Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9504 del 21/04/2010

Cassazione civile sez. II, 21/04/2010, (ud. 24/02/2010, dep. 21/04/2010), n.9504

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente –

Dott. MENSITIERI Alfredo – Consigliere –

Dott. MALZONE Ennio – Consigliere –

Dott. ODDO Massimo – Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

ASSITALIA “LE ASSICURAZIONI D’ITALIA” SPA P.I. (OMISSIS), in

persona del legale rappresentante pro tempore C.S.,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BRUNO BOZZI 82, presso lo

studio dell’avvocato IANNOTTA GREGORIO, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato IANNOTTA ANTONELLA;

– ricorrente –

e contro

GEMI CONSULT SRL IN LIQUIDAZIONE;

– intimato –

avverso la sentenza n. 58/2004 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 08/01/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/02/2010 dal Consigliere Dott. VINCENZO MAZZACANE;

udito l’Avvocato Antonella IANNOTTA, difensore del ricorrente che si

riporta d insiste;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio che ha concluso per l’accoglimento del ricorso per

quanto di ragione.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atti del 25-5-1992, del 3-7-1992 e del 21-7-1992 l’Assitalia “Le Assicurazioni d’Italia” s.p.a. (di seguito Assitalia) conferiva alla GE.MI Consult s.r.l. (in seguito GE.MI) l’incarico di vendere alcuni complessi immobiliari di sua proprietà siti in Milano, Genova e Roma con previsione della facoltà per la mandataria di acquistare direttamente gli immobili e di una penale pari al 10% del prezzo di vendita in caso di suo inadempimento.

Poichè il mandato era stato solo parzialmente eseguito, con atti pubblici del 30-12-1992 l’Assitalia vendeva alla GE.MI o a persona da nominare tutte le unità immobiliari residue convenendo inoltre la condizione risolutiva dei contratti di vendita in caso di mancato pagamento del prezzo entro il termine del 30-4-1993 per gli immobili per i quali non fosse intervenuta dichiarazione di nomina entro il 15- 4-1993.

In pari data le parti suddette con scrittura privata, dopo aver convenuto la risoluzione consensuale dei suddetti mandati, e dopo aver dato atto della stipulazione dei rogiti sopra richiamati, prevedevano – per l’ipotesi di avveramento della predetta condizione risolutiva – la costituzione di nuovi rapporti di mandato con l’obbligo della mandataria di vendere le unità immobiliari rimaste invendute oppure di acquistarle direttamente alla data di cessazione dei nuovi mandati nonchè con il riconoscimento di una provvigione e la previsione di una penale pari al 10% del prezzo complessivo degli immobili rimasti invenduti.

Ciò premesso con atto di citazione del 5-7-1993 l’Assitalia conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma la GE.MI chiedendo:

a) accertato che la GE.Mi si era resa inadempiente ai contratti di compravendita immobiliare del 30-12-1992 per notaio Mariconda rep. 26800, rep. 26801, rep. 26802, rep. 26803 e rep. 26804 non avendo provveduto al pagamento dei prezzi pattuiti entro la prevista scadenza del 30-4-1993, dichiarare il diritto dell’Assitalia a pretendere, a titolo di risarcimento danni e/o comunque a titolo di restituzione per anticipazioni, tutte le somme corrisposte e/o anticipate in correlazione ai rogiti indicati ammontanti a L. 4.786.909.000 per INVIM, IVA e notule notarili ovvero la minore somma che risultasse dovuta per l’ipotesi di recupero dall’Erario delle somme anticipate;

b) accertato che la GE.MI si era resa inadempiente anche al mandato a vendere di cui alla scrittura privata del 30-12-1992, non avendo provveduto all’acquisto di tutte le unità immobiliari invendute entro la data del 30-5-1993, dichiarare il diritto dell’Assitalia al ili pagamento da parte di GE.MI a titolo di penale della somma di L. 2.421.099.000 oltre interessi e maggior danno ex art. 1224 c.c.;

c) dichiarata la compensazione tra il credito pari a L. 7.208.008.000 dell’Assitalia e quello pari a L. 2.876.523.000 per provvigioni maturate spettante alla GE.MI, condannare quest’ultima al pagamento della somma di L. 4.331.557.000 o della minore somma che risultasse dovuta in corso di causa oltre interessi e maggior danno ex art. 1224 c.c..

