Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9588 del 13/04/2017


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Cassazione civile, sez. II, 13/04/2017, (ud. 08/03/2017, dep.13/04/2017),  n. 9588

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18945-2012 proposto da:

P.U., elettivamente domiciliato in ROMA, P.LE CLODIO 32,

presso lo studio dell’avvocato LIDIA SGOTTO CIABATTINI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ALESSANDRO PATTI;

– ricorrente –

contro

PI.GI. e S.A. elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

MONTE DELLE GIOIE 13, presso lo studio dell’avvocato CAROLINA

VALENSISE, che rappresenta e difende unitamente all’avvocato

FRANCESCO PINTUCCI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1657/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 08/06/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/03/2017 dal Consigliere Dott. FEDERICO GUIDO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI CARMELO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

ESPOSIZIONE DEL FATTO

Con atto di citazione notificato l’11 aprile 2005 Ubaldo Politi convenne innanzi al Tribunale di Monza Pi.Gi. ed S.A., per sentir accertare che i convenuti avevano costruito a circa 40 cm dal confine tra il loro fondo e quello di proprietà dell’attore un muro di sostegno, incrementando di circa 1 metro l’altezza dello stesso rispetto a quello precedente (anch’esso, peraltro, posto non a confine), e condannare i convenuti alla rimozione del muro.

I convenuti resistevano, affermando che il muro eretto costituiva muro di cinta ex art. 878 c.c. e non poteva dunque qualificarsi come costruzione. Il Tribunale di Monza condannava i convenuti alla rimozione del muro. La Corte d’Appello di Milano, espletata ctu, in riforma della sentenza di primo grado, affermava la legittimità del manufatto, ritenendo che esso costituiva muro di contenimento ex art. 878 c.c., onde non era soggetto al rispetto delle distanze ex art. 873 c.c. e disponeva l’integrale compensazione tra le parti delle spese di lite.

Per la cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso con tre motivi il P..

I signori Pi. e S. resistono con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Vanno preliminarmente disattese le eccezioni di inammissibilità del ricorso sollevate dal controricorrente, atteso che esso contiene l’esposizione chiara ed esauriente dei fatti di causa e gli elementi necessari ad evidenziare le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito (Cass. 14784/2015).

Passando all’esame del ricorso, con il primo motivo il ricorrente denunzia la nullità della sentenza ex art. 360, n. 4) in relazione agli artt. 132 e 161 c.p.c., deducendo che risulta particolarmente problematico individuare le conclusioni delle parti, la concisa esposizione delle ragioni di fatto e diritto, vale a dire gli elementi di cui all’art. 132 c.p.c., nn. 3) e 4) lamentando in particolare la mancanza di una precisa esposizione della vicenda processuale e degli essenziali fatti di causa.

Il motivo è infondato.

Premesso che l’omessa o incompleta trascrizione delle conclusioni delle parti non è causa di nullità della sentenza, ma di mera irregolarità, nel caso di specie dette conclusioni sono presenti.

Del pari, l’omessa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto dà luogo a nullità solo quando sia impossibile ricostruire altrimenti i tratti essenziali della lite (Cass. 27002/2011), rendendo impossibile l’individuazione del thema decidendum e delle ragioni che stanno a fondamento del dispositivo.

Nel caso di specie, la sentenza contiene l’indicazione degli elementi essenziali della vicenda processuale e consente la ricostruzione dell’iter logico seguito dal giudice e della ratio decidendi posta a fondamento della decisione.

Con il secondo motivo si denunzia l’omessa e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per essersi la Corte d’Appello discostata delle conclusioni dell’ espletata ctu, qualificando il manufatto come “muro di cinta”.

Il motivo è inammissibile, in quanto si risolve nella sollecitazione ad operare una nuova valutazione, nel merito, delle acquisizioni istruttorie, estranea al sindacato di legittimità.

La Corte, sulla base della descrizione dello stato dei luoghi da parte del Ctu e della planimetria allegata alla relazione, ha infatti ritenuto, con valutazione di merito adeguata, di dover qualificare il manufatto come muro di cinta, sulla base della mancanza di variazioni significative delle quote altimetriche, sulla base del fatto che non vi era stato alcun innalzamento artificiale della quota del mapp. n. 255 di proprietà e che detto muro era stato realizzato a confine e non costituiva dunque una costruzione ma un muro di contenimento del terreno.

Ed invero, secondo il consolidato orientamento di questa Corte il vizio di omessa o insufficiente motivazione, ex art. 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo quando nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile una obiettiva deficienza del criterio logico che lo ha condotto alla formazione del proprio convincimento, ma non può consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove date dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte, spettando solo a detto giudice individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge, in cui alla prova è assegnato un valore legale (Cass. n. 6064/2008).

Non sussiste dunque il dedotto vizio di carenza motivazionale, configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza del procedimento logico posto a base della statuizione censurata.

Nel caso, invece, in cui vi sia mera difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente il motivo di ricorso si risolve, come nel caso di specie, in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento del giudice di merito, tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione (Cass. Ss. Uu. 24148/2013).

Con il terzo motivo si denunzia la violazione dell’art. 112 c.p.c. deducendo il vizio di ultrapetizione della sentenza impugnata, per avere la Corte d’Appello effettuato l’accertamento che il muro in oggetto poteva essere considerato come “costruito a confine”, in assenza di una espressa domanda o eccezione al riguardo, estrapolando tale conclusione da quanto affermato nella ctu, pur in assenza di un espresso quesito al riguardo.

Il motivo è infondato.

La Corte ha infatti fondato la reiezione della domanda di rimozione proposta dall’odierno ricorrente, escludendo che il manufatto potesse qualificarsi come “costruzione”, che, ai sensi e per gli effetti dell’art. 873 c.c., costituisce un elemento costitutivo della domanda per cui è causa e la cui carenza è evidentemente rilevabile anche d’ufficio da parte del giudice.

Il ricorso va dunque respinto ed il ricorrente va condannato alla refusione delle spese del presente giudizio.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al rimborso delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi 2.200,00 Euro di cui 200,00 Euro per rimborso spese vive, oltre a rimborso forfettario spese generali in misura del 15% ed accessori di legge.

Cosi deciso in Roma, il 8 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 aprile 2017

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