora rileva):

-) di avere stipulato con la società convenuta un contratto di assicurazione sulla vita;

-) di avere accettato, su consiglio di “un collaboratore di Ina Assitalia, tale L.R., che teneva i rapporti tra il suddetto istituto assicurativo e l’esponente”, di riscattare parzialmente la suddetta polizza, per l’importo di Euro 15.493,71;

-) che l’importo dovutole in conseguenza del riscatto della polizza “non venne mai effettivamente versato ma, a detta del L., venne utilizzato per costituire i fondi di una nuova polizza con un’operazione contabile interna all’agenzia”;

-)”che successivamente aveva appreso che la nuova polizza sottoscritta con il L. e costituita con il riscatto delle somme smobilizzate dal riscatto parziale era falsa”.

Concluse pertanto chiedendo la condanna dell’INA Assitalia “ex art. 2043 e/o 2049 c.c.” al pagamento dell’importo sopra indicato.

2. L’INA Assitalia si costituì ed eccepì di avere regolarmente pagato alla assicurata la somma scaturente dal riscatto parziale della polizza.

In subordine, chiese di “essere manlevata” da S.M., ovvero il proprio agente per il tramite del quale era stata stipulata la polizza poi riscattata.

3. S.M. si costituì e, oltre a negare qualsiasi propria responsabilità, chiamò a sua volta in causa, per essere tenuto indenne, il proprio subagente L.R..

4. Anche questi si costituì, e – secondo quanto riferito a p. 6 del ricorso – “si associò alle difese di Ina e S.”.

5. Con sentenza 15 novembre 2010 il Tribunale di La Spezia rigettò la domanda.

Il Tribunale ritenne che:

-) la domanda attorea andasse qualificata come una domanda di condanna della società assicuratrice all’adempimento dell’obbligo contrattualmente assunto di pagare l’importo corrispondente al riscatto parziale della polizza; -) la società assicuratrice, però, aveva dimostrato di avere “effettivamente corrisposto” alla assicurata la somma dovutale a titolo di riscatto parziale;

-) nessuna domanda di risarcimento o restituzione l’attrice aveva formulato con riferimento al denaro investito per la sottoscrizione della polizza poi risultata falsa.

La sentenza veniva impugnata da C.A.;

6. La Corte d’appello di Genova, con sentenza 28 giugno 2017 n. 857, accolse il gravame soltanto nei confronti di S.M..

La Corte d’appello ritenne che:

-) la domanda attorea andasse qualificata come domanda di condanna dell’assicuratore alla restituzione dell’importo impiegato per la stipula della polizza poi risultata falsa;

-) tale domanda era fondata sulla responsabilità dell’assicuratore per il fatto del subagente L.R.;

-) tale domanda era tuttavia infondata, perchè l’assicuratore non può essere chiamato a rispondere ex art. 2049 c.c., del fatto del subagente;

-) tuttavia per effetto della chiamata in causa di S.M. da parte della Generali, la domanda attorea doveva ritenersi automaticamente estesa a quest’ultimo;

-) tale domanda “automaticamente estesa” nei confronti dell’agente era fondata, perchè l’agente era tenuto a rispondere ex art. 2049 c.c., del fatto del subagente da lui incaricato;

-) nessuna corresponsabilità poteva essere ascritta all’assicurata per il fatto che, al momento della sottoscrizione della polizza poi risultata falsa, aveva consegnato al subagente un assegno privo dell’indicazione del prenditore, “poichè C. ha giustificato la consegna dell’assegno soltanto

parzialmente compilato con il consolidato pluriennale rapporto esistente con l’agenzia della Spezia di Ina Assitalia”.

7. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da S.M. con ricorso fondato su nove motivi.

Ha resistito soltanto C.A..

Ambo le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso.

1.1. Col primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, la violazione dell’art. 112 c.p.c..

Sostiene che la Corte d’appello ha male interpretato e qualificato la domanda attorea.

Deduce che l’attrice non aveva mai chiesto in primo grado la condanna dell’assicuratore ex art. 2049 c.c., per l’avvenuta stipula di una polizza falsa e per la conseguente perdita patrimoniale sofferta dall’assicurata.