Costituendosi in giudizio la GE.MI contestava la pretesa “sub” a) e, relativamente alla pretesa “sub” b), chiedeva la riduzione della penale ex art. 1384 c.c.; in via riconvenzionale la convenuta chiedeva accertarsi il proprio credito per provvigioni in ragione di L. 2.876.523.000 oltre interessi e maggior danno ex art. 1224 c.c. e, previa parziale compensazione con l’importo della penale, condannare l’Assitalia al pagamento della differenza in suo favore.

In corso di causa l’Assitalia – dato atto dell’avvenuto recupero dell’IVA dall’erario – riduceva la propria pretesa a L. 817.579.000, determinata decurtando dall’importo complessivo di L. 3.694.103.000 (di cui L. 2.421.099.000 a titolo di penale, L. 738.887.000 per INVIM, L. 65.645.000 per spese notarili e L. 468.472.000 a titolo di interessi maturati su IVA e INVIM) l’importo delle provvigioni spettanti alla GE.MI per L. 2.876.523.000.

Con sentenza dell’8-11-2000 il Tribunale adito, accertato l’inadempimento della GE.MI a tutti i contratti oggetto di causa, e dichiarata la compensazione tra il credito dell’Assitalia come quantificato dalla stessa attrice in L. 3.694.103.000 e quello per L. 2.876.523.000 della GE.MI, condannava quest’ultima al pagamento della differenza di L. 817.579.000 oltre interessi legali dalla domanda.

Proposta impugnazione da parte della GE.MI cui resisteva l’Assitalia la Corte di Appello di Roma con sentenza dell’8-1-2004 ha accolto l’appello per quanto di ragione e, in parziale riforma della sentenza impugnata, ha rigettato la domanda di pagamento relativamente alle spese notarili ed all’INVIM e, previa riduzione della penale contrattuale a L. 1.210.549.550, ha dichiarato integralmente estinto il credito dell’Assitalia per interessi su IVA e penale, pari a complessive L. 1.596.833.000, per effetto della compensazione con il controcredito per provvigioni della GE.MI pari a L. 2.876.523.000.

Per la cassazione di tale sentenza l’Assitalia ha proposto un ricorso articolato in quattro motivi; l’intimata non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 112-342 e 345 c.p.c., nonchè vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto l’ammissibilità dell’appello proposto dalla GE.MI, contenente in realtà un generico riferimento alle difese ed alle domande formulate in primo grado, e per aver pronunciato su domande ed eccezioni non proposte.

La ricorrente assume che nel richiamato atto la GE.MI, dopo aver fatto un generico richiamo “per relationem” alle domande proposte nel giudizio di primo grado, si era limitata a ripetere le ragioni esposte dinanzi al Tribunale di Roma che giustificavano l’invocata ammissibilità della domanda riconvenzionale senza muovere alcuna specifica censura sul punto alla statuizione di quel giudice.

La censura è infondata.

La Corte territoriale ha ritenuto che l’atto di appello – fatta eccezione per il generico rinvio alle difese svolte in primo grado e per la riproposizione delle istanze istruttorie disattese dalla sentenza di primo grado – presentava specifiche censure a detta sentenza, come era riscontrabile dall’esame dei loro contenuti trascritti nella parte espositiva della sentenza stessa di secondo grado (vedi pagine 4 e 5).

Ed invero dalla lettura di tale censure come formulate dalla GE.MI nell’atto di appello (consentita a questa Corte dalla natura processuale del vizi denunciati) emerge con chiarezza la trattazione di tutte le questioni su cui si richiedeva un nuovo esame dal giudice di secondo grado (ovvero ammissibilità della domanda riconvenzionale, erroneo riconoscimento della pretesa risarcitoria sulla base del mandato a vendere del 25-5-1992 che si era risolto consensualmente e riduzione della penale) e delle ragioni poste a base della ritenuta erroneità delle statuizioni rese dal giudice di primo grado; correttamente pertanto la sentenza impugnata ha esaminato gli specifici motivi di impugnazione proposti.

