Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9860 del 05/05/2011

Cassazione civile sez. trib., 05/05/2011, (ud. 20/01/2011, dep. 05/05/2011), n.9860

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PLENTEDA Donato – Presidente –

Dott. MERONE Antonio – Consigliere –

Dott. FERRARA Ettore – rel. Consigliere –

Dott. POLICHETTI Renato – Consigliere –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.F., rappresentato e difeso da se medesimo ex art. 86

c.p.c. elettivamente domiciliato in ROMA VIALE G. MAZZINI 6 presso lo

studio dell’avvocato VITALE ELIO, rappresentato e difeso

dall’avvocato CASTELLI FULVIO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliati in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12 presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 101/2006 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di

CATANIA, depositata il 12/06/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/01/2011 dal Consigliere Dott. ETTORE FERRARA;

udito per il ricorrente l’Avvocato VITALE ELIO per delega Avv.

CASTELLI, che si riporta agli scritti e deposita nota spese;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso alla C.T.P. di Catania C.F. impugnava la cartella esattoriale notificatagli il 12.1.2001 a seguito di controllo formale D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36 bis della dichiarazione dei redditi relativi all’anno di imposta 1994, e ne contestava la validità per difetto di motivazione e per decadenza dell’Ufficio dall’iscrizione a ruolo.

Il giudice adito rigettava il ricorso, e la decisione, appellata dal contribuente, veniva successivamente confermata dalla C.T.R. della Sicilia con sentenza n. 101/34/06, depositata il 12.6.2006 e non notificata.

Per la cassazione della sentenza di appello proponeva ricorso, notificato il 25.7.2007, il C., articolando undici motivi, successivamente sostenuti anche con il deposito di memoria aggiunta, e all’accoglimento dei quali si opponeva l’Agenzia delle Entrate con controricorso tempestivamente e ritualmente notificato.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il giudice di merito ha affermato l’infondatezza del ricorso del contribuente ritenendo destituita di fondamento l’eccezione di nullità per difetto di motivazione della cartella, contenendo questa tutti gli elementi necessari a consentire al contribuente una efficace difesa, ed esclusa ogni decadenza dell’Ufficio, a seguito e in conseguenza della proroga al 31.12.2000 al riguardo disposta dalla L. n. 448 del 1998, art. 9, comma 1, per le attività di controllo delle dichiarazioni e iscrizione a ruolo delle maggiori imposte accertate.

La sentenza è oggetto di censura con l’articolazione di otto motivi correlati alla previsione di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, (violazione o falsa applicazione della legge) e di due motivi correlati alla previsione del successivo n. 5 (vizio di motivazione della sentenza), nonchè di una ulteriore e non meglio qualificata doglianza relativa alla regolamentazione delle spese del giudizio.

Prima di procedere all’esame analitico dei singoli motivi, ritiene utile la Corte rilevare che al ricorso in esame è applicabile, ratione temporis, l’art. 366 bis c.p.c. nel testo vigente per effetto dell’originaria riforma attuata con il D.Lgs. n. 40 del 2006, con la conseguente necessità, ai fini dell’ammissibilità, di formulazione di idonei quesiti di diritto a conclusione di ciascun motivo articolato con riferimento alla previsione dell’art. 360 c.p.c., n. 3 e, per quanto invece relativo alla denuncia del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 di chiara indicazione del fatto controverso.

Con espresso riferimento ai contenuti del nuovo art. 366 bis c.p.c. e al quesito di diritto da tale norma obbligatoriamente previsto in caso di denunzia dei vizi di cui all’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2, 3 e 4, così da integrare un requisito di forma-contenuto essenziale per l’ammissibilità del ricorso, questa Suprema Corte ha, con giurisprudenza oramai consolidata, in più occasioni avuto modo di precisare che:

il quesito di diritto deve non solo concludere ogni singolo motivo esposto, ma anche essere formulato “con la necessaria evidenza grafica” (v. Cass. SS.UU. ord. 15.7.2008, n. 19348);

– Non può essere unico per l’intero ricorso, ma deve essere formulato separatamente rispetto a ciascuna censura sollevata (cfr.

Cass. Sez. 3^ ord. 19.12.2006 n. 27130; Sez. 5^, sent. 23.7.2007, n. 16275);

– Deve essere riferibile alla fattispecie concreta in esame, e non può essere formulato in maniera generica, così da risultare privo di qualsiasi specificità in ordine alla corrispondenza della ratio decidendi della sentenza impugnata, alla vicenda in esame (v. Cass. SS. UU. Ord. 27.3.2009, n. 7433; sent. 11.3.2008, n. 6420; sent.

