Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9702 del 13/04/2021

Cassazione civile sez. III, 13/04/2021, (ud. 11/12/2020, dep. 13/04/2021), n.9702

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 30051 del ruolo generale dell’anno

2017, proposto da:

M.G., (C.F.: (OMISSIS)), MO.Lu., (C.F.:

(OMISSIS)) rappresentati e difesi, giusta procura in calce al

ricorso, dagli avvocati Gabriele Iervese, (C.F.: RVS GRL 34R29

I892T) e Dario Iervese, (C.F.: RVS DRA 69H11 F839M);

– ricorrenti –

nei confronti di:

F.M., (C.F.: (OMISSIS)), rappresentata e difesa, giusta

procura in calce al controricorso, dall’avvocato Vincenzo Teresi,

(C.F.: (OMISSIS));

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Napoli n.

4266/2017, pubblicata in data 20 ottobre 2017;

udita la relazione sulla causa svolta alla camera di consiglio

dell’11 dicembre 2020 dal consigliere Dott. Augusto Tatangelo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

M.G. e Mo.Lu. hanno proposto opposizione, ai sensi dell’art. 615 c.p.c., avverso l’atto di precetto di pagamento loro intimato da F.M., sulla base di una sentenza di condanna della Corte di Appello di Napoli, chiedendo altresì il risarcimento dei danni asseritamente subiti in dipendenza dell’esercizio dell’azione esecutiva.

Il Tribunale di Napoli ha accolto l’opposizione, dichiarando l’integrale inefficacia del precetto opposto, ma ha rigettato la domanda risarcitoria.

La Corte di Appello di Napoli, in riforma della decisione di primo grado, ha invece integralmente rigettato l’opposizione, disattendendo altresì l’appello incidentale degli opponenti in relazione alla domanda risarcitoria.

Ricorrono il M. e la Mo., sulla base di tre motivi, illustrati con memoria.

Resiste con controricorso la F..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Nullità della sentenza impugnata della Corte di Appello di Napoli e del processo di appello, per violazione e falsa applicazione degli artt. 282 e 336 c.p.c. nella formulazione introdotta dalla L. n. 353 del 1990, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4; nonchè per violazione e falsa applicazione degli artt. 99 e 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4; oltre che per violazione e falsa applicazione degli artt. 342 e 348 bis c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5”.

Secondo i ricorrenti, la corte di appello avrebbe errato nel ritenere dotata di efficacia esecutiva la sentenza di condanna, emessa dal giudice di merito di secondo grado, alla restituzione di quanto versato in attuazione della sentenza di primo grado riformata in appello, essendo necessario a tal fine, a loro avviso, il passaggio in giudicato della stessa sentenza di secondo grado. Sostengono anzi che, trattandosi di un principio consolidato nella giurisprudenza della stessa Corte di legittimità, la corte di appello avrebbe dovuto dichiarare inammissibile il gravame della F., ai sensi degli artt. 348 bis e ter c.p.c.

Il motivo è infondato.

1.1 E’ in primo luogo manifestamente infondata la censura di violazione degli artt. 348 bis e ter, 99 e 112 c.p.c..

La decisione del gravame nel merito assorbe ogni questione sul punto, non essendo sindacabile la decisione del giudice di secondo grado (espressa o implicita, ovvero anche in ipotesi omessa che sia) in merito all’ammissibilità dell’appello sotto tale profilo (cfr. Cass., Sez. 3, Sentenza n. 10422 del 15/04/2019, Rv. 653579 – 01: “qualora il giudice d’appello abbia proceduto alla trattazione nel merito dell’impugnazione, ritenendo di non ravvisare un’ipotesi di inammissibilità ai sensi dell’art. 348 bis c.p.c., la decisione sulla ammissibilità non è ulteriormente sindacabile sia davanti allo stesso giudice dell’appello che al giudice di legittimità nel ricorso per cassazione, anche alla luce del più generale principio secondo cui il vizio di omessa pronuncia non è configurabile su questioni processuali”).

E’ del resto evidente che, nella specie, avendo la corte di appello ritenuto addirittura fondato il gravame proposto dalla F., non avrebbe certo potuto dichiararlo inammissibile per l’assenza di ragionevoli probabilità di un suo accoglimento.

