Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9833 del 19/04/2017

Cassazione civile, sez. trib., 19/04/2017, (ud. 28/03/2017, dep.19/04/2017),  n. 9833

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

Dott. DE MASI Oronzo – rel. Consigliere –

Dott. CARBONE Enrico – Consigliere –

Dott. FASANO Anna Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6728-2013 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

ASSOCIAZIONE ARCI COMITATO TERRITORIALE DI CIVITAVECCHIA,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIOACCHINO GESMUNDO 4, presso

lo studio dell’avvocato GIUSEPPE ZUPO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 39/2012 della COMM.TRIB.REG. di ROMA,

depositata il 16/01/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

28/03/2017 dal Consigliere Dott. ORONZO DE MASI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO RITA;

udito l’Avvocato.

Fatto

RILEVATO

che la Commissione Tributaria Regionale del Lazio ha respinto l’appello dell’Agenzia delle Entrate, nei confronti dell’Associazione ARCI – COMITATO TERRITORIALE DI CIVITAVECCHIA, avverso la sentenza di primo grado, favorevole alla contribuente, la quale aveva impugnato il diniego di iscrizione all’Anagrafe Unica ONLUS;

che il Giudice di appello, per quanto qui d’interesse, ha confermato la decisione della CTP osservando: che per l’esercizio delle attività (assistenza sociale e socio-sanitaria) elencate al D.Lgs. n. 460 del 1997, art. 10, comma 1, lett. a) anche se lo Statuto della Associazione non prevede espressamente l’obbligo di tenere separatamente le scritture contabili, come richiesto dal comma 9 della medesima disposizione, si deve presumere, in difetto di prova contraria, che sia stata regolarmente adottata la doppia contabilità; che trattasi peraltro di questione oggetto di censura inammissibile in quanto proposta dall’Agenzia delle Entrate per la prima volta in appello; che dal verbale di assemblea del 2/1/2007 risulta deliberato l’uso, accanto alla denominazione sociale, dell’acronimo ONLUS; che gli artt. 17 e 20 dello Statuto sono rispettosi del divieto di distribuzione di utili o avanzi di gestione e dell’obbligo di devoluzione del patrimonio in caso di scioglimento dell’ente, secondo quanto disposto dal citato D.Lgs. n. 460 del 1997;

che l’Agenzia delle Entrate ricorre per la cassazione della sentenza, affidandosi a tre motivi, cui la contribuente resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che parte ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omessa motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, giacchè la CTR ha trascurato di considerare la contestazione, pure riportata nella motivazione del provvedimento impugnato, circa l’attività dell’Associazione la quale, statutariamente, non risulta “espressamente” rivolta al perseguimento di finalità solidarietà sociale, in quanto non diretta “esclusivamente” a beneficio di soggetti svantaggiati, essendo erronea la convinzione del giudicante di attribuire rilievo assorbente all’appartenenza dell’ente alle associazioni di promozione sociale riconosciute dal Ministero dell’Interno; che con il secondo motivo deduce ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione del D.Lgs. n. 460 del 1997, art. 10, comma 1, lett. c), giacchè la CTR non ha considerato che le ONLUS parziali sono enti per i quali non vige il principio di esclusività e possono svolgere anche attività diverse da quelle tipiche di siffatte organizzazioni, ma devono pur sempre rispettare tutti gli altri requisiti imposti dal legislatore, senza alcun automatismo discendente dall’intervenuto riconoscimento ministeriale;

che con il terzo motivo deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione del D.Lgs. n. 460 del 1997, art. 10, comma 1, lett. f) e dell’art. 2697 c.c., giacchè la CTR non ha considerato che l’art. 20 dello Statuto non è conforme a quanto richiesto dalla norma mancando il riferimento alle ONLUS quali esclusive destinatarie della devoluzione dei beni, in caso di scioglimento dell’associazione, ed alla necessità di sentire l’organismo di controllo istituito con D.C.P.M. 26 settembre 2000 (G.U. n. 229/2000), di cui alla L. n. 662 del 1996, art. 3, comma 190;

che i primi due motivi, scrutinabili congiuntamente, in quanto tra loro strettamente connessi, sono infondati;

che il D.Lgs. n. 460 del 1997, art. 10, comma 9, quanto alle ivi richiamate associazioni di promozione sociale, ricomprese tra gli enti di cui alla L. n. 287 del 1991, art. 3, comma 6, lett. e), disciplina un’eccezione al principio, previsto dal citato art. 10, comma 1, lett. c), secondo il quale è vietato alle ONLUS svolgere attività diverse da quelle relative ai settori per esse tassativamente elencati dello stesso art. 10, comma 1, lett. a);

