Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9758 del 26/05/2020

Cassazione civile sez. II, 26/05/2020, (ud. 22/05/2019, dep. 26/05/2020), n.9758

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

B.E., elettivamente domiciliato in ROMA VIA DELLA

CONSULTA 12, presso lo studio dell’avvocato ANGELA DE PASQUALE,

rappresentato e difeso dagli avvocati GABRIELE DE PAOLA, CLAUDIO

GARDELLI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO ECONOMIA FINANZE, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’Avvocatura generale dello stato, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 871/16 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositato il 10/05/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/05/2019 dal Consigliere Dott. BESSO MARCHEIS Chiara.

Fatto

PREMESSO

CHE:

Con ricorso depositato in data 18 giugno 2012 B.E. proponeva ricorso presso la Corte d’appello di Perugia per ottenere la condanna del Ministero dell’Economia e delle Finanze al pagamento dell’equa riparazione ex L. n. 89 del 2001, per l’irragionevole durata del giudizio amministrativo instaurato innanzi al Tribunale amministrativo regionale del Lazio (R.G. 1851/2005).

Con decreto 10 maggio 2016, n. 871, la Corte d’appello ha rigettato il ricorso dichiarando la domanda improponibile, non avendo parte ricorrente depositato l’istanza di prelievo di cui al D.L. 25 giugno 2008, n. 112, art. 54, comma 2, conv. in L. n. 133 del 2008, nel testo modificato dal D.Lgs. n. 104 del 2010.

Avverso il decreto ricorre in cassazione B.E..

Resiste con controricorso il Ministero dell’Economia e delle Finanze chiedendo di dichiarare inammissibile, improcedibile e comunque di rigettare il ricorso.

In data 10 maggio 2019 è stato depositato atto di costituzione di un nuovo difensore del ricorrente, l’avvocato Claudio Gardelli (nell’atto e nella allegata procura alle liti si fa riferimento anche all’avvocato Renzo Filoia, però specificando che quest’ultimo “non è abilitato al patrocinio avanti le magistrature superiori”), senza che risulti agli atti la rinuncia al mandato dell’avvocato Gabriele De Paola.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Il ricorso è articolato in un solo motivo, con cui il ricorrente lamenta la violazione del D.L. 25 giugno 2008, n. 112, art. 54, comma 2, dell’art. 6, p. 1 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2 e solleva questione di legittimità costituzionale del citato art. 54, rispetto agli artt. 77 e 3 Cost.: l’interpretazione sostenuta nel decreto impugnato in relazione all’art. 54, come avallata anche da pronunzie della Corte di cassazione, è incostituzionale sia sotto il profilo dell’efficacia della legge nel tempo sia sotto il profilo dell’esercizio del diritto all’equa riparazione.

Il ricorso è fondato.

Deve, infatti, prendersi atto che nelle more del presente giudizio è intervenuta la sentenza della Corte costituzionale n. 34 del 6 marzo 2019, che ha dichiarato incostituzionale il D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2. Il giudice delle leggi, nel richiamare la costante giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, secondo cui i rimedi preventivi, volti ad evitare che la durata del procedimento diventi irragionevole, sono ammissibili ove siano “effettivi”, ossia nella misura in cui velocizzano la decisione del giudice (cfr., in particolare, Corte Europea dei diritti dell’uomo, 29 marzo 2006, Scordino contro Italia), ha ricordato come già con la sentenza 2 giugno 2009, Daddi contro Italia, la Corte Europea aveva preannunciato che una prassi interpretativa ed applicativa del menzionato art. 54, che avesse avuto come effetto quello di rendere inammissibile il ricorso per il solo fatto della mancata presentazione di un’istanza di prelievo, avrebbe privato sistematicamente alcune categorie di ricorrenti della possibilità di ottenere una riparazione adeguata e sufficiente. Il giudice delle leggi, ancora, ha altresì rammentato che di recente, con la sentenza 22 febbraio 2016, Olivieri e altri contro Italia, la Corte Europea ha affrontato il problema dell’effettività del rimedio nazionale ex lege n. 89 del 2001, soggetto alla condizione di proponibilità dell’art. 54 e, esaminando diacronicamente tale disposizione, fino al testo scaturito dalle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 104 del 2010, ha conclusivamente ritenuto che la procedura nazionale per lamentare la durata eccessiva di un giudizio dinanzi al giudice amministrativo, risultante dal combinato disposto della “legge Pinto” con la disposizione stessa, non può essere considerata un rimedio effettivo ai sensi dell’art. 13 della convenzione Europea, soprattutto perchè il sistema giuridico nazionale non prevede alcuna condizione volta a garantire l’esame dell’istanza di prelievo.

La Corte costituzionale ha quindi ritenuto che la norma in esame si pone in contrasto con la “costante giurisprudenza della Corte EDU”, atteso che l’istanza di prelievo, cui fa riferimento il D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, (prima della rimodulazione, come rimedio preventivo, operatane dalla L. n. 208 del 2015), non costituisce un adempimento necessario, ma una mera facoltà del ricorrente (ex art. 71, comma 2 codice del processo amministrativo, la parte “può” segnalare al giudice l’urgenza del ricorso), con effetto puramente dichiarativo di un interesse già incardinato nel processo e di mera “prenotazione della decisione” (che può comunque intervenire oltre il termine di ragionevole durata del correlativo grado di giudizio), risolvendosi in un adempimento formale, rispetto alla cui violazione la, non ragionevole e non proporzionata, sanzione di improponibilità della domanda di indennizzo risulta non in sintonia nè con l’obiettivo del contenimento della durata del processo nè con quello indennitario per il caso di sua eccessiva durata;

2. La sopravvenuta declaratoria di incostituzionalità della norma che subordina la proponibilità della domanda di equo indennizzo alla necessaria presentazione dell’istanza di prelievo, in quanto viola l’art. 117 Cost., comma 1 in relazione agli artt. 6 e 13 CEDU, impone la cassazione del decreto impugnato, con rinvio per nuovo esame alla Corte d’appello di Perugia, in diversa composizione.

Il giudice del rinvio dovrà in ogni caso considerare, come ribadito dalla Consulta nella menzionata sentenza, che la mancata presentazione dell’istanza di prelievo può costituire elemento indiziante di una sopravvenuta carenza, o di non serietà, dell’interesse della parte alla decisione del ricorso, potendo quindi assumere rilievo ai fini della quantificazione dell’indennizzo ex lege n. 89 del 2001, ma non potendo viceversa condizionare la stessa proponibilità della correlativa domanda.

Al giudice del rinvio è demandata altresì la regolamentazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa il decreto impugnato e rinvia la causa, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Perugia, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte suprema di cassazione, il 22 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 26 maggio 2020

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