28.9.2007, n. 20360; Sez. Lavoro, sent. 7.4.2009, n. 8463; Sez. 5^, sent. 23.7.2007, n. 16275);

– Non può essere desunto implicitamente nè integrato dalla precedente illustrazione del motivo (v. Cass. SS. UU. sent.

11.3.2008, n. 6420; 28.9.2007, n. 20360; 26.3.2007, n. 7258; Sez. 3^, ord. 17.7.2008, n. 19769);

– Deve in definitiva essere formulato in maniera tale che la Corte possa comprendere dalla semplice lettura di esso, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di diritto compiuto dal giudice e quale sia, secondo la prospettazione dei ricorrenti, la regola da applicare al caso in esame (v. Cass. SS.UU. ord. 27.3.2009, n. 7433; sent. 30.10.2008, n. 26020; ord. 5.2.2008, n. 2658; Sez. L. sent. 7.4.2009, n, 8463).

Nella fattispecie in esame il ricorrente ha denunciato i vizi di cui ai seguenti motivi, formulando per ciascuno di essi i quesiti di diritto così come appresso specificati:

1) “erroneità della sentenza sui termini di rettifica ed iscrizione al ruolo della cartella di pagamento ex art. 36 bis … Dica la Suprema Corte di Cassazione:

a) Quale sia la natura del termine previsto dall’art. 36 bis del D.P.R. n. 600 del giorno 29.09.1973;

b) Quali adempimenti l’Amministrazione Finanziaria, oggi Agenzia delle Entrate, debba compiere entro i termini di cui all’art. 36 bis;

c) Quali siano le conseguenze della scadenza dei termini ordinatori e se, conformemente alle previsioni dell’art. 154 c.p.c. i termini ordinatori scaduti producano gli stessi effetti dei termini perentori”.

2) “erroneità della sentenza sulla decadenza dell’azione di accertamento dell’Amministrazione Finanziaria … Dica la Suprema Corte di Cassazione se l’Amministrazione Finanziaria è decaduta dall’azione in quanto ha rettificato le imposte senza rispettare i termini previsti dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 36 bis e successive modificazioni e integrazioni”.

3) “la nullità della cartella di pagamento per la decadenza dell’Amministrazione Finanziaria, oggi Agenzia delle Entrate, dall’azione di recupero dell’imposta per aver notificato tardivamente la cartella di pagamento …. Dica la Suprema Corte di Cassazione se l’Agenzia delle Entrate è decaduta dall’azione di recupero dell’imposta per non aver rispettato i termini di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis e D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25 e se vi siano dei termini per la trasmissione, la consegna dei ruoli al Concessionario della riscossione e per la notifica della cartella di pagamento al contribuente”.

4) violazione di legge per “inapplicabilità della proroga dei termini per la liquidazione delle imposte operata dalla L. 23 dicembre 1998, n. 448, comma 2 dell’art. 9 … Dica la Suprema Corte di Cassazione se la proroga dei termini prevista dalla L. 23 dicembre 1998, n. 448, art. 9, comma 2, riguardi solo i termini che alla data del 31.12.1998 non erano ancora scaduti e non anche quei termini che alla suddetta data erano già scaduti”.

5) “nullità della cartella di pagamento per difetto di motivazione … Dica la Suprema Corte di Cassazione quali siano le conseguenze giuridiche dell’assenza o della insufficiente motivazione della cartella di pagamento e se la cartella di pagamento debba essere motivata conformemente ai principi generali di diritto che impongono alla pubblica amministrazione di motivare tutti gli atti da essa emanati”.

6) “erroneità della sentenza per la errata o falsa interpretazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 280/2005 … Dica la Suprema Corte quale efficacia abbiano le sentenze della Corte Costituzionale sui rapporti giuridici non definiti e, in particolare, se trovi applicazione alla fattispecie in esame la sentenza della Corte Costituzionale n. 280/2005 che ha dichiarato illegittimo il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, nella parte in cui non prevedeva un termine entro il quale il concessionario della riscossione deve notificare al contribuente la cartella di pagamento delle imposte liquidate ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis”.