Osserva in contrario il ricorrente che in primo grado l’attrice aveva formulato puramente e semplicemente una domanda di condanna dell’assicuratore INA Assitalia s.p.a. all’adempimento del contratto di assicurazione, e per l’esattezza al pagamento del controvalore della quota di polizza riscattata, sul presupposto che il relativo importo non le fosse stato mai pagato.

1.2. Il motivo è infondato.

In primo grado l’attrice introdusse il giudizio con un atto effettivamente stringato ed ambiguo.

Da un lato, infatti, in esso si chiese la condanna della INA Assitalia al pagamento delle “somme dovute” in virtù del contratto riscattato, così apparentemente formulando una domanda di adempimento del contratto. Contemporaneamente, però, la difesa dell’attrice invocò anche la condanna dell’INA Assitalia “ex 2043 c.c. e/o 2049 c.c.”, deducendo che l’assicuratore, non vigilando sui propri collaboratori, aveva favorito “la sottrazione dell’assegno” dovutole a titolo di riscatto.

Tuttavia, dinanzi ad un atto così concepito, nè il giudice di primo grado ritenne di dichiarare la nullità della citazione ex art. 164 c.p.c., per indeterminatezza delle ragioni della domanda; nè ritenne quel giudice di chiedere alle parti i chiarimenti necessari, ex art. 183 c.p.c., comma 4; nè alcuna delle parti si dolse in sede di appello di tali scelte istruttorie del Tribunale.

Sicchè la Corte d’appello, dovendo ritenere sanata qualsiasi ipotetica nullità dell’atto di citazione ex art. 161 c.p.c., comma 1, non poteva che ricorrere alle regole dell’ermeneutica degli atti processuali per qualificare la domanda attorea.

E, correttamente applicando tali regole, la Corte d’appello non si è limitata ad estrapolare singoli passi dell’atto, ma lo ha valutato nel suo complesso: ed il complesso dell’atto, in virtù dei riferimenti ivi contenuti sia alla responsabilità dell’assicuratore ex art. 2049 c.c., sia alla condotta di “omessa vigilanza sui collaboratori”, consentiva di qualificare la domanda attorea come domanda di danno, e non di condanna all’adempimento del contratto.

2. Il secondo motivo di ricorso.

2.1. Col secondo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, la violazione dell’art. 345 c.p.c..

Sostiene che la Corte d’appello avrebbe trascurato di rilevare che la domanda di condanna al risarcimento del danno aquiliano ex art. 2049 c.c., venne formulata dall’attrice soltanto in grado di appello.

2.2. Il motivo è infondato, per le ragioni già indicate a confutazione del primo motivo di ricorso.

3. Il terzo motivo di ricorso.

Col terzo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, la violazione del principio c.d. di “automatica estensione” della domanda risarcitoria al terzo chiamato.

Deduce che la Corte d’appello ha erroneamente ritenuto che la domanda risarcitoria formulata dall’attrice in primo grado nei confronti della società assicuratrice si fosse automaticamente estesa all’agente, chiamato in causa da quest’ultima.

Sostiene che la società assicuratrice lo aveva chiamato in causa non già al fine di estendere l’accertamento richiesto dall’attrice nei confronti del terzo indicato quale responsabile, ma al fine di far valere un diritto di garanzia che si fondava su un autonomo contratto di transazione stipulato fra l’assicuratore il suo agente, e in virtù del quale quest’ultimo si era obbligato a tenere indenne la compagnia di tutte le somme che fosse stata eventualmente condannata a pagare agli assicurati danneggiati da condotte truffaldine dell’agente.

3.2. Il motivo è infondato.

Dall’esame diretto degli atti, consentito dal tipo di censura formulata dal ricorrente, emerge che la INA Assitalia nell’atto di chiamata in causa di S.M. pose due diverse causae petendi.

Da un lato sostenne che l’agente doveva ritenersi “l’unico responsabile” del danno lamentato dall’attrice; dall’altro invocò l’obbligo di garanzia assunto da S.M. per effetto della transazione stipulata con l’INA Assitalia. L’atto di chiamata in causa pertanto conteneva due domande subordinate: l’una fondata sull’affermazione della esclusiva responsabilità del terzo chiamato (c.d. absolutio ab observantia iudicii), l’altra sulla garanzia scaturente dalla transazione.