1.2 E’ altresì infondata la censura di violazione degli artt. 282 e 336 c.p.c..

In proposito – contrariamente a quanto assumono i ricorrenti – l’indirizzo ormai consolidato di questa Corte, cui va certamente dato seguito, è nel senso per cui, dopo la riforma degli artt. 282 e 336 c.p.c. operata con la L. n. 353 del 1990, non è più necessario il passaggio in giudicato, ai fini dell’esecutività della sentenza di appello di riforma di quella di condanna in primo grado, di modo che tutti i suoi effetti (anche l’effetto cd. espansivo esterno di cui all’art. 336 c.p.c.) devono ritenersi operare immediatamente, dal momento della sua pronunzia (cfr. in proposito, ex multis: Cass., Sez. L, Sentenza n. 8745 del 27/06/2000: Rv. 538088 – 01: “L’art. 336 c.p.c., nella nuova formulazione introdotta dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, non subordina più al passaggio in giudicato della sentenza di riforma i cosiddetti effetti espansivi esterni, comportando perciò non soltanto la caducazione immediata della sentenza riformata, le cui statuizioni vengono sostituite automaticamente da quelle della sentenza di riforma, ma altresì l’immediata propagazione delle conseguenze della sentenza di riforma agli atti dipendenti dalla sentenza impugnata”; nel medesimo senso, anche con riguardo all’ipotesi di opposizione a decreto ingiuntivo: Cass., Sez. 6 2, Ordinanza n. 30389 del 21/11/2019, Rv. 656254 – 01; Sez. 6 – L, Ordinanza n. 27131 del 25/10/2018, Rv. 651375 – 01; Sez. L, Sentenza n. 637 del 14/01/2005, Rv. 579257 – 01; Sez. 3, Ordinanza n. 19296 del 03/10/2005, Rv. 584460 – 01; Sez. L, Sentenza n. 9626 del 20/05/2004, Rv. 572971 – 01; Sez. L, Sentenza n. 5323 del 05/03/2009, Rv. 607169 – 01).

A maggior ragione poi, coordinando tale principio con quello generale dell’immediata esecutività delle sentenze di primo grado di cui all’art. 282 c.p.c., non può in alcun modo dubitarsi che l’espressa condanna pronunziata dal giudice di appello alla restituzione delle somme pagate in esecuzione della sentenza di primo grado sia immediatamente e provvisoriamente esecutiva, anche prima del suo passaggio in giudicato e nelle more dell’eventuale ricorso per cassazione.

Va dunque affermato e ribadito il seguente principio di diritto: “a seguito della modificazione della formulazione degli artt. 282 e 336 c.p.c. operata con la L. n. 353 del 1990, la sentenza di secondo grado che, nel riformare quella di condanna in primo grado, condanni alla restituzione di quanto pagato in virtù di tale ultima sentenza, è immediatamente esecutiva, anche a prescindere dall’ulteriore impugnazione”.

La decisione impugnata risulta pienamente conforme a tale principio di diritto: va pertanto rigettato il motivo di ricorso in esame.

2. Con il secondo motivo si denunzia “Violazione e falsa applicazione di norme di diritto ed, in particolare, degli artt. 480,615,99 e 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5”.

I ricorrenti impugnano la decisione della corte di appello in ordine al primo motivo di gravame che era stato avanzato dalla F., attinente alla dichiarazione di inefficacia del precetto opposto, operata dal giudice di primo grado (oltre che in relazione all’importo pagato in virtù della condanna di primo grado riformata) anche in relazione alle spese processuali liquidate nel titolo esecutivo, costituito dalla sentenza di secondo grado, deducendo che la corte di appello avrebbe errato nel ritenere non oggetto di opposizione tale pretesa e comunque avrebbe omesso la decisione in ordine alle specifiche contestazioni effettuate in relazione a determinate voci del precetto, anche attinenti a tali spese.

Il motivo è inammissibile, ancor prima che infondato.

La corte di appello, rilevato che il giudice di primo grado aveva dichiarato il precetto integralmente inefficace, anche con riguardo alle spese giudiziali liquidate nel titolo esecutivo, avendo ritenuto (implicitamente) la relativa condanna non esecutiva, ha accolto il motivo di gravame proposto in proposito dalla F. sulla base di due distinte ed autonome rationes decidendi: ha infatti in primo luogo osservato che non era stata espressamente e specificamente contestata in sede di opposizione dagli intimati (oltre che la esecutività del capo di condanna alla restituzione di quanto pagato in virtù della sentenza di primo grado, anche) l’esecutività immediata del capo della sentenza di secondo grado di condanna alle spese di lite, il che impediva al giudice dell’opposizione di pronunziarsi in proposito; ha comunque affermato che al predetto capo della sentenza di secondo grado (cioè quello relativo alle spese di lite) deve certamente riconoscersi efficacia esecutiva immediata.

