Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9746 del 14/04/2021

Cassazione civile sez. II, 14/04/2021, (ud. 15/12/2020, dep. 14/04/2021), n.9746

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24994/2019 proposto da:

E.A., rappresentato e difeso dall’avv. AMERIGA MARIA

PETRUCCI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), IN PERSONA DEL MINISTRO PRO

TEMPORE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso. AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di POTENZA, depositato il

18/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/12/2020 dal Consigliere Dott. SERGIO GORJAN.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

E.A. – cittadino della (OMISSIS) – ebbe a proporre ricorso avanti il Tribunale di Potenza avverso la decisione della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Salerno, che aveva rigettato la sua istanza di protezione internazionale in relazione a tutti gli istituti previsti dalla relativa normativa.

Il ricorrente deduceva d’aver deciso d’espatriare poichè, avendo rifiutato di sostituire il padre morto nelle pratiche di stregoneria – native doctor -, era stato aggredito, ferito e minacciato dagli abitanti del suo villaggio e di non aver denunziato alla Polizia la vicenda.

Il Tribunale potentino ebbe a rigettare il ricorso ritenendo la vicenda personale narrata dal ricorrente non rientrante nelle fattispecie disciplinate dalla normativa sulla protezione internazionale; ritenendo non sussistente nella zona della Nigeria, da cui il richiedente asilo proveniva, una situazione socio-politica caratterizzata da violenza diffusa e non concorrente condizione di vulnerabilità – malattia – ai fini della protezione umanitaria.

Il richiedente asilo ha proposto ricorso per cassazione avverso il decreto del Tribunale lucano articolato su quattro motivi.

Il Ministero degli Interni, ritualmente evocato, s’è costituito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso svolto dal ricorrente appare privo di fondamento e va rigettato.

Con la prima ragione di doglianza l’ E. lamenta violazione della norma ex art. 106 Cost., comma 2, con conseguente nullità poichè il decreto adottato dal Collegio potentino risulta redatto con la collaborazione di Giudice Onorario di Pace che pure provvide alla trattazione della lite in udienza ed un tanto in contrasto con il disposto costituzionale che limita l’utilizzo dei Magistrati onorari alle sole funzioni monocratiche, mentre la questione risulta funzionalmente assegnata alla cognizione del Tribunale in formazione collegiale.

La censura appare infondata sotto ambedue i profili evocati.

Difatti è insegnamento pacifico e costante di questa Suprema Corte – Cass. sez. 1 n. 12214/03, Cass. sez. 2 n. 4426/17, Cass. sez. 1 n. 32307/18 – che la collaborazione di un Magistrato in tirocinio ovvero Onorario nella redazione del provvedimento giudiziario non vizia in alcun modo lo stesso, poichè appunto il Magistrato collaboratore non assume la paternità dello stesso che rimane sempre in capo al Magistrato componente del Collegio decidente, che lo sottoscrive ancorchè la mera redazione è avvenuta con l’ausilio del Magistrato non componete il Collegio giudicante.

E’ altresì patentemente priva di fondamento – Cass. sez. 1 n. 4887/20, Cass. sez. 1 n. 3356/19 – la dedotta nullità in relazione alla circostanza che l’udienza di trattazione del ricorso sia stata celebrata avanti il GOP, posto che è consentita D.Lgs. n. 116 del 2017, ex art. 10, la delega al Magistrato onorario anche di alcune incombenze nell’ambito di procedimenti di competenza collegiale.

Con il secondo mezzo d’impugnazione il ricorrente deduce violazione, a sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5 in relazione al diniego dello status di rifugiato da parte del Tribunale.

Il ricorrente al riguardo segnala violazione di legge per difetto di istruttoria in relazione alla figura del native doctor e difetto di motivazione poichè quella esposta nel decreto impugnato presenta un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili circa la carenza di attualità del pericolo paventato e mera affermazione tautologica circa l’assenza di persecuzione tutelabile.

L’argomentazione critica sviluppata nel ricorso appare generica poichè non correlata con il ragionamento logico-giuridico esposto dal Tribunale, che ha riguardato lo status di rifugiato, previa accurata ricostruzione dogmatica circa l’individuazione di detta figura in forza della normativa in tema di protezione internazionale.

In tale prospettiva i Giudici lucani hanno ritenuto che a vicenda narrata dal richiedente asilo non poteva esser sussunta in alcuna delle fattispecie di persecuzione prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 7 e 8, ed il ricorrente non si confronta con detta specifica motivazione, limitandosi a dedurre la necessità di indagare sulla figura tradizionale del native doctor, questione che, all’evidenza, risulta collegata a violenze – in tesi – poste in esser da soggetti privati – gli adepti alla tradizione tribale del villaggio.

Anche il dedotto vizio di assenza di motivazione non concorre poichè la stessa appare manifestamente esistere, in quanto il Collegio potentino ha esaminato il narrato del ricorrente e messo in evidenza come dallo stesso non si configurava alcuna forma di persecuzione tutelabile, nemmeno con riguardo alla protezione sussidiaria, al cui riguardo v’è apposita valutazione nel decreto impugnato.

La assunta contraddittorietà tra argomenti della motivazione del decreto impugnato è mera prospettazione del ricorrente, posto che il passo ritrascritto della decisione adottata dal Collegio lucano lumeggia una valutazione dei dati probatori acquisiti in causa, con la quale il ricorrente non concorda.

