Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 982 del 17/01/2017

Cassazione civile, sez. lav., 17/01/2017, (ud. 28/09/2016, dep.17/01/2017),  n. 982

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. NEGRI DELLE TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15274 – 2014 proposto da:

L.B.D. C.F. (OMISSIS), G.S. C.F. (OMISSIS),

Q.G. C.F. (OMISSIS), domiciliati in ROMA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

rappresentata e difesa dall’avvocato ANGELO PETRALIA, giusta delega

in atti;

– ricorrenti –

contro

SICURCENTEP S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentate pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, LARGO

LUIGI ANTONELLI, 10, presso lo studio dell’avvocato ANDREA COSTANZO,

rappresentata e difesa dall’avvocato MASSIMILIANO MARINELLI, giusta

delega in atti;

– controricorrente –

nonchè contro

I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE C.F. (OMISSIS),

in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura

Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati

ANTONINO SGROI, LELIO MARITATO, SCIPLINO ESTER ADA, EMANUELE DE

ROSE, GIUSEPPE MATANO, CARLA D’ALOISIO, giusta delega in calce alla

copia notificata dei ricorso;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2379/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 26/11/2013 r.g.n. 1899/12;

udita la relazione iella causa svolta nella pubblica udienza del

28/09/2016 dal Consigliere Dott. NEGRI DELLA TORRE PAOLO;

udito l’Avvocato PETRALIA ANGELO;

udito l’Avvocato MATANO GIUSEPPE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO RITA, che ha concluso per il rigetto dei ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 2379/2013, depositata il 26 novembre 2013, la Corte di appello di Palermo, in accoglimento del gravame di Sicurcenter S.p.A. e in riforma della sentenza di primo grado del Tribunale di Palermo, respingeva le domande proposte, unitamente ad altri lavoratori, da L.B.D., G.S. e Q.G., domande dirette alla dichiarazione di inefficacia, e comunque di illegittimità, con le pronunce conseguenti, del licenziamento collettivo per riduzione del personale loro intimato con lettera del 12 maggio 2009.

La Corte osservava come la società avesse adeguatamente dimostrato che la decisione di restringere l’applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori da collocare in mobilità a quelli soltanto in servizio presso la sede di Palermo rispetto al più ampio complesso aziendale (che comprendeva anche le sedi di Messina e di Cosenza) fosse sostenuta da precise esigenze tecnico – produttive e organizzative e cioè, in particolare, il fatto che a far data dal 31/1/2009 la locale Azienda dei servizi ambientali (AMIA), presso la quale erano addette oltre cinquantacinque unità lavorative, aveva receduto dal contratto già da tempo in essere per la fornitura di servizi di vigilanza e che il decreto prefettizio per l’autorizzazione allo svolgimento dell’attività di guardia giurata ha efficacia limitata al solo territorio provinciale di competenza dell’autorità che lo emana, richiedendosi, per l’eventuale rilascio di un nuovo titolo relativo ad un diverso ambito territoriale, un’attesa non inferiore a novanta giorni.

La Corte osservava inoltre, a sostegno della propria decisione, che non era rinvenibile nella concreta procedura esaminata alcuna violazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, avendo la società puntualmente indicato, nelle comunicazioni finali, la graduatoria dei lavoratori collocati in mobilità con specifica indicazione del punteggio assegnato a ciascuno e dei criteri adottati per la predisposizione della stessa; e che da una lettura complessiva della comunicazione di avvio della procedura era dato desumere che la Sicurcenter S.p.A. aveva compiutamente illustrato le ragioni che non consentivano il ricorso a soluzioni alternative al licenziamento collettivo.