7) violazione di legge con riferimento alla pretesa “tardività della costituzione in giudizio dell’A.F.” avuto riguardo al termine prescritto dall’art. 10 D.P.R. n. 787 del 28.11.1980, formulando al riguardo il seguente quesito: “Dica la Corte di Cassazione se il termine per la costituzione in giudizio dell’Agenzia delle Entrate è perentorio e quali siano gli effetti della tardiva costituzione in giudizio della predetta agenzia”.

8) Con l’ottavo motivo si “richiede, in via subordinata”, la riduzione della sanzione per il mancato invio dell’avviso bonario, formulandosi il seguente quesito: “Dica la Suprema Corte di Cassazione se l’omesso invio dell’avviso bonario non comporti la riduzione delle sanzioni”.

Nessuno degli esposti motivi risulta rispettoso delle esigenze di specificità, concretezza, e soprattutto di autosufficienza desumibili dall’art. 366 bis c.p.c. così come innanzi riassunte, risultando tutti formulati in maniera assolutamente generica e astratta, senza specifico riferimento alla fattispecie concreta, e in maniera tale da imporre quasi sempre una risposta obbligata, che però non può ritenersi risolutiva della fattispecie proprio per la mancata specificazione delle circostanze di fatto che caratterizzano la vicenda all’esame della Corte (v. in particolare terzo, quarto e quinto motivo).

Più in dettaglio può ulteriormente rilevarsi che:

a) Il primo motivo tra l’altro si fonda sulla pretesa natura perentoria del termine in questione, già smentita da consolidata giurisprudenza di questa Corte (v. SS.UU. 12.11.2004, n. 21498 e Cass. 30.6.2009, n. 15307);

b) Il secondo motivo non prospetta questioni diverse da quelle già poste con la prima censura, posto che l’azione di accertamento alla quale fa riferimento il contribuente nella relativa esposizione, nel caso dell’art. 36 bis cit. si esaurisce nel controllo della dichiarazione;

c) Il quarto motivo risulta formulato con riferimento a una norma diversa da quella applicata dal giudice per la soluzione della controversia (rispettivamente art. 9, comma 2 e comma 1) e ripropone la tematica relativa alla natura del termine per il controllo formale della dichiarazione già risolta da questa Suprema Corte in sensi difforme da quanto sostenuto dal contribuente (v. Cass. SS.UU 12.11.2004 n. 21498, e Cass. 30.6.2009 già innanzi citate);

d) Il quinto motivo, anche a prescindere dall’inapplicabilità al caso di specie dell’art. 7 dello Statuto del Contribuente richiamato dal ricorrente, non tiene conto che sul relativo punto vi è uno specifico accertamento del giudice di merito, non censurato sotto il profilo motivazionale;

e) Il settimo motivo si fonda su una erronea ricostruzione del termine di costituzione in giudizio dell’Agenzia, giacchè non tien conto che il termine previsto dal citato D.P.R. n. 787 del 1980, art. 10, è quello all’epoca concesso ai Centri di Servizio per la trasmissione delle proprie deduzioni alla Commissione Tributaria e all’Ufficio, fermo restando l’onere per quest’ultimo di costituirsi in giudizio negli ordinari termini di legge, che nel caso di specie non si dice espressamente essere stati violati, ed anzi risultano dallo stesso ricorso rispettati, essendosi l’A.F. costituita nel giudizio di primo grado precisamente in data 1.6.2004 per l’udienza del 22.6.2004 (v. rispettivamente pagg. 4 e 26 del ricorso);

f) L’ottavo motivo, oltre a presentare la consueta genericità e astrattezza del quesito finale, nemmeno rispondente a “fatto” concretamente censurato (non aver il giudice valutato la richiesta in questione), risulta altresì rivolto a lamentare sotto il profilo della violazione di legge – v. punto 1, 8) del ricorso – una situazione astrattamente riconducibile al vizio di omessa pronuncia, senza indicare alcuna norma violata, e soprattutto ponendo in sede di giudizio di legittimità una questione che appare assolutamente nuova alla luce della sentenza, che la parte deduce genericamente di aver proposto (comunque in ritardo) in sede di appello (pag. 5 ricorso), senza però riportare integralmente il contenuto del suo ricorso sul punto, come sarebbe stato necessario per garantire al ricorso l’osservanza del principio di autosufficienza, e senza specificamente richiamare la parte dell’atto processuale nella quale la relativa doglianza sarebbe stata esposta.