che, infatti, alle associazioni in questione è consentito svolgere anche attività non riconducibili fra quelle proprie degli undici settori elencati al D.Lgs. n. 460 del 1997, art. 10, comma 1, lett. a), e di configurarsi come ONLUS solo parzialmente, cioè limitatamente alle attività svolte nell’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale nei settori espressamente indicati nell’anzidetto art. 10, comma 1, lett. a);

che, pertanto, i soggetti di cui trattasi possono accedere al regime tributario di favore previsto per le ONLUS limitatamente ai predetti settori, a condizione che per tali attività siano rispettati i requisiti statutari ed i vincoli sostanziali imposti dal D.Lgs. n. 460 del 1997, art. 10 fatta ovviamente eccezione per la prescrizione di cui al citato art. 10, comma 1, lett. c);

che le doglianze oggetto dei suesposti motivi di ricorso non hanno pregio perchè non tengono in alcun conto la previsione dell’art. 10, comma 4 che richiama le attività di cui agli undici settori elencati al comma 1, lett. a) (tra i quali, per quanto qui rileva, quello dell’ “assistenza sociale e socio-sanitaria”), per i quali si prescinde dalle condizioni previste dal comma 2, che contiene il riferimento alle persone svantaggiate;

che, infatti, come questa Corte ha avuto modo di affermare, “il legislatore delegato si è… limitato ad individuare i settori in ordine ai quali la finalità solidaristica, anzichè essere collegata alla condizione dei destinatari delle prestazioni, è ritenuta ex ante sussistente dal legislatore stesso, che la considera cioè immanente alle attività indicate, in tali casi, pertanto, lo scopo di solidarietà, e quindi la detta situazione di svantaggio, lungi dal non essere richiesta (in quanto ciò contrasterebbe con l’intero impianto normativo e con la sua ratio, oltre che, prima ancora, con la legge delega), costituisce il presupposto implicito essenziale delle attività in questione” (Cass. n. 18396/2015);

che la CTR ha valutato gli elementi probatori acquisiti agli atti di causa, e non soltanto l’esistenza del riconoscimento delle finalità assistenziali da parte del Ministero dell’Interno, sicchè le censure dell’Agenzia non possono riaprire, in sede di legittimità, una valutazione di merito, motivatamente operata dal giudice tributario, anche in relazione al rispetto della regola della contabilità separata, considerato che, avuto riguardo alla data di pubblicazione della sentenza conclusiva del giudizio di merito, trova applicazione l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella nuova formulazione introdotta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b), la quale ha ridotto, com’è noto, il sindacato di legittimità sulla motivazione (Cass. S.U. n. 8053/2014);

che va disatteso anche il terzo motivo di doglianza;

che, infatti, la conformità delle previsioni statutarie o dell’atto costitutivo al dettato normativo non richiede l’uso di una predeterminata formulazione letterale delle clausole alla luce del principio di diritto, affermato dalle Sezioni Unite della Corte nella sentenza n. 23207/2009, secondo cui il D.Lgs. n. 460 del 1997, art. 10, comma 1, lett. f) “pur esigendo l’espressa previsione, nello statuto o nell’atto costitutivo, dell’obbligo di devolvere il patrimonio dell’organizzazione secondo le modalità ivi stabilite, non impone la pedissequa riproduzione del testo normativo, essendo sufficiente che la devoluzione del patrimonio, per il caso di scioglimento della Onlus, sia regolata in conformità allo stesso, anche mediante una diversa formulazione letterale della clausola; spetta, poi, al giudice del merito valutare la conformità della clausola statutaria alla disposizione di legge”;

che la CTR ha esplicitato, con adeguata motivazione, le ragioni per le quali non difetta, nel caso di specie, una espressa previsione tanto per il reimpiego degli utili, quanto per gli avanzi di gestione a fini di realizzazione degli scopi istituzionali, avuto riguardo al contenuto delle clausole dello Statuto dell’Associazione, distinte con il n. 17 ed il n. 20 – quest’ultima, in chiusura, recita “… e in armonia a quanto disposto al riguardo dal D.Lgs. n. 460 del 1997” – per cui non può chiedersi al giudice di legittimità di sovrapporre una propria diversa valutazione a quella, del tutto legittima, del giudice di merito, non essendo il giudizio per cassazione un terzo grado di merito (Cass. S.U. n. 24148/2013);

che le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo;

che non sussistono le condizioni di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, in quanto risulta soccombente una amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato.

PQM

La Corte, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre rimborso delle spese forfettarie nella misura del 15 per cento ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 28 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 aprile 2017

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