Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9698 del 14/04/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 14/04/2017, (ud. 16/02/2017, dep.14/04/2017),  n. 9698

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23393-2012 proposto da:

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE UNIVERSITA’ E RICERCA C.F. (OMISSIS), in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, presso i cui uffici domicilia

in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12;

– ricorrente –

contro

C.F. C.F. (OMISSIS), L.T. C.F. (OMISSIS),

F.D.A. C.F. (OMISSIS), S.I. C.F.

(OMISSIS), L.V.C. C.F. (OMISSIS), tutte elettivamente

domiciliate in ROMA, VIA GRAMSCI 20, presso lo studio dell’avvocato

MAURIZIO RIOMMI, che le rappresenta e difende unitamente

all’avvocato STEFANO NESPOR, giusta delega in atti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 569/2012 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 26/07/2012 R.G.N. 2505/11.

Fatto

RILEVATO

che con sentenza in data 26.7.2012 la Corte di Appello di Milano in riforma della sentenza resa dal locale Tribunale, pronunciando sulla impugnazione principale del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e su quella incidentale proposta da C.F., S.I. e L.V.C., ha accertato la legittimità dei termini apposti ai contratti a tempo determinato intercorsi con le appellate incidentali e con F.D.A. e L.T. ed ha respinto la domanda di risarcimento del danno proposta a detto titolo. Ha accolto l’appello incidentale ed ha dichiarato il diritto delle appellanti al riconoscimento a fini economici della anzianità di servizio, condannando il Ministero al pagamento delle differenze stipendiali maturate;

che avverso tale sentenza il MIUR ha proposto ricorso affidato a due motivi, al quale hanno opposto difese le controricorrenti indicate in epigrafe.

Diritto

CONSIDERATO

che non determina improcedibilità del ricorso l’omesso deposito del CCNL per il comparto della scuola in quanto il principio affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 20075 del 23.9.2010 non è applicabile all’impiego pubblico contrattualizzato, per il quale vale il diverso principio sancito, sempre dalle Sezioni Unite, con la sentenza 4.11.2009 n. 23329;

che, in difetto di impugnazione principale o incidentale, si è formato giudicato sul capo della sentenza che ha accertato la legittimità dei contratti a termine stipulati dal Ministero con le controricorrenti; che si è formato giudicato anche sulla infondatezza della domanda di riconoscimento dell’anzianità formulata da F.D.A. e L.T., perchè il Tribunale aveva respinto la domanda e la sentenza qui impugnata ha dato atto della mancata proposizione dell’appello, in via principale o incidentale, da parte delle menzionate F. e L.;

che pertanto difetta ogni interesse di queste ultime alla partecipazione al presente giudizio, poichè tutte le questioni che le riguardano risultano ormai definite;

che il primo motivo di ricorso, nel denunciare plurime disposizioni di legge nonchè della direttiva 1999/70/CE, assume che i supplenti della scuola, legittimamente assunti sulla base di una disciplina speciale conforme alla direttiva europea, non sono comparabili ai dipendenti di ruolo in quanto sottoscrivono ogni anno un nuovo contratto del tutto autonomo rispetto al precedente;

che ritiene il Collegio si debba rigettare il motivo di ricorso, perchè la sentenza impugnata è conforme al principio di diritto affermato da questa Corte con le sentenze nn. 22558 e 23868/2016, con le quali si è statuito che “nel settore scolastico, la clausola 4 dell’Accordo quadro sul rapporto a tempo determinato recepito dalla direttiva n. 1999/70/CE, di diretta applicazione, impone di riconoscere la anzianità di servizio maturata al personale del comparto scuola assunto con contratti a termine, ai fini della attribuzione della medesima progressione stipendiale prevista per i dipendenti a tempo indeterminato dai c.c.n.l. succedutisi nel tempo, sicchè vanno disapplicate le disposizioni dei richiamati c.c.n.l. che, prescindendo dalla anzianità maturata, commisurano in ogni caso la retribuzione degli assunti a tempo determinato al trattamento economico iniziale previsto per i dipendenti a tempo indeterminato”;

che a dette conclusioni la Corte è pervenuta valorizzando i principi affermati dalla Corte di Giustizia quanto alla interpretazione della clausola 4 dell’Accordo Quadro ed evidenziando che l’obbligo posto a carico degli Stati membri di assicurare al lavoratore a tempo determinato “condizioni di impiego” che non siano meno favorevoli rispetto a quelle riservate all’assunto a tempo indeterminato “comparabile”, sussiste a prescindere dalla legittimità del termine apposto al contratto;

che il motivo di ricorso non prospetta argomenti che possano indurre a disattendere detto orientamento, al quale va data continuità, poichè le ragioni indicate a fondamento del principio affermato, da intendersi qui richiamate ex art. 118 disp. att. cod. proc. civ., sono integralmente condivise dal Collegio;

che il secondo motivo di ricorso, con il quale si censura il capo della decisione relativo al rigetto della eccezione di prescrizione, per violazione dell’art. 2947 c.c. e art. 2948 c.c., n. 4, è inammissibile innanzitutto perchè il ricorrente non indica in che termini la questione prospettata nel motivo potrebbe incidere nella fattispecie concreta, ossia se e in quale misura la pretesa delle controricorrenti potrebbe essere paralizzata dalla eccepita prescrizione quinquennale;

che nel giudizio di cassazione l’interesse alla impugnazione va valutato in relazione ad ogni singolo motivo e non può consistere in un mero interesse astratto ad una più corretta soluzione di una questione giuridica, non avente riflessi sulla decisione adottata, bensì deve essere apprezzato in relazione all’utilità concreta derivabile dall’eventuale accoglimento del gravame alla parte (Cass. nn. 13373/2008 e 15353/2010), utilità che deve potere essere desunta dagli elementi che la parte è tenuta ad indicare nel ricorso;

che inoltre il ricorrente si limita a invocare l’applicazione del termine breve sul presupposto della legittimità dei contratti, come si è detto irrilevante ai fini che ci occupano, ma non indica le ragioni per le quali la Corte territoriale avrebbe errato nell’affermare che le somme rivendicate dovevano essere riconosciute a titolo risarcitorio, per la violazione di norme inderogabili di legge, ossia della direttiva europea e del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 6;

che il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere dedotto, a pena di inammissibilità, non solo mediante la puntuale indicazione delle norme asseritamente violate, ma anche mediante specifiche argomentazioni, intese motivatamente a dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto, contenute nella sentenza gravata, debbono ritenersi in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla dottrina e dalla prevalente giurisprudenza di legittimità (Cass. 15.1.2015 n. 635);

che le spese del giudizio di legittimità devono essere compensate perchè le pronunce sopra richiamate sono intervenute successivamente alla proposizione del ricorso e sulla questione controversa la giurisprudenza di merito aveva espresso orientamenti contrastanti;

che non sussistono la condizioni di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso nei confronti di F.D.A. e L.T. e lo rigetta per il resto, compensando le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 16 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 14 aprile 2017

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