Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 976 del 17/01/2017

Cassazione civile, sez. I, 17/01/2017, (ud. 17/11/2016, dep.17/01/2017),  n. 976

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina Maria Cristina – Presidente –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23372/2013 proposto da:

B.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE CARSO 14,

presso l’avvocato ANNARITA D’ERCOLE, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato GIUSEPPE SCARPA, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

L.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUCREZIO CARO

50, presso l’avvocato DANIELE CIRULLI, rappresentata e difesa

dall’avvocato GIOVANNI GOBBI, giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 144/2013 della CORTE D’APPELLO DI CAGLIARI

SEZIONE DISTACCATA DI SASSARI, depositata il 02/04/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/11/2016 dal Consigliere Dott. FRANCESCO TERRUSI;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato ANNARITA D’ERCOLE che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito, per la controricorrente, l’Avvocato GIOVANNI GOBBI che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per l’inammissibilità o in

subordine rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

I coniugi B.S. e L.M. si separavano consensualmente nell’anno 2004.

Non avendo figli ed essendo economicamente indipendenti, la separazione veniva omologata senza previsione di contributi economici.

Sopravvenuto il licenziamento, B. otteneva dal Tribunale di Tempio Pausania, ai sensi dell’art. 710 c.p.c., una parziale modifica delle condizioni di separazione, con imposizione alla L. di un contributo di mantenimento nella misura di Euro 250,00 mensili, annualmente rivalutabili secondo indici Istat.

Nella causa di divorzio, che successivamente veniva instaurata dalla L., il tribunale, su domanda del B., stabiliva in favore di questi il versamento di un assegno di Euro 300,00 mensili, con decorrenza dal novembre 2008, annualmente rivalutabile sempre su base Istat.

Il gravame della L. avverso la sentenza definitiva veniva accolto dalla corte d’appello di Cagliari, sez. dist. di Sassari, con conseguente revoca dell’assegno di divorzio.

Invero la corte d’appello riteneva che durante il matrimonio i coniugi avessero goduto di un tenore di vita particolarmente elevato, tanto da poter acquistare immobili, effettuare viaggi all’estero, compiere investimenti finanziari e coltivare costosi hobby.

Osservava che al detto tenore di vita aveva contribuito maggiormente il B., attesa la percezione di redditi del 15 o del 20% più elevati di quelli della moglie, e che l’avvenuto licenziamento del medesimo, per quanto non necessariamente ascrivibile a colpa, non aveva inciso più di tanto sulla sua situazione economica. Difatti egli era rimasto proprietario di una villa in (OMISSIS), dalla quale aveva ricavato un appartamento, finemente rifinito, che da anni era offerto in residenza turistica. Era poi rimasto proprietario di un’ imbarcazione con relativi costi di mantenimento, che evidentemente aveva nel tempo potuto sostenere; aveva mantenuto la patente nautica onde poter svolgere attività di skipper, con guadagni non facilmente accertabili ma comunque sufficienti; era risultato intestatario di somme di denaro, in chiusura del suo conto corrente, per oltre 173.000,00 Euro, a cui dovevano aggiungersi 20.000,00 Euro percepiti a titolo di tfr.

Poichè B. non aveva provato l’utilizzo delle dette somme per estinguere debiti, erano infine da ritenere comunque persistenti sia una cospicua disponibilità di risorse finanziarie, sia una potenzialità reddituale derivante da cespiti patrimoniali e svolgimento di ulteriore attività di lavoro, adeguate al mantenimento del pregresso tenore di vita senza bisogno di contributi a carico della moglie, anche considerandosi la palese incongruità della misura dell’assegno richiesto rispetto al tenore di vita descritto dalle parti e desumibile dalla situazione reddituale anteriormente allegata.

Avverso la sentenza, depositata il 2-4-2013, B. ha proposto ricorso per cassazione sorretto da tre motivi. La L. ha replicato con controricorso.

Le parti hanno depositato una memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Col primo motivo il ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 5 della Legge Div.: addebita alla corte d’appello di non aver valutato il tenore di vita goduto durante il corso del matrimonio e di non aver verificato la “esistenza del diritto, in astratto, in relazione alla inadeguatezza, all’atto della decisione, dei mezzi o all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive”.

