Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9869 del 05/05/2011

Cassazione civile sez. trib., 05/05/2011, (ud. 17/02/2011, dep. 05/05/2011), n.9869

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ALONZO Michele – Presidente –

Dott. MERONE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna Concetta – Consigliere –

Dott. COSENTINO Giuseppe Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

P.G., G.O.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 43/2 006 della COMM. TRIB. REG. di MILANO,

depositata il 27/04/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/02/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO MERONE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

Il sig. P.G., odontoiatra, ha impugnato un avviso di accertamento con il quale il competente ufficio finanziario ha rettificato la dichiarazione dei redditi del 1993, recuperando a tassazione movimenti finanziari risultanti da operazioni bancarie non giustificate e costi indeducibili, sulla base del p.v.c. redatto a seguito di verifica fiscale.

A sostegno del ricorso introduttivo, il contribuente ha eccepito la nullità dei recuperi per mancanza del preventivo contraddittorio amministrativo.

I giudici tributari aditi in primo ed in secondo grado hanno accolto il ricorso del contribuente sul rilievo del mancato contraddittorio preventivo e della inapplicabilità, nella specie, dell’inversione dell’onere della prova, in mancanza di una analitica ricostruzione dei movimenti bancari da parte dell’ufficio.

L’Agenzia delle Entrate ricorre per la cassazione della sentenza impugnata, meglio indicata in epigrafe, sulla base di due motivi. La parte intimata non ha svolto attività difensiva.

Diritto

Il ricorso è fondato e merita accoglimento.

Con il primo motivo, denunciando la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2), l’Agenzia delle entrate censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che il mancato preventivo invito al contribuente, per fornire chiarimenti sui movimenti bancari, comporti la illegittimità dell’accertamento. Il motivo è fondato, secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, alla quale aderisce il Collegio, “In tema di accertamento delle imposte sul reddito, il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, nella parte in cui prevede l’invito a contribuente a fornire dati e notizie in ordine agli accertamenti bancari, non impone all’Ufficio l’obbligo di uno specifico e previo invito, ma gli attribuisce una mera facoltà, della quale può avvalersi in piena discrezionalità; il mancato esercizio di tale facoltà non può quindi determinare l’illegittimità della verifica operata sulla base dei medesimi accertamenti, nè comporta la trasformazione della presunzione legale posta dalla norma in esame in presunzione semplice, con possibilità per il giudice di valutarne liberamente la gravità, la precisione e la concordanza, e con il conseguente onere per il Fisco di fornire ulteriori elementi di riscontro” (Cass. 14675/2006; conf, 2821/2008, 24055/2009).

Appare fondato anche il secondo motivo, con il quale l’Agenzia denunciando vizi di motivazione della sentenza impugnata rileva che erroneamente la CTR ha escluso che nella specie operi la presunzione di cui all’art. 32 citato, con conseguente inversione dell’onere della prova. 1 giudici di appello pur riconoscendo che gli organi di controllo hanno accertato “compensi non contabilizzati e non dichiarati”, non ne hanno tenuto conto sul rilievo che si tratterebbe di “un mero agglomerato di cifre, rappresentanti i movimenti bancari, univocamente ed acriticamente interpretati dagli organi accertatori”.

Osserva il Collegio che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, condivisa dal Collegio, in caso di accertamento bancario, tutti i movimenti di un conto corrente riconducibili alla attività del contribuente, “debbono essere considerati ricavi sia le operazioni attive che quelle passive, senza che si debba procedere alla deduzione presuntiva di oneri e costi deducibili, essendo posto a carico del contribuente l’onere di indicare e provare eventuali specifici costi deducibili” (Cass. 14675/2006). Ne deriva che i flussi finanziari sono stati correttamente posti a carico del contribuente, con la conseguenza che la mancanza di una analisi critica dei dati acquisiti è frutto di una carenza probatoria imputabile al contribuente stesso. In altri termini, la motivazione della sentenza impugnata è errata nella parte in cui addebita all’ufficio di non avere disaggregato i dati acquisiti e nell’aver poi tratto la conclusione che la situazione di fatto non consentiva di applicare la presunzione di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32. La CTR ha errato nel ricostruire il presupposto di fatto in base al quale andava applicata la regola dell’inversione dell’onere della prova: i dati e gli elementi acquisiti in esito ai controlli bancari “sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti … se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto nella determinazione del soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine” D.P.R. n. 600 del 1973 (art. 32, comma 1, n. 2),). Nella specie, i dati acquisiti, anche se si trattava di cifre “aggregate”, dovevano essere imputate a reddito per il solo fatto che il contribuente non ha offerto la prova richiesta. Se, invece, i giudici di appello intendevano dire che i dati acquisiti erano incomprensibili, avrebbero dovuto dirlo espressamente, spiegando anche perchè “l’agglomerato di cifre” non potesse essere imputato al reddito del contribuente. Sotto questo profilo, la motivazione appare carente.

Conseguentemente, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio al giudice di merito, per la rinnovazione del giudizio che tenga conto dei principi di diritto affermati: non necessità del contraddittorio preventivo e imputabilità a reddito di tutti i movimenti bancari per i quali il contribuente no ha fornito la prova contraria richiesta.

Il giudice del rinvio deciderà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia.

Così deciso in Roma, il 17 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2011

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