Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9803 del 19/04/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 19/04/2017, (ud. 20/02/2017, dep.19/04/2017),  n. 9803

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PICCININNI Carlo – Presidente –

Dott. VIRGILIO Biagio – rel. Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

G.C., elettivamente domiciliato in Roma, via Giuseppe

Pisanelli n. 2, presso l’avv. Francesca Romana Fuselli,

rappresentato e difeso dagli avvocati Flavia Mangiacotti e Paola

Ruggieri Fazzi, giusta delega in atti;1:t

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Puglia, sez. staccata di Lecce, n. 241/22/09, depositata il 26

giugno 2009.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20 febbraio 2017 dal Relatore Cons. Biagio Virgilio.

Fatto

RILEVATO

che:

G.C. ha proposto ricorso per cassazione, sulla base di quattro motivi, avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Puglia, sez. staccata di Lecce, indicata in epigrafe, con la quale, in accoglimento dell’appello dell’Ufficio, è stata affermata la legittimità dell’avviso di accertamento emesso nei confronti del contribuente, venditore ambulante, a titolo di IRPEF ed ILOR per il 1990, per maggior reddito d’impresa conseguente al disconoscimento di costi documentati da fatture concernenti acquisti di olio dalla M.I.O. srl, ritenuti operazioni inesistenti;

il giudice d’appello ha affermato, in sintesi, la sussistenza di presunzioni gravi, precise e concordanti idonee a far ritenere che gli acquisti del G. siano stati del tutto fittizi e finalizzati a consentire alla M.I.O. s.r.l. di giustificare la vendita di olio e ottenere i relativi premi comunitari;

l’Agenzia delle entrate ha resistito con controricorso;

il ricorso è stato fissato in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., comma 2 e dell’art. 380-bis c.p.c., comma 1, introdotti dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis convertito, con modificazioni, dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo il ricorrente denuncia la contraddittorietà della motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’accertamento della prova del maggior reddito accertato;

con il secondo motivo è denunciata la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, commi 2 e 3 e della L. n. 212 del 2000, art. 7 formulando il quesito se “l’atto (p.v.c.) relativo ad un soggetto terzo su cui l’Ufficio ha fondato, con una motivazione per relationem, il suo accertamento, mai notificato alla parte, costituisce motivo di nullità dell’atto di accertamento”;

la terza censura concerne la violazione e falsa applicazione della norma di divieto della praesumptio de praesumpto e si conclude con il quesito se “la presenza di una contabilità regolare può legittimare un accertamento di tipo induttivo nei confronti del contribuente”;

con il quarto motivo, infine, viene denunciata l’omessa motivazione circa un fatto decisivo e la violazione e falsa applicazione di legge in relazione all’art. 112 c.p.c. per mancata corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato;

tutti i motivi sono inammissibili per la mancanza dei requisiti prescritti per la loro formulazione dall’art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis in relazione alla data di deposito della sentenza impugnata;

secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, infatti, la norma richiede: a) quanto alle censure di violazione di legge, la formulazione di un quesito di diritto, intermini tali da costituire una sintesi logico-giuridica della questione, così da consentire al giudice di legittimità di enunciare una regula iuris suscettibile di ricevere applicazione anche in casi ulteriori rispetto a quello deciso dalla sentenza impugnata, per cui è inammissibile il motivo di ricorso sorretto da quesito la cui formulazione si riveli inadeguata a chiarire l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in riferimento alla concreta fattispecie e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare (per tutte, cass. sez. un., n. 26020 del 2008 e n. 19444 del 2009); b) in ordine a censure di vizi motivazionali, la chiara e sintetica indicazione – che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo – del fatto controverso in riferimento al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, o delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della stessa la rende inidonea a giustificare la decisione (tra le tante, cass. nn. 2652 e 8897 del 2008, 27680 del 2009, 5858 del 2013);

è agevole rilevare che il secondo e il terzo motivo sono corredati di quesiti di diritto palesemente non rispondenti, per la loro assoluta genericità, ai requisiti sopra menzionati sub a), e che il primo e il quarto motivo sono del tutto privi della chiara e sintetica indicazione richiesta dalla norma per le censure di vizi di motivazione, nonchè, il quarto, del quesito di diritto relativo alla denunciata violazione dell’art. 112 c.p.c.;

il ricorso, in conclusione, deve essere dichiarato inammissibile;

le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, che liquida in Euro 4000,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 20 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 aprile 2017

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