Con la terza ragione di doglianza l’impugnante deduce violazione ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, in relazione al diniego della protezione sussidiaria sotto il profilo di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), b) c).

Il ricorrente rileva come il Tribunale ebbe ad apprezzare la sua personale condizione in base a generiche informazioni circa la situazione socio-politica della zona della Nigeria di sua provenienza, senza una puntuale indicazioni della fonti da cui ha tratto le informazioni utilizzate al riguardo, comunque smentite da informazioni desumibili da una serie di rapporti redatti da Organismi internazionali, citati specificatamente nel ricorso.

Viceversa il Collegio potentino ha correttamente escluso il ricorrere dell’ipotesi regolate D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) b), poichè ha ritenuto che il narrato reso dal richiedente asilo configurava un minaccia proveniente da privati afferente ad accadimento puntuale, superato nel tempo, relativamente alla quale il ricorrente non s’era rivolto per protezione alle Pubblica Autorità e nemmeno aveva allegato l’attualità di detta minaccia in quanto, in sua assenza, il posto di natural doctor rimaneva vacante in attesa del suo ritorno.

Dunque il Tribunale ha escluso il pericolo specifico derivante dalle allegazioni fatte dall’impugnante sulla scorta di puntuale valutazione, siccome ha partitamente esaminato la situazione socio-politica dell’Edo State nigeriano sulla base di indicati rapporti, redatti da Organismi internazionali all’uopo preposti, per giungere alla conclusione che detta situazione non è connotata da violenza diffusa nell’accezione data a tale concetto dalla Corte Europea.

A fronte di detta puntuale motivazione il ricorrente propone tesi alternativa, enfatizzando gli elementi di criticità della situazione nigeriana, ricordati dal Tribunale e desumibili dai passi dei rapporti riportati nel ricorso, per concludere che la situazione risulta – invece – connotata da violenza diffusa, così sollecitando a questa Corte di legittimità un’inammissibile valutazione di merito circa la soluzione migliore.

Con il quarto mezzo d’impugnazione il ricorrente deduce vizi di legittimità regolati delle norme ex art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5, in relazione alla statuizione di rigetto anche della chiesta protezione umanitaria adottata dal Tribunale.

In particolare si rileva concorrenza di motivazione apparente ed errore nel ritenere che le cure debbano connotarsi siccome di carattere urgente per configurare la chiesta condizione di vulnerabilità; inoltre il ricorrente segnala apprezzamento inadeguato delle prove documentali dimesse in relazione allo stato di salute anche avuto riguardo alla situazione del sistema sanitario nigeriano ed in generale delle condizioni di vita in detto Paese.

L’articolata censura appare priva di pregio poichè si compendia nella mera contestazione della statuizione adottata dal Collegio lucano, il quale invece ha partitamente esaminato la documentazione medica, addotta in relazione all’affezione di natura tubercolare palesata dal richiedente asilo compresa la dichiarazione dell’assistente sociale, per motivatamente escludere il concorrente di una condizione di vulnerabilità.

Difatti il Tribunale ha messo in rilievo come la malattia risulti latente, che l’interessato ha espresso il rifiuto di seguire la terapia consigliata e nemmeno ha documentato d’aver eseguiti – almeno – gli esami di periodico controllo prescritti dallo specialista o provato di aver seguito comunque la terapia, ritenendo all’uopo non sufficiente a dimostrare il contrario la dichiarazione dell’assistente sociale, stante l’assenza di documentazione di tali eventi rilasciata dal sistema sanitario nazionale.

Circa l’enfatizzata dichiarazione dell’assistente sociale, la stessa è stata puntualmente valutata del Tribunale, che non ne ha ritenuto la decisività e tale statuizione risulta contestata dal ricorrente meramente contrapponendo propria valutazione contraria, senza nemmeno illustrare le ragioni concrete lumeggianti l’errore presente nell’apprezzamento da parte dei Giudici lucani; anche ritrascrivendo i passaggi della citata dichiarazione rilevanti all’uopo.

Il Collegio poi ha esaminato le altre ragioni di accesso al servizio medico da parte del ricorrente, così motivatamente concludendo che non concorreva la vulnerabilità indicata ed allegata a sostegno della domanda di godimento della protezione umanitaria.

Irrilevante all’uopo appare il cenno critico nel ricorso al mancato accertamento se la malattia poteva essere curata anche in Patria, posto che il ricorrente non dimostra di aver voluto seguire la terapia od i controlli prescritti nemmeno in Italia.

Dunque all’evidenza esiste specifica motivazione ancorata a tutti gli elementi utili al riguardo versati in atti e la contestazione si limita a manifestazione dell’opinione contraria così sollecitando a questa Corte di legittimità inammissibile valutazione di merito sul punto.

Al rigetto dell’impugnazione segue, ex art. 385 c.p.c., la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di lite di questo giudizio di legittimità in favore dell’Amministrazione costituita, tassate in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito.

Concorrono in capo al ricorrente le condizioni processuali per l’ulteriore pagamento del contributo unificato.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna l’ E. a rifondere all’Amministrazione costituita le spese di questo giudizio di legittimità, liquidate in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza in Camera di consiglio del 15 dicembre 2020 ed, a seguito di riconvocazione, il 11 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 aprile 2021

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