Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9745 del 14/04/2021

Cassazione civile sez. II, 14/04/2021, (ud. 03/12/2020, dep. 14/04/2021), n.9745

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – rel. Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26122/2019 proposto da:

M.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI GROTTAROSSA

50 A, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO MORI, che lo

rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5511/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 29/12/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/12/2020 dal Consigliere Dott. SERGIO GORJAN.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

M.R. – cittadino del (OMISSIS) – ebbe a proporre ricorso avanti il Tribunale di Milano avverso la decisione della locale Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, che aveva rigettato la sua istanza di protezione in relazione a tutti gli istituti previsti dalla relativa normativa.

Il ricorrente deduceva d’essersi dovuto allontanare dal suo Paese poichè, militante del partito d’opposizione, venne il (OMISSIS) aggredito da aderenti del Partito al Governo e gli furono inferte ferite che imposero degenza ospedaliera, quindi venne ulteriormente minacciato, sicchè nell'(OMISSIS) decise di espatriare.

Il Tribunale di Milano ebbe a rigettare l’opposizione, ritenendo non credibile il racconto reso dal richiedente asilo; osservando che non concorreva situazione socio-politica di violenza generalizzata nel Bangladesh e ritenendo che, nemmeno con riguardo alla protezione umanitaria, il ricorrente aveva dedotto elementi fattuali che consentivano l’accoglimento di detto tipo di protezione.

Il ricorrente propose gravame avanti la Corte d’Appello di Milano, che ebbe a rigettare l’impugnazione, osservando come effettivamente il suo racconto non era credibile e, comunque, non concorreva situazione di persecuzione per ragioni politiche; come in Bangladesh, nonostante tensioni politiche, non concorreva situazione socio-politica connotata da violenza diffusa e come non erano state addotte ragioni valide per il riconoscimento della chiesta protezione umanitaria. Avverso detto decreto il M. ha proposto ricorso per cassazione articolato su tre motivi.

Il Ministero degli Interni, ritualmente vocato, ha depositato controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso svolto dal M. appare inammissibile a sensi dell’art. 360 bis c.p.c. – siccome la norma è stata ricostruita ex Cass. SU n. 7155/17 -.

Con il primo mezzo d’impugnazione il ricorrente deduce violazione del disposto D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 2,3,7 e art. 43, comma 2, poichè il Collegio ambrosiano ha rigettato la sua domanda di godere della protezione, quale rifugiato, in quanto perseguitato per le sue opinioni politiche.

L’argomentazione critica svolta non appare affatto coerente con il provvedimento impugnato, ossia la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Milano, poichè rimane generica nei riferimenti ai fatti fondanti le domande ed addirittura circa il provvedimento effettivamente oggetto delle censure, sicchè pecca di aspecificità. Difatti il ricorrente opera una ricostruzione astratta dell’istituto afferente la valutazione della credibilità e della cooperazione istruttoria, lamenta un mancato apposito ed adeguato esame della sua particolare situazione, rimarcando che “ha lasciato il proprio Paese anche perchè perseguitato da persone che l’accusavano ingiustamente di violenza nei confronti di una donna”, nonchè inadeguata valutazione da parte del Tribunale della situazione socio-politica esistente in Bangladesh.

Evidente appare la dissonanza della critica svolta rispetto alla situazione puntualmente esaminata dalla Corte ambrosiana – non già Tribunale – la quale ha puntualmente messo in rilievo le ragioni – specie la non conoscenza dell’azione politica del Partito di cui asseriva d’essere stato dirigente locale – sulla cui base ha ritenuto la non credibilità del narrato reso dal M. – il quale addusse persecuzione per motivi politici senza che mai fosse anche lumeggiato il fatto collegato a falsa accusa di violenza sessuale -, sicchè nemmeno era esigibile – Cass. sez. 1 n. 10280/20 – l’attivazione della collaborazione istruttoria officiosa.

Con la seconda doglianza il ricorrente lamenta violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e art. 43, comma 2, in tema di onere probatorio attenuato e cooperazione istruttoria da parte del Giudice, posto che il Collegio ambrosiano non ebbe a valutare adeguatamente le condizioni socio-politiche del Bangladesh e in modo puntuale il suo narrato alla luce della ” natura familiare della vicenda”.

Anche detta censura appare scorrelata rispetto alla vicenda esaminata dalla Corte d’Appello di Milano, la quale escluse che il M. era un perseguitato politico – unica ragione addotta per giustificare l’espatrio sottoposta ritualmente all’esame dei Giudici -, così conseguentemente escludendo l’esistenza di pericolo specifico – D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) b), nonchè provvide a puntuale esame della situazione socio-politica del Bangladesh, dando bensì atto dell’esistenza di tensioni tra gli opposti partiti politici, ma escludendo, sulla scorta delle informazioni desunte da rapporti, redatti da Organizzazioni internazionali all’uopo preposte, che la situazione fosse connotata da violenza diffusa secondo l’accezione data a tale termine dalla Corte Europea.

A fronte di detta appropriata motivazione il ricorrente si limita a contestare apoditticamente la motivata valutazione della Corte distrettuale senza anche addurre indicazione di rapporti più recenti non esaminati – Cass. sez. 1 n. 26728/19 – dalla stessa e dedurre fatto storico alla base della dedotta persecuzione mai prima indicato – di natura familiare -.

Con il terzo mezzo di impugnazione sviluppato il ricorrente denunzia violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8, in relazione alla chiesta protezione umanitaria, poichè il Tribunale – rectius Corte d’Appello – ha negato anche detta chiesta forma di protezione non considerando la documentazione dimessa circa l’attività lavorativa svolta e non applicando correttamente la normativa al riguardo.

Anche detta ultima censura risulta generica poichè non si correla alla motivazione illustrata nella sentenza impugnata, poichè opera riferimento a decisione del Tribunale e a ricostruzione astratta dell’istituto in questione, enfatizzando la sproporzione di condizione economico-sociale tra Italia e Bangladesh.

Viceversa la Corte territoriale ha puntualmente esaminato la documentazione afferente l’attività lavorativa – asseritamente – svolta dal ricorrente e ritenuto la stessa predisposta strumentalmente per l’udienza – contratto stipulato appena una settimana prima dell’udienza con un connazionale -, nonchè l’attività lavorativa asseritamente svolta ma non documentabile poichè irregolare.

La Corte distrettuale, poi, ha valutato la concorrenza delle dedotte condizioni di vulnerabilità e le ha motivatamente escluse – violenza diffusa in Patria ed affezione ad una gamba – nonchè le dichiarazioni circa la sua situazione alloggiativa e sociale in Italia, rilevando l’assenza di ogni elemento di riscontro. Dunque l’argomento critico svolto prescindendo da un puntuale confronto con la motivazione esposta dalla Corte ambrosiana sugli elementi fattuali dianzi indicati risulta generico e, quindi, il mezzo d’impugnazione inammissibile.

Alla declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione segue, ex art. 385 c.p.c., la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di lite di questo giudizio di legittimità in favore dell’Amministrazione degli Interni tassate in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito.

Concorrono in capo al ricorrente le condizioni processuali per l’ulteriore pagamento del contributo unificato.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso, condanna il ricorrente a rifondere

all’Amministrazione degli Interni le spese di questo giudizio di legittimità, liquidate in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza in Camera di consiglio, il 3 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 14 aprile 2021

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