Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9799 del 14/04/2021

Cassazione civile sez. I, 14/04/2021, (ud. 19/11/2020, dep. 14/04/2021), n.9799

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 12734/2019 R.G. proposto da:

A.R., rappresentato e difeso dall’Avv. Roberto Ricciardi, con

domicilio in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria civile della

Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., rappresentato e

difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, con domicilio legale in

Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Bari n. 707/19,

depositata il 20 marzo 2019.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 19 novembre

2020 dal Consigliere Dott. Guido Mercolino.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza del 20 marzo 2019, la Corte d’appello di Bari ha rigettato il gravame interposto da A.R., cittadino del (OMISSIS), avverso l’ordinanza emessa il 25 settembre 2017 dal Tribunale di Bari, che aveva rigettato la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e, in subordine, della protezione sussidiaria o del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposta dall’appellante.

Premesso che l’appellante aveva riferito di essere stato costretto ad allontanarsi dal suo Paese di origine per motivi economici, avendo contratto debiti ed essendo preoccupato per la propria incolumità nel caso in cui non fosse riuscito ad adempierli, la Corte ha ritenuto non credibile la vicenda narrata, non essendo stata specificata l’entità dei debiti, non essendo stata dimostrata l’impossibilità di trasferire altrove la propria famiglia e non essendo stato documentato l’invio di denaro per provvedere al pagamento. Ha concluso pertanto per la riconducibilità dell’espatrio a ragioni puramente economiche, evidenziando anche la genericità delle allegazioni relative alla situazione d’instabilità esistente nel Paese di origine, ed escludendo comunque che nello stesso fosse in atto un conflitto armato. Ha conseguentemente confermato l’insussistenza dei presupposti necessari per il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, osservando, in ordine alla protezione umanitaria, che le ragioni addotte a sostegno della domanda non rivestivano un carattere di gravità tale da consentire di ravvisare una condizione di vulnerabilità.

3. Avverso la predetta sentenza l’ A. ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo. Il Ministero dell’interno ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico, complesso motivo d’impugnazione, il ricorrente denuncia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, censurando la sentenza impugnata per aver rigettato la domanda di riconoscimento della protezione sussidiaria ed umanitaria, senza procedere alla necessaria valutazione in ordine al livello d’integrazione sociale da lui raggiunto in Italia ed al confronto tra lo stesso e la condizione di vulnerabilità in cui versava nel suo Paese di origine. Premesso di trovarsi in Italia fin dal 2014 e di aver ivi raggiunto un alto livello d’integrazione, grazie anche alla sua giovane età, afferma di aver stipulato un regolare contratto di lavoro e di aver imparato la lingua italiana, sostenendo che il rimpatrio lo esporrebbe a condizioni di vita incompatibili con l’esercizio dei diritti fondamentali. Il ricorrente denuncia inoltre la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3, 5, 7 e art. 14, lett. c), osservando che, nell’escludere la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, la sentenza impugnata si è limitata ad esaminare le motivazioni da lui addotte a giustificazione dell’abbandono del Paese di origine, trascurando la situazione d’instabilità socio-politica e di violenza indiscriminata attualmente esistente nel Bangladesh, teatro di conflitti interni non controllati dalle forze di polizia. Lamenta, al riguardo, anche l’inadempimento dei doveri di cooperazione istruttoria officiosa e di completa acquisizione documentale di cui al D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, affermando che ai fini degli stessi non assumono alcun rilievo le considerazioni svolte dalla Corte territoriale in ordine alla credibilità delle dichiarazioni da lui rese.