Orbene, con riguardo alla prima delle due indicate rationes decidendi, i ricorrenti sostengono di avere in realtà operato la contestazione che la corte di appello ha ritenuto mancante, richiamando, a sostegno di tale assunto, una parte del contenuto della loro opposizione. Ma la censura è sotto tale profilo (quanto meno) inammissibile per difetto di specificità: dal contenuto dell’opposizione trascritto nel ricorso non si evince infatti che fosse stata contestata, in modo puntuale e specifico, l’esecutività immediata della decisione sulle spese di lite operata dal giudice di appello, se non implicitamente e genericamente per i medesimi motivi (motivatamente e correttamente disattesi dalla corte di appello, come si è già visto) per cui era contestata la decisione di condanna alla restituzione degli importi pagati in esecuzione della sentenza di primo grado.

Poichè quella indicata costituisce ratio decidendi da sola sufficiente a reggere la decisione impugnata, quanto appena osservato sarebbe sufficiente per disattendere il motivo di ricorso in esame.

Va peraltro aggiunto che la decisione della corte di appello, secondo cui il capo relativo alla condanna al pagamento delle spese processuali del giudice di secondo grado è immediatamente esecutivo, è senz’altro conforme a diritto, anche ai sensi degli artt. 282 e 336 c.p.c., per le medesime ragioni già esposte nel paragrafo precedente.

D’altra parte, non sussiste la dedotta omissione di pronunzia in relazione alle specifiche voci del precetto contestate e riconducibili alle spese giudiziali (in particolare, con riguardo all’IVA ed alle spese di C.T.U.): l’espressa decisione su tali specifiche contestazioni è infatti contenuta nel paragrafo 6 della sentenza impugnata (a pag. 10 e 11); tale decisione è peraltro oggetto del successivo motivo di ricorso, al quale per tali aspetti si rinvia.

3. Con il terzo motivo si denunzia “Violazione e falsa applicazione dei principi di diritto e delle norme di legge, di cui al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 18,artt. 91,93 e 112 c.p.c., art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5”, “violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e dell’art. 1125 c.c. nonchè dei principi giuridici di economia processuale e del giusto processo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4”, “violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., artt. 99,112 e 115 c.p.c. e art. 2697 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5”, nonchè “violazione e falsa applicazione dell’artt. 96,99,112 e 115 c.p.c. e art. 2043 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5”.

I ricorrenti impugnano la decisione della corte di appello, nella parte in cui ha disatteso il loro appello incidentale (qualificando le relative domande in parte come riproposizione di questioni non esaminate dal giudice di primo grado ed in parte come vera e propria impugnazione incidentale).

Il motivo è sviluppato sotto vari e distinti profili, in modo peraltro piuttosto confuso, onde le censure non sono di agevole comprensione e neppure soddisfano quindi il preliminare requisito di specificità del motivo di ricorso; esso è comunque nel suo complesso – nei ristretti limiti di quanto è possibile intendere delle relative argomentazioni – in parte infondato ed in parte inammissibile.

3.1 In primo luogo i ricorrenti ribadiscono la pretesa carenza di titolo esecutivo a sostegno del precetto opposto, per le ragioni già poste a base dei precedenti motivi di ricorso (in particolare con riguardo all’interpretazione degli artt. 282 e 336 c.p.c.), di cui si è già statuita l’infondatezza. E’ sufficiente quindi in proposito semplicemente fare rinvio a quanto esposto in precedenza, con riguardo a detti motivi.

3.2 Viene poi contestata la decisione relativa all’eccezione di compensazione avanzata con l’opposizione all’esecuzione, assorbita in primo grado, riproposta in appello e in tale sede rigettata.

La censura è inammissibile, per difetto di specificità.