Quanto alle ulteriori due censure esposte dal ricorrente con riferimento al vizio di motivazione della sentenza (art. 360 c.p.c., n. 5), osserva preliminarmente la Corte che in proposito chiara e costante è la giurisprudenza di legittimità nell’affermare che: “Il complesso normativo costituito dall’art. 366, n. 4, artt. 366 bis e 375 cod. proc. civ., n. 5, – nel testo risultante dalla novella recata dal D.Lgs. n. 40 del 2006 – deve interpretarsi nel senso che, anche per quanto concerne i vizi di cui all’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, l’illustrazione del motivo deve essere accompagnata da un momento di sintesi che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità” (v. Cass. Ord. 17.7.2008, n. 19769; ord. 4.2.2008, n. 2652; sent. 25.2.2009, n. 4556; SS.UU. 1.10.2007, n. 20603).

Orbene, nessuno dei due motivi in esame risulta formulato nel rispetto della regola appena richiamata.

Inoltre, e più specificamente per ciascuno di essi, deve altresì rilevarsi che con il primo dei motivi articolati con riferimento al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, il ricorrente denuncia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza in ordine alla “inesistenza della prova della data di iscrizione a ruolo” dell’imposta.

Ma la censura, oltre che irrilevante alla luce di quanto innanzi detto in ordine alla natura del termine in questione, è formulata in maniera generica, e non aderente alle risultanze di causa poichè è lo stesso ricorrente a dare atto dell’indicazione temporale (15.11.2000) fornita sin dal giudizio di primo grado dall’Ufficio circa l’iscrizione a ruolo dell’imposta (v. Pag. 3 del ricorso), e del documento allegato a sostegno dell’assunto (estratto di ruolo, v.

pag. 29 del ricorso), tra l’altro relativo a circostanza che evidentemente doveva risultare dalla cartella, avendo il giudicante accertato al riguardo risultare essa completa di “tutti gli elementi” necessari a garantire al contribuente una efficace difesa. Così che è assolutamente e chiaramente implicito nella motivazione da dove la C.T.R. abbia tratto la prova della circostanza controversa (dall’estratto di ruolo e dalla cartella), oggetto di specifico accertamento in sentenza, dopo che ad analoga conclusione era già significativamente pervenuta la C.T.P. sulla base degli stessi elementi di fatto (v. pag. 4 del ricorso) E la genericità della censura, che inevitabilmente concorre a determinarne l’inammissibilità, non può non apparire tanto più grave poichè sul fatto controverso (vale a dire la data di formazione del ruolo), significativamente non figura nemmeno indicata dal contribuente la diversa data altrimenti a lui risultante.

10. Quanto al secondo dei motivi ex art. 360 c.p.c., n. 5, con esso il ricorrente denuncia il vizio di motivazione per “contraddittorietà” con riferimento alla “richiesta di applicazione della riduzione delle sanzioni per l’omessa, preventiva notifica dell’avviso bonario da parte dell’Agenzia delle Entrate”.

Il motivo però risulta formulato in maniera così generica e confusa, da rendere la censura addirittura incomprensibile, oltre tutto senza adeguata specificazione del “fatto controverso” al quale si riferirebbe il vizio dedotto. E ciò tanto più che, come già innanzi rilevato, la domanda di riduzione della sanzione dalla sentenza non risulta affatto proposta dal contribuente e quest’ultimo neanche si è fatto carico di specificare in ricorso (fatto salvo un generico, e pertanto irrilevante, riferimento a pag. 5 ai contenuti dell’atto di appello), gli esatti termini in cui essa sarebbe stata formulata, in tal modo ancor più determinando la difficoltà di comprendere la censura così come fondata su un preteso equivoco del giudice tra “avviso bonario” e “avviso di accertamento”.

11. In chiusura di ricorso richiede il ricorrente la “riforma della sentenza nel capo in cui condanna alle spese il ricorrente”. La richiesta non è correlata alla deduzione di un ulteriore motivo di doglianza, bensì all’auspicato accoglimento dei motivi precedentemente articolati. La mancata realizzazione di tale auspicio, per l’inammissibilità del ricorso che consegue alle considerazioni tutte innanzi svolte, rende inaccoglibile l’istanza, e comporta, per il principio della soccombenza, la condanna del ricorrente al rimborso anche delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 800,00 oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 20 gennaio 2011.

Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2011

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