1.1. Il motivo è infondato.

In tema di protezione internazionale, la valutazione comparativa della situazione oggettiva e soggettiva in cui il richiedente versava prima dell’abbandono del Paese di origine e del livello d’integrazione economica e sociale da lui raggiunto nel Paese di accoglienza è infatti richiesta esclusivamente ai fini del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, ai sensi del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, dovendosi accertare se il rimpatrio possa comportare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della libertà personale (cfr. Cass., Sez. I, 14/08/2020, n. 17130; 23/02/ 2018, n. 4455). Il riconoscimento della protezione sussidiaria presuppone invece che il richiedente sia esposto al rischio di un danno grave, configurabile soltanto nel caso in cui il rimpatrio lo esporrebbe ad una delle situazioni specificamente previste dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ed in particolare ad uno stato di violenza indiscriminata, derivante da un conflitto armato interno o internazionale, tale da rappresentare una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona. In mancanza di tale conflitto, configurabile soltanto ove siano in atto scontri tra Stati diversi o tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati o tra due o più gruppi armati (cfr. Corte di Giustizia UE, sent. 30/01/2014, in causa C-285/12; Cass., 17/07/ 2020, n. 15317; Cass., Sez. I, 8/07/2019, n. 18306), non può quindi essere riconosciuta la protezione sussidiaria, ma può residuare solo uno spazio per la concessione di quella umanitaria, purchè la situazione d’instabilità politico-sociale esistente nel Paese di origine si traduca per il richiedente nella privazione o in una grave limitazione dei diritti fondamentali, in ragione di una sua particolare condizione di vulnerabilità. L’accertamento di un contesto di generale e non specifica compromissione del godimento dei diritti umani, così come l’astratta ed isolata considerazione del livello d’integrazione economica e sociale raggiunto in Italia, non è infatti sufficiente a giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria, non essendo ipotizzabile un obbligo dello Stato italiano di garantire parametri di benessere economico e sociale (cfr. Cass., Sez. Un., 13/11/2019, n. 29459; Cass., Sez. II, 10/09/2020, n. 18783; Cass., Sez. I, 7/02/2019, n. 3681): nessun rilievo può pertanto assumere una situazione di svantaggio economico o anche di estrema povertà del richiedente, a meno che non si tratti di uno stato di assoluta ed inemendabile indigenza, tale da impedirgli di far fronte alle proprie necessità, per ragioni legate al contesto politico-sociale del Paese di origine o a circostanze eccezionali (quali calamità naturali, disastri o congiunture economiche particolarmente sfavorevoli) (cfr. Cass., Sez. III, 6/11/2020, n. 24904; Cass., Sez. II, 13/08/2020, n. 17118).

A tali principi, più volte ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità, si è puntualmente attenuta la sentenza impugnata, ai fini dell’esclusione del diritto del ricorrente al riconoscimento sia della protezione sussidiaria che di quella umanitaria: richiamate per un verso le informazioni relative al Bangladesh, fornite da fonti internazionali autorevoli ed aggiornate, secondo cui in quel Paese non è in atto un conflitto armato, ma solo una situazione d’instabilità politica e sociale, la Corte territoriale ha infatti escluso correttamente la configurabilità della fattispecie di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c); rilevate per altro verso la genericità degli elementi allegati dal richiedente in ordine alla predetta situazione d’instabilità e l’inidoneità degli stessi ad evidenziare una condizione di vulnerabilità personale, ha poi escluso condivisibilmente la sussistenza dei motivi di carattere umanitario necessari per l’applicazione della misura residuale di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c). Tale apprezzamento, congruamente motivato, non può ritenersi inficiato dall’omessa valutazione del livello d’integrazione raggiunto dal ricorrente in Italia, trattandosi, come si è detto, di un elemento irrilevante ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, nonchè inidoneo a giustificare il riconoscimento di quella umanitaria, se non posto a confronto con una situazione di vulnerabilità personale emergente dalle precedenti condizioni di vita del richiedente. Tali condizioni, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa del ricorrente, non sono state affatto ritenute insussistenti dalla sentenza impugnata, la quale, nel ritenere non credibili le dichiarazioni rese a sostegno della domanda, non ha inteso riferirsi allo stato di povertà ed indebitamento familiare allegato dal richiedente, ma esclusivamente ai timori da quest’ultimo prospettati per l’ipotesi di mancato pagamento dei debiti, evidentemente ai fini dell’esclusione della configurabilità della fattispecie di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b). Ciò che ha indotto il Tribunale a ritenere insussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria è stata invece la genericità delle allegazioni relative alla situazione d’instabilità esistente nel Paese di origine, e la conseguente impossibilità di ravvisare una condizione di vulnerabilità personale del richiedente, ricollegabile ad uno stato di privazione dei diritti fondamentali: incensurabile risulta pertanto anche il mancato esercizio da parte del Tribunale dei poteri istruttori ufficiosi conferitigli dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, la cui previsione, operando esclusivamente sul piano della prova, non dispensa il richiedente dall’onere di allegazione dei fatti rilevanti ai fini dell’accoglimento della domanda, che devono risultare adeguatamente circostanziati, pena l’impossibilità per il giudice d’introdurli d’ufficio nel giudizio (cfr. Cass., Sez. II, 14/08/2020, n. 17185; Cass., Sez. I, 31/01/2019, n. 3016; Cass., Sez. VI, 28/09/2015, n. 19197).

2. Il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.

PQM

rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 19 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 aprile 2021

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