Al di là dell’oscurità di simile formula, la critica svolta dal ricorrente è nel senso della illogicità e inintelligibilità del ragionamento seguito dalla corte territoriale a proposito della valutazione della cospicua disponibilità economica, non essendosi tenuto conto dei dati numerici forniti da esso ricorrente in corso di causa, non contestati dalla controparte. Sarebbe inoltre astratto e avulso dalle risultanze istruttorie il giudizio circa la situazione economica e patrimoniale dei coniugi, la proprietà dell’imbarcazione e i ricavi percepiti dalla locazione turistica della villa.

2. – Il motivo è inammissibile perchè, sotto le spoglie di una critica in iure, si risolve in un sindacato in ordine all’esito della valutazione degli elementi di prova; esito che si intende rimettere in discussione oltre i limiti del giudizio di legittimità.

3. – Col secondo motivo di ricorso si denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in quanto la corte d’appello non avrebbe tratto il suo convincimento da circostanze risultanti documentalmente (“per tabulas”), ma avrebbe desunto “dalla mancanza di prova negativa, e senza motivare, il convincimento che il B. effettuasse viaggi nei paesi europei”; mentre egli sostiene di aver dimostrato la propria oggettiva impossibilità di continuare a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

4. – Il motivo è inammissibile perchè riflettente, nella prima parte, una circostanza del tutto irrilevante e, nella seconda, una mera asserzione contrastante con l’esito della valutazione probatoria.

La corte d’appello ha infatti ritenuto sussistente una capacità reddituale di B. tale da consentirgli di perseverare nel tenore di vita antecedente.

Lo ha fatto in base a circostanze partitamente enunciate in motivazione, non implausibilmente valutate e in ogni caso diverse da quella, prospettata nel motivo, in ordine ai viaggi in paesi europei.

5. Col terzo motivo il ricorrente denunzia la

violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., in combinato disposto con gli artt. 2729, 2731 e 2733 c.c., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo e il difetto di motivazione in ordine all’analisi del tenore di vita dei coniugi in costanza di matrimonio, al fine di stabilire se il medesimo bisognasse di un assegno divorzile per continuare a mantenere tali condizioni.

Si sostiene che l’incidenza delle proprietà e dei ricavi percepiti dalla locazione turistica della villa in Sardegna sulla capacità economica del ricorrente sarebbe stata desunta da mere presunzioni semplici, non munite di gravità, precisione e concordanza, e che la corte non si sarebbe preoccupata di verificare, tramite c.t.u., il valore dell’imbarcazione.

6. – Anche il terzo motivo è inammissibile.

Non è indicato, innanzi tutto, il fatto decisivo che nella valutazione devoluta alla corte distrettuale sarebbe stato omesso; fatto decisivo da intendersi come “fatto storico”, secondo l’insegnamento delle sezioni unite di questa corte applicabile nella specie, essendo il ricorso soggetto, in base alla data della sentenza gravata, al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (v. Sez. un. n. 8053-14).

Inoltre, nella sua genericità, il motivo traduce una censura circa l’esito della valutazione della prova.

Ed è da puntualizzare che, per quanto evidenziato dallo stesso ricorrente, un’istanza di c.t.u. non era stata avanzata dalle parti.

Per costante giurisprudenza di questa corte, la decisione di ricorrere o meno a una consulenza tecnica d’ufficio costituisce un potere discrezionale del giudice quando vi siano problemi tecnici connessi alla valutazione degli elementi rilevanti ai fini della decisione (v. per tutte Sez. 1, n. 17399-15). Sicchè il giudice non è tenuto a motivare la ragione della scelta di non avvalersi del mezzo quando sia mancata finanche l’istanza di parte.

Neppure si comprende, infine, attesa la radicale genericità della doglianza, quali sarebbero state le circostanze che, in controversia simile, avrebbero dovuto essere accertate e valutate mediante l’utilizzo di un tale mezzo.

7. – Il ricorso va quindi dichiarato inammissibile. Spese alla soccombenza.

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente alle spese processuali, che liquida in Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori e rimborso forfetario di spese generali nella percentuale di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 17 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 gennaio 2017

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