Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9748 del 14/04/2021

Cassazione civile sez. II, 14/04/2021, (ud. 15/12/2020, dep. 14/04/2021), n.9748

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 25191/2019 R.G. proposto da:

S.A., c.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliato, con

indicazione dell’indirizzo p.e.c., in Rovereto, al corso Rosmini, n.

84, presso lo studio dell’avvocato Svetlana Turella, che lo

rappresenta e difende in virtù di procura speciale su foglio

allegato in calce alla memoria in data 9.11.2020 di costituzione del

nuovo difensore.

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, c.f. (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12,

domicilia per legge.

– controricorrente –

avverso il decreto n. 1500/2019 del Tribunale di Trento;

udita la relazione nella Camera di consiglio del 15 dicembre 2020 del

Consigliere Dott. Luigi Abete.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. S.A., cittadino del (OMISSIS), formulava istanza di protezione internazionale.

Esponeva che suo padre si era rifiutato, a fronte della pressante pretesa del nuovo capo villaggio, di abbandonare il terreno che coltivava da molti anni e che costituiva l’unica fonte di sostentamento della famiglia; che, per ritorsione, era stato ferito mortalmente; che dopo la morte del padre aveva iniziato a coltivare il fondo e tuttavia, a seguito delle minacce che gli erano state rivolte, aveva deciso di abbandonare il paese d’origine, temendo per la sua vita e per la sua incolumità.

2. La competente Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale rigettava l’istanza.

3. Con il decreto n. 1500/2019 il Tribunale di Trento respingeva il ricorso proposto da S.A. avverso il provvedimento della commissione.

Evidenziava il tribunale che era da condividere il giudizio espresso dalla commissione territoriale di inattendibilità delle dichiarazioni del ricorrente, siccome generiche, incongrue, inverosimili, per nulla circostanziate; che del resto il ricorrente aveva reso dichiarazioni divergenti dinanzi alla commissione territoriale ed in sede giudiziaria.

Evidenziava altresì che non sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, n. art. 14, ex lett. c).

Evidenziava infine che non sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria.

Evidenziava segnatamente che il ricorrente, qualora rimpatriato, non si sarebbe ritrovato in condizioni di elevata vulnerabilità in considerazione, per un verso, della inattendibilità delle sue dichiarazioni, in considerazione, per altro verso, dell’inidoneità delle circostanze allegate e documentate.

4. Avverso tale decreto ha proposto ricorso S.A.; ne ha chiesto sulla base di tre motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione.

Il Ministero dell’Interno ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

5. Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3; l’incomprensibilità della motivazione.

Deduce che dalle fonti di informazione emerge la sussistenza nel suo paese d’origine di una situazione di pericolosità che il tribunale non ha per nulla preso in considerazione.

6. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

Deduce che il tribunale avrebbe dovuto riconoscergli la protezione umanitaria alla stregua della situazione di pericolosità esistente in Mali.

7. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, l’omesso esame delle sue dichiarazioni.

Deduce che ha errato il tribunale a reputar inattendibili le sue dichiarazioni. Deduce che la vicenda narrata è coerente con i fenomeni di “land gabbring” che si verificano da taluni anni in Mali.

Deduce che il tribunale non ha tenuto conto delle dichiarazioni riguardanti il suo inserimento nel contesto socìoeconomico italiano.

Deduce che lavora per la “Cooperativa Sociale Le Rais” di (OMISSIS) in virtù di un contratto di lavoro a tempo determinato verosimilmente destinato al rinnovo; che ha allegato copia del contratto, delle buste-paga e dell’attestato di partecipazione ad un corso di italiano.

8. Il primo motivo di ricorso va respinto.

9. Evidentemente con il primo mezzo di impugnazione il ricorrente – al di là delle indicazioni di cui alla rubrica – censura il giudizio “di fatto” formulato dal Tribunale di Trento in ordine all’invocata protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. c).

10. D’altronde questa Corte spiega che, in tema di protezione sussidiaria, l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), implica un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito; e che il risultato di tale indagine può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr. Cass. 21.11.2018, n. 30105; Cass. (ord.) 12.12.2018, n. 32064).

11. Ebbene, in questi termini, nel segno dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e nel solco della pronuncia n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte, si osserva quanto segue.

Per un verso, non si ravvisano “anomalie” di sorta in ordine alle motivazioni alla stregua delle quali il Tribunale di Trento ha disconosciuto la protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. c).

Invero il tribunale ha compiutamente ed intellegibilmente esplicitato il proprio iter argomentativo.

Segnatamente ha puntualizzato, alla luce delle risultanze delle fonti di informazione, tra cui il report dell'”Austrian Centre for Country of Origin & Asylum Research and Documentation” relativo all’anno 2016 ed il “Report of the Secretary-General on the situation in Mali” datato 28.9.2017, che la regione del Kayes, ove è ricompreso il villaggio di Dembala di origine del ricorrente (cfr. decreto impugnato, pag. 4), non era interessata da conflitti armati o da violenze generalizzate (cfr. decreto impugnato, pag. 6).

