Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9751 del 14/04/2021

Cassazione civile sez. II, 14/04/2021, (ud. 15/12/2020, dep. 14/04/2021), n.9751

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 26994/2019 R.G. proposto da:

K.S.D., c.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliato,

con indicazione dell’indirizzo p.e.c., in Foligno, alla via Oslavia,

n. 4, presso lo studio dell’avvocato Stefano Rosi, che lo

rappresenta e difende in virtù di procura speciale su foglio

allegato in calce al ricorso.

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, c.f. (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12,

domicilia per legge.

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 526/2019 della Corte d’Appello di Bari;

udita la relazione nella Camera di consiglio del 15 dicembre 2020 del

Consigliere Dott. Luigi Abete.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. K.S.D., cittadino della (OMISSIS), di religione musulmana, formulava istanza di protezione internazionale.

Esponeva che nel suo paese d’origine aveva lavorato come autista per conto di organizzazioni sanitarie impegnate nella distribuzione dei farmaci contro il virus Ebola; che tuttavia nel villaggio di (OMISSIS) era stato accusato di essere portatore del virus, tant’è che era scoppiata una rivolta ed era stato minacciato di morte; che aveva quindi abbandonato il suo paese d’origine onde sottrarsi a rischi per la sua vita e la sua personale incolumità.

2. La competente Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale rigettava l’istanza.

3. Con ordinanza del 24.12.2017 il Tribunale di Bari respingeva il ricorso.

4. K.S.D. proponeva appello. Resisteva il Ministero dell’Interno.

5. Con sentenza n. 526/2019 la Corte di Bari rigettava il gravame.

Evidenziava la corte che non sussistevano i presupposti nè per il riconoscimento dello status di rifugiato nè per il riconoscimento della protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b).

Evidenziava poi che i reports internazionali citati dal tribunale davano conto della insussistenza in Guinea di situazioni di indiscriminata violenza e della cessazione della situazione di emergenza sanitaria.

Evidenziava infine che non sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria.

Evidenziava in particolare, nel solco della debita valutazione comparativa, che, in caso di rimpatrio, l’appellante non si sarebbe ritrovato in condizioni di vulnerabilità.

Evidenziava invero che, da un canto, doveva reputarsi insufficiente lo svolgimento in Italia, per un circoscritto periodo temporale, di attività lavorativa, siccome circostanza inidonea, di per sè, a dar conto di un significativo grado di integrazione nel contesto socioeconomico italiano; che, d’altro canto, non risultavano allegate circostanze, correlate alla personale vicenda dell’appellante, idonee a dar conto del pericolo di menomazione dei diritti fondamentali in caso di rimpatrio.

6. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso K.S.D.; ne ha chiesto sulla base di due motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione.

Il Ministero dell’Interno ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

7. Con il primo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e falsa applicazione dell’art. 1 (A) della Convenzione di Ginevra, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 1, 2, 3, 4 e 5, art. 8, commi 3 e 11 e art. 14.

Deduce che i giudici di merito hanno negato la protezione internazionale, benchè il Ministero non avesse contestato le dichiarazioni da lui rese dinanzi alla commissione territoriale in ordine alle ragioni che lo avevano indotto ad abbandonare la Guinea; che quanto dichiarato rinviene riscontro nelle risultanze dei reports di “Amnesty International”.

Deduce quindi che i giudici di merito avrebbero dovuto reputar integrata l’ipotesi di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b).

Deduce inoltre che ben avrebbe dovuto la corte d’appello assumere ex officio informazioni aggiornate in ordine alla situazione sociopolitica della Guinea, onde riscontrare le sue dichiarazioni.

8. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5, 6 e 19 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3.

Deduce che la corte ha errato a disconoscere la protezione umanitaria.

Deduce che lavora come operaio specializzato presso un’azienda agricola di Foggia, percepisce un salario adeguato e quindi ha intrapreso uno stabile percorso di integrazione nel contesto socioeconomico italiano.

Deduce al contempo che, qualora rimpatriato, lontano oramai da molti anni dal suo paese d’origine, avrebbe enormi difficoltà di reintegrazione, viepiù in considerazione dell’instabilità sociopolitica in cui versa la Guinea.

9. Il primo motivo di ricorso va respinto.

10. La valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c); tale apprezzamento “di fatto” è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. Cass. (ord.) 5.2.2019, n. 3340).

11. Su tale scorta, nel segno della previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e nel solco dell’insegnamento n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte, non può che rimarcarsi – ben vero a prescindere dalla “doppia conforme” – che nessuna forma di “anomalia” inficia la valutazione che delle dichiarazioni rese da K.S.D. la corte distrettuale ha operato.

Segnatamente alcuna “anomalia” inficia i rilievi sulla cui base la corte territoriale ha reputato che le dichiarazioni dell’appellante davano ragione, al più, di un timore meramente soggettivo privo di basi oggettive.

Nè assume valenza la circostanza per cui il Ministero non ha eventualmente dubitato di un dato specifico episodio di violenza (cfr. ricorso, pag. 8).

Ineccepibilmente dunque la Corte di Bari ha disconosciuto e lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b).

Nè vi era necessità che la corte di seconde cure si avvalesse dei suoi poteri officiosi di cooperazione istruttoria, viepiù che ha puntualizzato che le dichiarazioni dell’appellante non rinvenivano riscontro nelle fonti internazionali.

12. Il secondo motivo di ricorso del pari va respinto.

13. Senza dubbio, in tema di concessione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, la condizione di vulnerabilità del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio, non potendosi tipizzare le categorie soggettive meritevoli di tale tutela che è invece atipica e residuale, nel senso che copre tutte quelle situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento dello status di “rifugiato” o della protezione sussidiaria, tuttavia non possa disporsi l’espulsione (cfr. Cass. 15.5.2019, n. 13079; cfr. Cass. 23.2.2018, n. 4455, secondo cui, in materia di protezione umanitaria, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza).

14. E nondimeno il riconoscimento della protezione umanitaria si risolve in un giudizio “di fatto” inevitabilmente postulato dalla valutazione comparativa, caso per caso, necessaria ai fini del riscontro della condizione di vulnerabilità – e soggettiva e oggettiva – del richiedente.

15. Ebbene, in quest’ottica, nei limiti parimenti della previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ed alla luce della pronuncia n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite, non può che opinarsi – analogamente a prescindere dalla “doppia conforme” – nel senso che similmente nessuna forma di “anomalia motivazionale” inficia, pur in parte qua, l’impugnato dictum.

16. D’altronde il ricorrente sollecita questo Giudice del diritto a riconsiderare il grado di integrazione nel contesto socioeconomico italiano alla luce del contratto di lavoro a tempo indeterminato con un’azienda agricola foggiana.

E tuttavia il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4 – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892).

17. Il Ministero dell’Interno sostanzialmente non ha svolto difese. Nonostante il rigetto del ricorso nessuna statuizione in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità va pertanto assunta.

18. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit., se dovuto (cfr. Cass. sez. un. 20.2.2020, n. 4315).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit., se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 15 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 aprile 2021

 

 

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