Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9829 del 04/05/2011

Cassazione civile sez. lav., 04/05/2011, (ud. 23/02/2011, dep. 04/05/2011), n.9829

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BATTIMIELLO Bruno – Presidente –

Dott. LA TERZA Maura – Consigliere –

Dott. TOFFOLI Saverio – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 4903/2010 proposto da:

M.A., elettivamente domiciliato in Roma, Via di Trasone n.

12, presso lo studio dell’Avv. Gerardo Forgione, rappresentato e

difeso dall’Avv. MARRUZZO Ettore, per procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Viale Mazzini n. 134,

presso lo studio dell’avv. FIORILLO Luigi, che la rappresenta e

difende per procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

per la revocazione della sentenza n. 3260/2009 della Corte di

Cassazione, depositata in data 10.2.2009;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

giorno 23.02.2011 dal Consigliere Dott. Giovanni Mammone;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

DESTRO Carlo.

Fatto

RITENUTO IN FATTO E DIRITTO

1.- Con ricorso al giudice del lavoro di Avellino, M.A., sostenendo di essere stato inserito fra 1 dipendenti collocati in mobilità ex lege n. 223 del 1991 da Poste Italiane spa solo in virtù del criterio concordato a livello collettivo della maggiore prossimità alla pensione e che la collocazione in mobilità era illegittima in quanto nell’area professionale di appartenenza (Q1) per la Regione (Campania non risultavano eccedenze, chiedeva che fosse dichiarato inefficace il licenziamento successivamente intimatogli ai sensi della L. n. 223 del 1991, artt. 4 e 24.

2.- Accolta la domanda e proposto appello da Poste Italiane, la (Corte di appello di Napoli rigettava l’impugnazione, ravvisando l’insufficienza della comunicazione di avvio della procedura di licenziamento collettivo, inviata ai sensi della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 3, nella sostanza rilevando la mancata ottemperanza della parte datoriale all’obbligo di informativa.

3.- Proponeva ricorso per cassazione Poste Italiane spa con dieci motivi.

(Con sentenza 10.2.09 n. 3260 la (Corre di cassazione, esaminando in unico contesto detti motivi, riteneva fondato il ricorso e, accolta l’impugnazione, pronunziava nel merito, rigettando la domanda.

Per quanto qui rileva, la Corte di cassazione enunciava il principio che, in tema di verifica del rispetto delle regole procedurali dettate per i licenziamenti collettivi, la sufficienza dei contenuti della comunicazione preventiva di cui alla L. n. 223, art. 4, comma 3, deve essere valutata in relazione ai motivi della riduzione di personale, sottratti al controllo giurisdizionale, in modo che, nel caso di progetto imprenditoriale diretto a ridimensionare l’organico aziendale al fine di diminuire il costo del lavoro, l’imprenditore può limitarsi ad indicare il numero complessivo dei lavoratori eccedenti, suddiviso tra i diversi profili professionali, tanto più se si esclude qualsiasi limitazione del controllo sindacale e se l’accordo con i sindacati all’esito della procedura è che, nell’ambito delle misure idonee a ridurre l’impatto sociale dei licenziamenti, debba essere adottato il criterio di scelta del possesso dei requisiti per l’accesso alla pensione.

4.- M. proponeva ricorso per la revocazione della sentenza di legittimità. Rispondeva con controricorso Poste Italiane spa.

Il Consigliere relatore depositava relazione ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., la quale era comunicata al Procuratore generale ed era notificata ai difensori costituiti.

Il ricorrente ha depositato memoria.

5.- Con il ricorso si sostiene che il Collegio decidente sarebbe incorso in errore di fatto, in quanto non avrebbe tenuto conto che, mentre con l’accordo sindacale del 17.10.01 conclusivo della procedura di consultazione il personale eccedentario era stato individuato in tutto il personale in possesso dei requisiti pensionistici, successivamente, con lettera del 19.10.71 (e quindi a distanza di soli due giorni) la società, per assicurare la salvaguardia della struttura aziendale, aveva comunicato numero e nominativo dei lavoratori da trattenere comunque in servizio, nonostante fossero in possesso dei requisiti che per i quali ne era prevista l’eccedenza.

Parte ricorrente, dunque, chiede la revocazione della sentenza in quanto detta circostanza, se presa in considerazione, sarebbe stata idonea a travolgere la ragione giuridica sulla quale si regge l’inesistenza dell’eccedenza ed avrebbe escluso il presupposto essenziale per il legittimo esercizio del potere di recesso, così comportando l’illegittimità del licenziamento.

6.- Il ricorso è inammissibile.

7.- Dalla lettura della sentenza impugnata emerge che il Collegio, nel sintetizzare il nono motivo di impugnazione di Poste Italiane, testualmente ha evidenziato che “la ricorrente – denunziando violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., e segg., in ordine all’interpretazione dell’accordo sindacale del 17.10.01 (che determina i criteri di scelta dei lavoratori …) – addebita alla Corre d’appello di Napoli la pretesa di interpretare l’accordo sindacale come se da esso discendesse non solo il criterio di individuazione dei potenziali destina tari del provvedimento espulsivo, ma anche una preclusione per il datore di lavoro di salvare almeno temporaneamente alcuni di tali destinatari e, quindi, un vincolo di licenziare tutti 1 lavoratori così individuati” (pagg.

10-11).

Lo stesso Collegio, inoltre, esaminando il decimo motivo di ricorso pone in rilievo che parte ricorrente, nel dedurre il vizio di motivazione “con riguardo alla pretesa rilevanza del differimento temporale di alcuni licenziamenti”, rileva che “se anche tutti i lavoratori fossero stati licenziati allo stesso tempo, se cioè si fossero date le condizioni che il giudice di appello ipotizza per la liceità dei licenziamenti collettivi, nulla sarebbe cambiato nella posizione del ricorrente” (pag. 11, in conclusione).

Da tale sintesi emerge che la circostanza che si assume non presa in considerazione (esclusione dal trasferimento di alcuni lavoratori aventi i requisiti fissati in sede di accordo) era a conoscenza del Collegio giudicante al momento di esaminare i motivi in questione.

8.- Quanto alla omessa valutazione della pur evidenziata circostanza, deve rilevarsi che la configurabilità dell’errore revocatorio presuppone un errore di fatto, che si configura ove la decisione sia fondata sull’affermazione di esistenza od inesistenza di un qualcosa che la realtà effettiva, quale documentata in atti, induce ad escludere o ad affermare; non anche quando la decisione della Corte sia conseguenza di una pretesa errata valutazione od interpretazione dei motivi del ricorso (giurisprudenza consolidata, v. per tutte se sentenze di questa Corte 24.4.06 n. 9533, 28.6.05 n. 13915 e 15.5.02 n. 7064), e ciò perchè l’attività interpretativa del giudice circa la domanda a lui sottoposta costituisce parte del giudizio stesso, quale sua imprescindibile premessa, e non è riconducibile al fatto.

Essendo l’odierna censura invece indirizzata alla contestazione della valutazione di diritto del giudice di legittimità, il ricorso deve essere ritenuto inammissibile.

9.- Le spese del giudizio, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, che liquida in Euro 30,00 (trenta) per esborsi ed in Euro 2.000,00 (duemila) per onorari, oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A..

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 4 maggio 2011

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