Non si giustifica perciò la prospettazione del ricorrente secondo cui il tribunale si è limitato a richiamare le informazioni desumibili dal sito internet (OMISSIS) e dal report dell'”UNCHR” prodotto dal Ministero dell’Interno, risalente al giugno 2017 (cfr. ricorso, pag. 10).

Nè si giustifica, in pari tempo, la prospettazione del ricorrente secondo cui il tribunale avrebbe dovuto sollecitare il Ministero dell’Interno alla produzione di informazioni dettagliate in ordine alla situazione sociopolitica della regione di sua provenienza (cfr. ricorso, pag. 9); viepiù che il tribunale è munito di poteri officiosi di cooperazione istruttoria.

Per altro verso, il mezzo in disamina è significativamente generico nella parte in cui si assume che “non è apprezzabile alcuna informazione specifica sulla regione di provenienza del ricorrente, e cioè (OMISSIS), vicino alla regione di (OMISSIS)” (così ricorso, pag. 10).

Invero questa Corte spiega che, in tema di protezione internazionale, il motivo di ricorso per cassazione che mira a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, deve evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate (cfr. Cass. 18.2.2020, n. 4037).

12. Il secondo motivo di ricorso del pari va respinto.

13. Senza dubbio la natura residuale ed atipica della protezione umanitaria implica che il suo riconoscimento debba essere frutto di valutazione autonoma, caso per caso, e che il suo rigetto non possa conseguire automaticamente al rigetto delle altre forme tipiche di protezione (cfr. Cass. (ord.) 7.8.2019, n. 21123).

E tuttavia, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, è necessario che chi invochi tale forma di tutela, alleghi in giudizio fatti ulteriori e diversi da quelli posti a fondamento delle altre due domande di protezione cosiddetta “maggiore” (cfr. Cass. (ord.) 7.8.2019, n. 21123; Cass. (ord.) 31.3.2020, n. 7622, secondo cui le domande di protezione internazionale, di protezione sussidiaria e di protezione umanitaria si fondano su differenti “causae petendi”, così che è onere del richiedente allegare fatti specifici e diversi a seconda della forma di protezione invocata).

14. In questi termini il ricorrente non può limitarsi ad addurre tout court che la situazione di pericolo esistente in Mali avrebbe giustificato il riconoscimento della protezione umanitaria.

15. Il terzo motivo di ricorso è, nei limiti che seguono, fondato e meritevole di accoglimento.

16. Ovviamente la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c); tale apprezzamento “di fatto” è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. Cass. (ord.) 5.2.2019, n. 3340).

17. Su tale scorta, similmente nel segno dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e nel solco della pronuncia n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte, si rappresenta quanto segue.

Da un canto, analogamente non si ravvisano “anomalie” di sorta in ordine alle motivazioni alla stregua delle quali il Tribunale di Trento ha opinato per l’inattendibilità delle dichiarazioni del ricorrente.

D’altro canto, innegabilmente il ricorrente sollecita questa Corte a far luogo ad una diversa “lettura” delle sue dichiarazioni (cfr. ricorso, pagg. 12 – 13).

18. Va rimarcato, sotto altro profilo, che, in sede di disamina della domanda di protezione umanitaria, il tribunale ha dato atto (cfr. decreto impugnato, pagg. 7 – 8) che il ricorrente aveva atteso a specifiche allegazioni documentali onde dar riscontro del buon grado di integrazione nel contesto socioeconomico italiano, ovvero che aveva documentato di aver svolto un periodo di tirocinio, di aver lavorato nei mesi di giugno, luglio ed agosto 2018 e di aver partecipato ad un corso di lingua e cultura italiana.

E tuttavia, allorchè ha denegato la protezione umanitaria, il tribunale si è limitato ad opinare sic et simpliciter, senza alcuna ulteriore esplicitazione, per la inidoneità delle circostanza allegate e documentate.

19. In questi termini, innegabilmente, la motivazione, in parte qua, dell’impugnato dictum è meramente “apparente”.

Si configura invero il vizio di “motivazione apparente” quando il giudice, pur individuando gli elementi da cui ha desunto il proprio convincimento, non procede ad una loro approfondita disamina logico – giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito (cfr. Cass. 21.7.2006, n. 16762; Cass. 24.2.1995, n. 2114).

20. In accoglimento, nei limiti anzidetti, del terzo motivo di ricorso il decreto n. 1500/2019 del Tribunale di Trento va – nei medesimi limiti – cassato con rinvio allo stesso tribunale in diversa composizione anche ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

21. In dipendenza del (parziale) buon esito del ricorso non sussistono i presupposti processuali perchè, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, il ricorrente sia tenuto a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie ne limiti di cui in motivazione il terzo motivo di ricorso; cassa in relazione e nei limiti dell’accoglimento del terzo motivo il Decreto n. 1500 del 2019, del Tribunale di Trento e rinvia allo stesso tribunale in diversa composizione anche ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità; rigetta il primo motivo ed il secondo motivo di ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 15 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 aprile 2021

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