Hanno proposto ricorso per la cassazione della sentenza, con sette motivi, L.B., G. e Q.; la società ha resistito con controricorso, illustrato da memoria. E’ in atti delega dell’INPS ai propri difensori.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

I ricorrenti censurano la sentenza impugnata: 1) con il primo e con il secondo motivo, rispettivamente ex art. 360, n. 3 e n. 5, per non avere ritenuto, in violazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 3, elemento essenziale della comunicazione di avvio della procedura di mobilità l’indicazione delle ragioni poste alla base della limitazione dei licenziamenti ad una unità operativa dell’azienda piuttosto che a tutto il complesso aziendale e per omesso esame circa la reale completezza in tal senso della medesima comunicazione; 2) con il terzo e con il quarto motivo, rispettivamente ex art. 360, n. 3 e n. 5, per aver considerato, in violazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, valido motivo tecnico-produttivo ed organizzativo, per validamente limitare i licenziamenti ad una sede aziendale, piuttosto che all’intero complesso aziendale, la tempistica burocratica per ottenere un decreto prefettizio di trasferimento delle guardie giurate in altra provincia e per avere omesso l’esame della effettiva necessità di un’attesa non inferiore ai novanta giorni per il rilascio di tale decreto; 3) con il quinto e con il sesto motivo, rispettivamente ex art. 360, n. 3 e n. 5, per non aver considerato, in violazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, elemento essenziale delle comunicazioni finali della procedura di mobilità l’indicazione delle ragioni tecnico – produttive ed organizzative poste alla base della decisione di limitare i licenziamenti ad una unità operativa aziendale, piuttosto che all’intero complesso aziendale, e per omesso esame circa la reale indicazione di tali ragioni nelle medesime comunicazioni; 4) con il settimo motivo, ex art. 360, n. 3, per avere omesso di pronunziarsi, in violazione dell’art. 277 c.p.c., sulla domanda proposta con appello incidentale e relativa alla quantificazione della retribuzione globale di fatto cui parametrare il risarcimento del danno per ciascun lavoratore.

Ciò premesso, si rileva che il ricorso, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 1, deve essere dichiarato improcedibile.

Esso, infatti, risulta notificato alla Sicurcenter S.p.A. il 26 maggio 2014 e depositato il 17 giugno 2014, oltre il termine di venti giorni stabilito dalla norma.

Come più volte precisato da questa Corte, l’improcedibilità del ricorso per omesso deposito nel termine stabilito dall’art. 369 c.p.c. è rilevabile anche di ufficio; inoltre, l’improcedibilità non è esclusa dalla costituzione del resistente, atteso che il principio stabilito dall’art. 156 c.p.c. – di non rilevabilità della nullità di un atto per avvenuto raggiungimento dello scopo attiene esclusivamente alle ipotesi di inosservanza di forme in senso stretto e non di termini perentori, per i quali vigono apposite e separate disposizioni: Cass. n. 12894/2013 (ord.); conforme n. 1325/2015.

Nè rileva, in senso contrario, che il ricorso sia stato inoltrato all’INPS a mezzo del servizio postale il 26 maggio 2014 e che il relativo procedimento notificatorio si sia perfezionato il 29 successivo (come sembra doversi desumere dal timbro apposto sulla prima pagina del ricorso, prodotta in copia insieme con la procura speciale dell’Istituto ai propri difensori), posto che il termine, di cui all’art. 369 c.p.c., come egualmente precisato da questa Corte (Cass. n. 26773/2009; conforme n. 7194/2016), decorre dalla data della notificazione effettuata nei confronti della controparte sostanziale, unica legittimata ed interessata a contraddire, restando irrilevanti le eventuali successive notifiche effettuate nei confronti di soggetti che non rivestono tale qualità. Sebbene il rilievo di improcedibilità del ricorso abbia natura preliminare e assorbente, ritiene il Collegio di precisare che i motivi, in cui lo stesso si articola, risultano comunque inammissibili o infondati.

In particolare, sono da ritenere inammissibili i motivi secondo, quarto e sesto, atteso che gli stessi non si conformano al modello del nuovo vizio “motivazionale”, di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, quale riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134, pur in presenza dì sentenza di appello depositata successivamente all’entrata in vigore (11 settembre 2012) della novella legislativa, e quale precisato nei suoi perimetri applicativi dalla giurisprudenza di questa Corte a Sezioni Unite (sentenza n. 8053/2014).

