Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9760 del 18/04/2017

Cassazione civile, sez. VI, 18/04/2017, (ud. 02/03/2017, dep.18/04/2017),  n. 9760

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10236-2016 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

METAL HOUSE S.R.L., – C.F. e P.I. (OMISSIS), in persona del suo

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA

VIA FEDERICO CONFALONIERI 5, presso lo studio dell’avvocato ANDREA

REGGIO D’ACI, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1614/1/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di VENEZIA, depositata il 26/10/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 02/03/2017 dal Consigliere Dott. ENRICO MANZON;

disposta la motivazione semplificata su concorde indicazione del

Presidente e del Relatore.

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza in data 22 ottobre 2015 la Commissione tributaria regionale del Veneto accoglieva l’appello proposto da Metal House srl avverso la sentenza n. 429/9/14 della Commissione tributaria provinciale di Vicenza che ne aveva respinto il ricorso contro l’avviso di accertamento IRAP, IRES ed altro, IVA ed altro 2008. La CTR osservava in particolare che la pretesa fiscale portata dall’atto impositivo impugnato non risultava comprovata in modo adeguato, essendovi per contro elementi di fatto che inducevano ad una diversa considerazione del merito della lite.

Avverso la decisione ha proposto ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate deducendo quattro motivi.

Resiste con controricorso la società contribuente.

La ricorrente ha presentato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con il primo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, – l’Agenzia fiscale ricorrente denuncia la nullità della sentenza per “motivazione mancante/apparente”.

Con il secondo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – vi è doglianza di violazione/falsa applicazione di plurime disposizioni legislative sostanzialmente riguardanti il contenuto della fatturazione e l’onere probatorio della “inerenza” dei costi ai fini della determinazione del reddito d’impresa.

Con il terzo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, – si lamenta violazione/falsa applicazione degli artt. 112 e 115 c.p.c..

Con il quarto motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – si denuncia violazione/falsa applicazione di plurime disposizioni legislative concernenti gli oneri probatori relativi alla ripresa fiscale oggetto del giudizio.

Va infatti ribadito che “Il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, delimitato e vincolato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito. Ne consegue che il motivo del ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., sicchè è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleata dal codice di rito” (Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 19959 del 22/09/2014, Rv. 632466 01); ed altresì che “Il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, nel quale le censure alla pronuncia di merito devono trovare collocazione entro un elenco tassativo di motivi, in quanto la Corte di cassazione non è mai giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalità e logicità della decisione che non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa. Ne consegue che la parte non può limitarsi a censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendovi la propria diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione degli accertamenti di fatto compiuti” (Sez. 5, Sentenza n. 25332 del 28/11/2014, Rv. 633335 – 01).

Ed ancora va dato seguito al principio di diritto che “Con la proposizione del ricorso per Cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sè coerente; l’apprezzamento dei fatti e delle prove, infatti, è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che nell’ambito di detto sindacato, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione” (Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 7921 del 2011) e che “In tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste in un’erronea ricognizione da parte del provvedimento impugnato della fattispecie astratta recata da una norma di legge implicando necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta, mediante le risultanze di causa, inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito la cui censura è possibile, in sede di legittimità, attraverso il vizio di motivazione” (ex multis, da ultimo v. Sez. 5, n. 26110 del 2015).

Ciò posto e ribadito in via generale, possono analizzarsi le singole censure.

Con il primo motivo l’Agenzia fiscale ricorrente deduce il vizio motivazionale complessivo della sentenza impugnata, tale da ingenerarne la nullità.

La censura è inammissibile e comunque infondata.

In via preliminare ne va rilevata la formulazione sostanziale come si trattasse di un gravame, mentre, come detto sopra, è pacifico che l’impugnazione per cassazione è “a critica” vincolata e delimitata dai paradigmi normativi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1.

Da ciò deriva l’inammissibilità del mezzo de quo.

Peraltro lo stesso risulta comunque infondato, poichè la CTR ha adeguatamente assolto al proprio obbligo di rendere conto delle ragioni meritali della sua decisione, ben oltre il “minimo costituzionale” riveniente dalla novella formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. In particolare il giudice tributario di appello ha con puntualità e chiarezza argomentato circa l’insufficienza dell’apparato probatorio indiziario posto alla base della pretesa fiscale in oggetto, con specifico riguardo agli accertamenti espletati nella fase amministrativa ed alla contestata modalità di fatturazione delle prestazioni lavorative del dipendente di una impresa terza ((OMISSIS)) oggetto basilare della ripresa fiscale de qua, come essenzialmente centrata sulla qualificazione del rapporto con tale lavoratore esterno alla società contribuente.

Il secondo motivo è inammissibile.

Anzitutto la sua formulazione sicuramente contrasta con il principio di diritto secondo il quale non può travisarsi di “violazione di legge” ciò che invece chiaramente concerne la valutazione dei fatti oggetto della causa, come appunto deriva dalla censura de qua, che in effetti non riguarda la corretta applicazione della normativa IVA in materia di fatturazione, quanto appunto diversamente la valutazione di merito del contenuto delle fatture in atti della CTR veneta.

La censura dunque contrasta anche con l’altro principio di diritto sopra richiamato relativo alla non sindacabilità della valutazione meritale delle prove, se non nei limiti, attuali, della veicolazione del vizio motivazionale nel giudizio di legittimità.

Il terzo motivo è all’evidenza inammissibile, poichè non è dato comprenderne l’esatto contenuto critico e specificamente non risulta intelligibile in quale modo si sia concretizzata la violazione degli art. 112 e 115 c.p.c. rispetto all’esame delle fatture in atti.

In ogni caso il mezzo risulta “non autosufficiente”, dato che non è adeguatamente specifico in ordine agli atti processuali che dovrebbero fungerne da parametri.

Il quarto motivo è inammissibile.

Anche con riguardo a tale mezzo non può che ribadirsi che con esso si chiede – inammissibilmente – a questa Corte di revisionare la valutazione meritale delle prove.

Il ricorso va dunque rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo.

Rilevato che risulta soccombente una parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato per essere amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non si applica il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (Sez. 6 – L, Ordinanza n. 1778 del 29/01/2016, Rv. 638714 – 01).

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna l’Agenzia fiscale ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 5.600 oltre Euro 200 per esborsi, 15% per contributo spese generali ed accessori di legge.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 2 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 18 aprile 2017

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