Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9598 del 13/04/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 13/04/2017, (ud. 09/02/2017, dep.13/04/2017),  n. 9598

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Adriano – rel. Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28682/2015 proposto da:

A.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA AGRI 1, presso lo studio dell’avvocato PASQUALE NAPPI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUCA PIZZIGONI, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

SAB AUTOSERVIZI S.R.L., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

FRANCESCO DENZA 15, presso lo studio dell’avvocato NICOLA PAGNOTTA,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato CLAUDIO DANIELE

MOSE’ MORPURGO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 344/2015 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 27/10/2015 R.G.N. 225/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/02/2017 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato NICOLA PAGNOTTA in proprio e per delega verbale

Avvocato CLAUDIO DANIELE MOSE’ MORPUGO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza 27 ottobre 2015, la Corte d’appello di Brescia rigettava la domanda di A.A. di impugnazione del licenziamento intimatogli per giusta causa il 28 febbraio 2014 da S.A.B. Autoservizi s.r.l.: così riformando la sentenza di primo grado, di rigetto dell’opposizione datoriale avverso l’ordinanza emessa in rito Fornero, che aveva invece accolto la domanda del lavoratore.

A motivo della decisione, la Corte territoriale riteneva, contrariamente al Tribunale, la ricorrenza della giusta causa (pure contestata e indicata nell’atto di licenziamento) nel programmato illegittimo prolungamento del periodo di congedo accordato dal 20 dicembre 2013 al 7 gennaio 2014, merce l’espediente della simulazione di uno stato di malattia dal (OMISSIS): fatto diverso dalla mera “simulazione di malattia o sotterfugi diretti a sottrarsi all’obbligo di servizio”, sanzionato con misura conservativa (sospensione dal servizio) dal R.D. n. 148 del 1931, art. 42, all. A, ritenuto dal primo giudice.

Con atto notificato il 3 dicembre 2015 A.A. ricorre per cassazione con unico motivo, cui resiste la società datrice con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con unico motivo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del R.D. n. 148 del 1931, art. 2119, e art. 42, comma 2, n. 7, all. A, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sull’erroneo assunto di ricorrenza di una giusta causa non riconducibile ai fatti contestati e pure in contrasto con la previsione tipizzata del codice disciplinare di simulazione di malattia (tra l’altro accertata da certificato medico incontestato), semplicemente aggravata da elementi accessori aggravanti, tuttavia non integranti fatti diversi, autonomamente sussumibili nella clausola elastica della giusta causa.

2. Esso è infondato.

2.1. La denunciata violazione della norma di diritto relativa alla giusta causa non sussiste.

La censura non pone, infatti, una questione di sindacabilità, sotto il profilo della falsa interpretazione di legge, del giudizio applicativo di una norma cd. “elastica”, che indichi solo parametri generali e pertanto presupponga da parte del giudice un’attività di integrazione giuridica della norma, a cui sia data concretezza ai fini del suo adeguamento ad un determinato contesto storico – sociale (Cass. 15 aprile 2016, n. 7568; Cass. 22 marzo 2016, n. 5592; Cass. 26 aprile 2012, n. 6498; Cass. 2 marzo 2011, n. 5095; Cass. s.u. 18 novembre 2010, n. 23287).

2.2. La Corte territoriale ha correttamente applicato i principi di diritto in ordine al carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e, in particolare, dell’elemento fiduciario, in esito alla valutazione, propria del giudice di merito: da un lato, della gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi e all’intensità del profilo intenzionale; dall’altro, della proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, per stabilire se la lesione dell’elemento fiduciario, su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro, sia tale in concreto da giustificare la massima sanzione disciplinare (Cass. 16 ottobre 2015, n. 21017; Cass. 4 marzo 2013, n. 5280; Cass. 18 settembre 2012, n. 15654; Cass. 2 marzo 2011, n. 5095; Cass. 13 dicembre 2010, n. 25144).

E l’accertamento del principio di proporzionalità, di competenza esclusiva del giudice di merito, è insindacabile in sede di legittimità, qualora adeguatamente motivato (Cass. 25 maggio 2012, n. 8293; Cass. 7 aprile 2011, n. 7948; Cass. 8 gennaio 2008, n. 144; Cass. 19 gennaio 1998, n. 437): come appunto nel caso di specie, con l’inequivocabile riferimento comprovato alla gravità delle conseguenze della condotta contestata (dall’ultimo capoverso di pg. 10 al primo di pg. 11 della sentenza).

2.3. La censura consiste piuttosto in una negazione della pertinenza della norma di legge applicata alla contestazione, infondatamente pretesa solo ex contractu.

Ma la giusta causa è stata chiaramente invocata, tanto nella contestazione disciplinare quanto nell’intimazione di licenziamento, sia sotto il profilo della lesione definitiva e irreparabile del vincolo fiduciario (nella quale detta “clausola elastica” appunto consiste), sia del richiamo alla disciplina anche di diritto comune (come illustrato dal penultimo capoverso di pg. 5 al primo periodo di pg. 6 della sentenza): con la conseguente corretta qualificazione dell’ipotesi di licenziamento intimato.

2.4. Sicchè la doglianza ha ad oggetto, non tanto l’esatta interpretazione di norme nè il corretto esercizio del processo di sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta regolata dalla disposizione di legge denunciata, quanto piuttosto l’accertamento della concreta ricorrenza, nel fatto dedotto in giudizio, degli elementi che integrano il parametro normativo e le sue specificazioni e della loro concreta attitudine a costituire giusta causa di licenziamento: e pertanto il diverso piano del giudizio di fatto, demandato al giudice di merito e sindacabile in cassazione a condizione che la contestazione non si limiti ad una censura generica e meramente contrappositiva, ma contenga una specifica denuncia di incoerenza rispetto agli standards, conformi ai valori dell’ordinamento, esistenti nella realtà sociale (Cass. 22 marzo 2016, n. 5592; Cass. 2 marzo 2011, n. 5095).

2.5. E d’altro canto, la sentenza impugnata è insindacabile nell’odierna sede di legittimità, per l’inammissibile sollecitazione ad una rivisitazione critica dell’accertamento e della valutazione probatoria, di competenza esclusiva del giudice di merito: ciò esorbitando da ogni profilo di correttezza giuridica e di coerenza logico-formale delle argomentazioni del giudice di merito, posto che il sindacato di logicità del giudizio di fatto non equivale a revisione del ragionamento decisorio (Cass. 16 dicembre 2011, n. 27197; Cass. 18 marzo 2011, n. 6288; Cass. 19 marzo 2009, n. 6694), nel caso di specie motivato con esauriente argomentazione, esente da vizi logici nè giuridici (per le ragioni illustrate dal secondo capoverso di pg. 7 al primo capoverso di pg. 11 della sentenza); anche in riferimento alla valutazione, corretta nè contraddittoria, dei limiti di rilevanza probatoria della certificazione medica della malattia, non ostativa all’assunto della sua simulazione (in mancanza di esame obiettivo del paziente, avendo essa avuto ad oggetto quanto da questi riferito al medico: così dal quarto all’undicesimo alinea di pg. 10 della sentenza).

3. Dalle superiori argomentazioni discende coerente il rigetto del ricorso, con la regolazione delle spese del giudizio secondo il regime di soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna A.A. alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali in misura del 15 % e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 aprile 2017

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