Sono da ritenere altresì inammissibili il primo motivo, per difetto di autosufficienza del ricorso, non risultando indicato in quale atto del giudizio di merito la questione, che ne forma l’oggetto, e non trattata nella sentenza di secondo grado, sia stata posta; ed il settimo motivo, in quanto relativo a questione (la quantificazione della retribuzione globale di fatto a cui parametrare il risarcimento del danno) conseguente ad un eventuale accoglimento delle domande dei ricorrenti, domande che invece la Corte di appello ha ritenuto infondate, con conseguente pronuncia di assorbimento delle ragioni dell’appello incidentale.

Risultano poi infondati il terzo e il quinto motivo di ricorso.

Quanto al terzo, si rileva che la Corte ha fatto corretta applicazione del principio, secondo il quale, in tema di licenziamento collettivo per riduzione del personale, la platea dei lavoratori interessati alla riduzione di personale può essere limitata agli addetti ad un determinato reparto o settore, ove ricorrano oggettive esigenze tecnico produttive, restando onere del datore di lavoro provare il fatto che giustifica il più ristretto ambito nel quale la scelta è stata effettuata (Cass. n. 4678/2015; n. 203/2015; n. 22655/2012; n. 2429/2012): onere che il giudice di merito ha ritenuto assolto dalla società mediante adeguata dimostrazione che la decisione di restringere l’applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori da collocare in mobilità ai soli dipendenti in servizio presso la sede di Palermo, e pertanto ad un ambito più limitato rispetto al complesso aziendale, è avvenuto non in base ad una determinazione della stessa società unilaterale ed estemporanea ma quale portato ultimo di una ponderata predeterminazione del campo di selezione giustificata dalle esigenze tecnico – produttive ed organizzative che avevano dato luogo alla riduzione di personale.

Con riferimento infine al quinto motivo, si rileva che ne è palese l’infondatezza, posto che la limitazione dei licenziamenti ad una delle unità operative, in luogo della loro estensione all’intero complesso aziendale, non integra uno dei criteri di scelta le cui modalità applicative devono essere oggetto di comunicazione ai sensi della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, ma si colloca, per così dire, “a monte” rispetto all’applicazione di tali criteri, definendo l’ambito soggettivo cui essi devono trovare applicazione.

Quanto al regolamento delle spese giudiziali, sono a carico dei ricorrenti, in solido tra loro, quelle sole sostenute da Sicurcenter S.p.A., così come liquidate in dispositivo.

Nulla, a tale titolo, è invece dagli stessi dovuto all’INPS.

Al riguardo si deve osservare che nel giudizio promosso dal lavoratore subordinato contro il datore di lavoro (anche per la regolarizzazione della posizione assicurativa e pensionistica) non sussiste l’esigenza dell’integrazione del contraddittorio nei confronti dei soggetti del rapporto previdenziale, qualora venga in contestazione soltanto il rapporto di lavoro o qualche suo elemento, atteso che in tal caso, inerendo la controversia al rapporto di lavoro come presupposto che condiziona il rapporto previdenziale, si è in presenza di cause scindibili e di un mero litisconsorzio facoltativo, ai sensi degli artt. 103 e 332 c.p.c. (Cass. n. 1013/2003).

Come precisato da questa Corte, “in un giudizio svoltosi con pluralità di parti in cause scindibili ai sensi dell’art. 332 c.p.c., cioè cause cumulate nello stesso processo per un mero rapporto di connessione, la notificazione dell’impugnazione (nella specie, l’appello) e la sua conoscenza assolvono alla funzione di litis denuntiatio, così da permettere l’attuazione della concentrazione nel tempo di tutti i gravami contro la stessa sentenza. In tal caso, pertanto, il destinatario della notificazione non diviene per ciò solo parte nella fase di impugnazione e, quindi, non sussistono i presupposti per la pronuncia a suo favore della condanna alle spese a norma dell’art. 91 c.p.c., che esige la qualità dì parte, e perciò una vocatio in ius, e la soccombenza (Cass. n. 2208/2012; conforme n. 13355/2015).

PQM

La Corte dichiara il ricorso improcedibile; condanna i ricorrenti al pagamento alla controricorrente delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 100,00 per esborsi e in Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 28 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 gennaio 2017

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