La corte di appello, diversamente da quanto sostengono i ricorrenti, non ha affatto ritenuto che il credito opposto in compensazione (e cioè il credito corrispondente alla spesa per la manutenzione straordinaria del solaio che divide le rispettive proprietà delle parti in causa) fosse di pronta e facile liquidazione, essendosi invece limitata a riferire che era pacifica la sua non liquidità, mentre la pronta e facile liquidazione di esso era stata semplicemente allegata dagli opponenti.

Al contrario, ha espressamente affermato che tale credito era stato contestato nel quantum dall’opposta e non erano stati prodotti elementi sufficienti per operare la sua liquidazione, occorrendo eventualmente a tal fine un’istruttoria, comunque da svolgersi in separato giudizio.

Secondo i ricorrenti, l’importo del credito in questione non era in contestazione, venendo in rilievo esclusivamente l’imputazione della spesa fra i comproprietari (ed essendo pertanto sufficiente ai fini della sua liquidazione una semplice operazione aritmetica); ma tale assunto, palesemente contrario a quanto rilevato dalla corte territoriale sul punto, è rimasto una mera apodittica affermazione, non suffragata dallo specifico richiamo al contenuto degli atti processuali che ne attesterebbe l’effettiva corrispondenza alle posizioni e alle difese svolte dalle parti nel giudizio, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6.

E’ opportuno aggiungere che non possono essere utili a superare il ravvisato motivo di inammissibilità della censura in esame le ulteriori precisazioni fornite dai ricorrenti nella memoria depositata ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c. con riguardo all’oggetto del giudizio di cognizione nell’ambito del quale si è formato il titolo posto a base del precetto opposto (giudizio poi definito con la sentenza di questa Corte n. 32344 del 13 dicembre 2018), precisazioni che anzi ne confermano il difetto di specificità.

In ogni caso, è appena il caso di osservare che l’inammissibilità della domanda di contribuzione alle spese di rifacimento del solaio ai sensi dell’art. 1125 c.c., avanzata (tardivamente) in quel giudizio dai ricorrenti (in cui si discuteva in realtà solo della pretesa responsabilità esclusiva della F. in ordine al cedimento del solaio stesso, responsabilità ormai radicalmente e definitivamente esclusa, dopo il passaggio in giudicato della sentenza posta a base del precetto opposto), non può certo comportare di per sè la mancata contestazione e, quindi, l’implicito riconoscimento del preteso importo di tali spese, laddove richieste in separato giudizio.

3.3 In relazione alla censura attinente agli importi di cui era stato intimato il pagamento a titolo di IVA e CPA, si osserva quanto segue.

La corte di appello, sulla premessa della presunzione di doverosità del pagamento, unitamente alle somme dovute al difensore per la sua prestazione professionale, dei relativi accessori tributari e contributivi, ha affermato il conseguente automatico obbligo del pagamento di questi ultimi per la parte condannata al rimborso delle spese giudiziali, obbligo superabile solo con la dimostrazione che si verta in ipotesi in cui la controparte non è tenuta a sopportare il costo corrispondente; ha quindi escluso che sussistesse nella specie una siffatta ipotesi.