Non è dunque esatto quanto sostenuto dal ricorrente, e cioè che l’INA Assitalia nell’atto di chiamata in causa avesse formulato soltanto una domanda di garanzia. Di conseguenza, correttamente la Corte d’appello ha ritenuto che la domanda attorea (e cioè una domanda di risarcimento del danno aquiliano, per quanto detto), si fosse estesa automaticamente nei confronti di S.M..

4. Il quarto motivo di ricorso.

4.1. Col quarto motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, la violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, di cui all’art. 112 c.p.c..

Nella illustrazione del motivo si sostiene che, anche ad ammettere che nel presente giudizio potesse operare il principio di automatica estensione della domanda attorea nei confronti del terzo chiamato in causa dal convenuto, quel principio non potrebbe trovare applicazione quando l’attore scelga di non estendere la propria domanda e di non formulare alcuna conclusione nei confronti del terzo chiamato.

E ciò, deduce il ricorrente, è proprio quanto avvenuto nel caso di specie, dal momento che nè in primo grado, nè lungo tutto il corso del giudizio di appello, l’attrice formulò mai alcuna conclusione nei confronti del terzo chiamato S.M., e soltanto nell’udienza di precisazione delle conclusioni in grado di appello, il 2 febbraio 2017, chiese anche la condanna del terzo chiamato.

4.2. Il motivo è infondato.

Il principio di “estensione automatica” della domanda non richiede infatti alcuna manifestazione di volontà esplicita dell’attore.

Affinchè tale principio non operi non basta dunque il mero silenzio dell’attore, ma è necessario che la sua volontà di non voler domandare nè ottenere una condanna del terzo risulti in modo espresso, il che nel caso di specie non è avvenuto.

Questa Corte infatti ha già stabilito che solo una rinuncia “espressa” all’estensione della domanda, da parte dell’attore, è d’ostacolo ad una condanna diretta del terzo chiamato nei confronti dell’attore stesso (Sez. 3, Sentenza n. 998 del 16/01/2009, Rv. 606389 – 01).

5. Il quinto motivo di ricorso.

5.1. Col quinto motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, la violazione dell’art. 345 c.p.c..

Deduce il ricorrente che tale norma è stata violata perchè la Corte d’appello ha ritenuto ammissibile una domanda (quella di condanna al risarcimento nei confronti di S.M.) che era stata formulata soltanto nell’udienza di precisazione delle conclusioni in grado di appello.

5.2. Il motivo è infondato.

Infatti, per quanto già esposto, la domanda di risarcimento del danno doveva ritenersi formulata sin dal primo grado di giudizio, sicchè quella domanda si era sin da quel grado automaticamente estesa nei confronti del terzo chiamato.

6. Il sesto motivo di ricorso.

6.1. Col sesto motivo il ricorrente lamenta la violazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, degli artt. 345 e 346 c.p.c..

Nella illustrazione del motivo si sostiene una tesi così riassumibile:

-) se davvero l’attrice aveva in primo grado formulato una domanda di risarcimento del danno aquiliano nei confronti dell’assicuratore, e se davvero questa domanda si era automaticamente estesa nei confronti dell’agente S.M., deve allora concludersi che il Tribunale su tale domanda di condanna non si pronunciò;

-) la suddetta domanda, di conseguenza, doveva essere riproposta in grado di appello ex art. 346 c.p.c., altrimenti doveva intendersi rinunciata;

-) nel caso di specie ciò non era avvenuto, in quanto l’originaria attrice e poi appellante aveva formulato la domanda di condanna di S.M. soltanto nell’udienza di precisazione delle conclusioni in grado di appello.

6.2. Il motivo è infondato.

Il principio di estensione automatica della domanda, così come opera in primo grado, ovviamente è operativo anche in grado di appello.

Se dunque la domanda attorea, per effetto della chiamata in causa del terzo, si era automaticamente estesa nei confronti di quest’ultimo, l’attrice soccombente, impugnando il capo della sentenza di primo grado col quale venne rigettata la propria domanda nei confronti del convenuto principale, introdusse in appello il medesimo thema decidendum già oggetto del giudizio di primo grado e, con esso, il principio di automatica estensione della domanda al terzo chiamato.