La decisione impugnata è certamente conforme, in diritto, all’indirizzo di questa Corte (che in realtà richiamano gli stessi ricorrenti) secondo cui “la sentenza di condanna della parte soccombente al pagamento delle spese processuali in favore della parte vittoriosa, liquidandone l’ammontare, costituisce titolo esecutivo, pur in difetto di un’espressa domanda e di una specifica pronuncia, anche per conseguire il rimborso dell’I.V.A. che la medesima parte vittoriosa assuma di aver versato al proprio difensore, in sede di rivalsa e secondo le prescrizioni del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 18 trattandosi di un onere accessorio che, in via generale, ai sensi dell’art. 91 c.p.c., comma 1, consegue al pagamento degli onorari al difensore, anche se la deducibilità di tale imposta potrebbe, eventualmente, rilevare in ambito esecutivo, con la conseguente possibilità, per la parte soccombente, di esercitare la facoltà di contestare sul punto il titolo esecutivo con opposizione a precetto o all’esecuzione, al fine di far valere eventuali circostanze che, secondo le previsioni del citato D.P.R. n. 633 del 1972, possano escludere, nei singoli casi, la concreta rivalsa o, comunque, l’esigibilità dell’I.V.A.” (cfr., in tal senso, Cass., Sez. 1, Sentenza n. 5027 del 29/05/1990, Rv. 467454 – 01, in cui si precisa che “la parte vittoriosa nel giudizio la quale, per effetto della condanna della controparte a rimborsarle le spese processuali, ha diritto, senza bisogno di specifica richiesta o di apposita pronuncia del giudice, al rimborso dell’IVA versata al difensore – quando non si dimostri la sua possibilità di detrarre l’imposta – non è tenuta al rilascio di una fattura, atteso che, non si verte in tema di cessione di beni o prestazione di servizi, ma di semplice rimborso di un costo del processo”; nel medesimo senso, tra le tante: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 11877 del 22/05/2007, Rv. 596718 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 7805 del 31/03/2010, Rv. 612269 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 7806 del 31/03/2010, Rv. 612431 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 7551 del 01/04/2011, Rv. 617515 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 6111 del 12/03/2013, Rv. 625492 – 01; Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 18192 del 10/07/2018, Rv. 649654 01; altrettanto è a dirsi con riguardo al contributo dovuto per la c.p.A. – Cassa Previdenza Avvocati; cfr., ad es.: Cass., Sez. 2, Sentenza Sez. 1, Sentenza Sez. L, Sentenza Sez. 3, Sentenza Sez. 2, Sentenza Sez. 2, Sentenza Sez. n. 4023 del 02/05/1996, Rv. 497331 – 01; n. 3412 del 21/04/1997, Rv. 503817 – 01; n. 588 del 22/01/1998, Rv. 511823 – 01; n. 1073 del 01/02/2000, Rv. 533318 – 01; n. 4806 del 02/04/2001, Rv. 545420 – 01; n. 1672 del 05/02/2003, Rv. 560255 – 01; D’altra parte, i ricorrenti non sostengono neanche che nella specie ricorrerebbe una ipotesi in cui l’intimante non è tenuta al pagamento degli accessori in questione, limitandosi a sostenere che quest’ultima avrebbe dovuto dimostrare di averne concretamente già effettuato il pagamento.

Sotto quest’ultimo aspetto il motivo di ricorso in esame deve ritenersi addirittura – prima ancora che infondato – inammissibile, in quanto la censura in realtà non coglie adeguatamente l’effettiva ratio decidendi della pronunzia impugnata, sopra richiamata, che è fondata su un principio di diritto in base al quale non ha rilievo la prova concreta del suddetto pagamento.

3.4 Con riferimento alla censura relativa all’importo di cui era stato intimato il pagamento a titolo di rimborso delle spese pagate a saldo di quanto dovuto per la consulenza tecnica di ufficio svolta nel giudizio di cognizione, va premesso che la corte di appello ha rilevato che tra i motivi dell’originaria opposizione non era stato specificamente dedotto il difetto di titolo esecutivo con riguardo a tale importo per non essere il rimborso in questione espressamente previsto nel dispositivo della condanna posta a base del precetto opposto: ha in proposito rilevato che la questione era stata sollevata solo in appello, quindi tardivamente.

I ricorrenti sostengono che il motivo di opposizione era stato invece specificamente avanzato già in primo grado, ma la parte del contenuto dell’originaria opposizione che richiamano nel ricorso a sostegno di tale assunto, non solo non lo conferma affatto, ma addirittura lo smentisce, non essendo in esso presente alcun riferimento alla specifica questione sopra indicata e risultando invece apparentemente contestata la debenza dell’importo richiesto a titolo di saldo per la consulenza tecnica, in via del tutto generica, ancora sulla base della pretesa non esecutività del capo di condanna della sentenza di appello posto a base del precetto opposto, di cui si è ampiamente detto.

3.5 Infine, in relazione alla domanda risarcitoria avanzata dagli opponenti (rigettata sia in primo che in secondo grado), la conferma dell’integrale rigetto dell’opposizione, confermando altresì la piena legittimità della pretesa esecutiva dell’opposta e la correlata infondatezza di ogni pretesa risarcitoria degli odierni ricorrenti basata sulla prospettata illegittimità di quella, assorbe ogni altra questione, come correttamente del resto rilavato dalla stessa corte di appello.

4. Il ricorso è rigettato.

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo.

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte:

– rigetta il ricorso;

– condanna i ricorrenti a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore della controricorrente, liquidandole in complessivi Euro 7.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonchè spese generali ed accessori di legge.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza civile, il 11 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 aprile 2021

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