7. Il settimo motivo di ricorso.

7.1. Col settimo motivo di ricorso S.M. lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione dell’art. 40 c.p.; artt. 1227 e 2056 c.c..

Deduce che la Corte d’appello avrebbe erroneamente ritenuto priva di rilievo causale la condotta della danneggiata, la quale consegnò al subagente L.R. un assegno in bianco, favorendo così la possibilità di compiere la truffa da parte del subagente ai danni dell’assicurata.

7.2. Il motivo è inammissibile.

La Corte d’appello, infatti, non ha affatto escluso in teoria il rilievo causale della condotta tenuta dalla danneggiata, ma ha ritenuto che tale condotta fosse nel caso concreto giustificata – in sostanza – da un incolpevole affidamento, suscitato dal fatto che tra l’assicurata e l’intermediario assicurativo fosse da anni invalsa una prassi in tal senso.

La Corte d’appello, pertanto, non ha violato gli artt. 1227 e 2056 c.c., giacchè con un accertamento di fatto non sindacabile in questa sede ha ritenuto non colposa la condotta dell’assicurata.

Nè l’odierno ricorrente ha censurato l’affermazione secondo cui tra l’assicurato e l’intermediario sussistesse da tempo la suddetta prassi.

8. L’ottavo ed il nono motivo di ricorso.

8.1. Con l’ottavo e con il nono motivo il ricorrente censura, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, la sentenza d’appello nella parte in cui lo ha condannato a restituire ad C.A. le spese del giudizio di primo grado, che il Tribunale aveva posto a carico di quest’ultima ed a favore dell’odierno ricorrente.

Deduce che tale domanda di restituzione era stata formulata da C.A. solo all’udienza di precisazione delle conclusioni, e comunque non vi era prova dell’avvenuto pagamento.

8.2. I due motivi possono essere esaminati congiuntamente, poichè ambedue sono inammissibili per più ragioni.

Nella parte in cui lamentano il vizio di extrapetizione le censure sono tanto inammissibili, quanto infondate.

Sono inammissibili per difetto di interesse, ex art. 100 c.p.c..

La Corte d’appello, infatti, riformando la decisione di primo grado, ha addossato a S.M. le spese tanto del primo, quanto del secondo grado di giudizio.

Per effetto di questa statuizione, il pagamento delle spese di lite di primo grado da parte di C.A. in favore di S.M. è divenuto sine titulo, e doveva comunque essere restituito.

Il ricorrente pertanto non ha giuridico interesse a rimuovere la suddetta statuizione, in virtù del principio dolo petis quod mox restiturus es.

Le censure in esame sono altresì infondate, in quanto la richiesta di restituzione delle somme corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado, essendo conseguente alla richiesta di modifica della decisione impugnata, non costituisce domanda nuova ed è perciò ammissibile in appello anche nel corso del giudizio, quando l’esecuzione della sentenza sia avvenuta successivamente alla proposizione dell’impugnazione (ex multis, da ultimo, Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 30495 del 21/11/2019, Rv. 656164 – 01).

Nella parte in cui lamentano che la Corte d’appello abbia pronunciato una condanna alla restituzione in assenza di prova del pagamento la doglianza è del pari inammissibile per difetto di interesse.

La Corte d’appello, infatti, ha condannato S.M. non già al pagamento di una somma di denaro purchessia, ma l’ha condannato “a restituire a C.A. l’importo corrispostogli a titolo di rifusione delle spese di lite in esecuzione della sentenza di primo grado”. La sentenza dunque, facendo riferimento all'”importo corrisposto” senza però indicarlo, costituisce una evidente pronuncia condizionale, in cui l’evento condizionante il capo di condanna è l’avvenuto pagamento delle spese di primo grado da parte di C.A. in favore di S.M..

Sicchè, ove quel pagamento non fosse avvenuto, quella condanna non sarà efficace, e l’odierno ricorrente non ha interesse a rimuoverla.

9. Le spese.

Le spese del presente giudizio di legittimità vanno a poste a carico del ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.

Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

P.Q.M.

La Corte di cassazione:

(-) rigetta il ricorso;

(-) condanna S.M. alla rifusione in favore di C.A. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 3.000, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di S.M. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Terza Sezione civile della Corte di cassazione, il 9 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 26 maggio 2020

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