Con il secondo motivo l’Assitalia denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1218 e segg. c.c., in relazione al combinato disposto degli artt. 1322 e 1353 e segg. c.c. e dei principi e delle norme che regolano le conseguenze risarcitorie dell’inadempimento;

violazione e falsa applicazione degli artt. 1218 e segg. c.c., in relazione al combinato disposto degli artt. 1322-1353 e segg. artt. 1325 e 1418 c.c. e dei principi e delle norme che impongono che le parti, nella loro autonomia negoziale, non possono escludere la vincolatività dell’obbligazione in capo al debitore, e che prevedono che, allorquando l’inadempimento venga dedotto quale condizione risolutiva, non è escluso che lo stesso rilevi al fine del risarcimento del danno; violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e segg. c.c. e dei principi e delle norme che disciplinano l’interpretazione del contratto e la rilevanza dell’inadempimento di una data prestazione non solo ai fini dell’efficacia del contratto ma anche al fine del risarcimento del danno; infine la ricorrente denuncia vizio di motivazione.

La ricorrente rileva che il giudice di appello, dopo aver ricostruito il tenore degli accordi negoziali raggiunti dalle parti con gli atti di compravendita del 30-12-1992 e con la scrittura privata sottoscritta lo stesso giorno, ha ritenuto che esse avevano attribuito all’inadempimento In dell’obbligo di pagamento del prezzo il significato di condizione risolutiva del rapporto, e che quindi l’inadempimento in tal caso era stato sottratto a qualsiasi rilievo di colpevolezza, non potendo pertanto legittimare nessuna pretesa risarcitoria.

L’Assitalia assume sotto un primo profilo che il fatto che le parti, nell’ambito della loro autonomia contrattuale, avevano escluso il rimedio della risoluzione ex artt. 1453 e segg. c.c., prevedendo un meccanismo atipico per poter riequilibrare il rapporto sinallagmatico quale effetto dell’inadempimento di una di esse, non escludeva che quest’ultimo dovesse pur sempre essere qualificato come un fatto antigiuridico idoneo ad esporre il debitore al risarcimento dei danni in favore del creditore; inoltre sottrarre l’inadempimento all’obbligo contrattuale di pagamento del prezzo ad un giudizio di colpevolezza significherebbe negare la vincolatività di quell’obbligo con conseguente difetto di causa del contratto; infine nella fattispecie il fatto che le parti nella scrittura privata del 30-12-1992 avevano previsto la risoluzione dei precedenti mandati e la dilazione del pagamento delle relative provvigioni era giustificato dal rilievo che esse avevano considerato il mancato pagamento del prezzo dei contratti di compravendita inadempimento idoneo a generare il diritto dell’Assitalia al risarcimento dei danni conseguenti al perfezionamento dei suddetti contratti ed alle spese notarili, all’INVIM ed all’IVA anticipata, in relazione ai quali l’Assitalia tratteneva le provvigioni già maturate dalla GE.MI. La censura è infondata.

La Corte territoriale ha premesso che le parti con i rogiti per notaio Mariconda del 30-12-1992 aventi ad oggetto la vendita alla GE.MI o a persona da nominare delle porzioni immobiliari già oggetto dei precedenti mandati rimaste invendute avevano previsto all’art. 5 che il mancato pagamento del prezzo entro la data del 30-4-1993 avrebbe determinato la risoluzione di tali vendite, e che con la contestuale scrittura privata esse avevano stabilito che, in ipotesi di avveramento della condizione risolutiva di cui all’art. 5 dei richiamati rogiti notarili, la GE.MI avrebbe avuto l’obbligo di vendere tutti gli immobili rimasti invenduti entro il 30-5-1993 con il riconoscimento di una provvigione del 5% del prezzo di vendita e di una penale del 10% del prezzo complessivo delle unità immobiliari rimaste invendute alla suddetta data.

Orbene il giudice di appello ha ritenuto che con tale complesso meccanismo negoziale le parti avevano assunto il mancato pagamento del prezzo (da parte della GE.MI o del terzo nominato) quale condizione risolutiva della vendita degli immobili e quale condizione sospensiva della costituzione dei nuovi rapporti di mandato venuti poi a scadenza alla fine di maggio 1993; pertanto, avendo esse previsto il suddetto inadempimento quale evento condizionante in senso risolutivo il contratto – che per un verso comportava la retrocessione della proprietà degli immobili per cui non era stato versato il prezzo all’Assitalia e, per altro verso, attivava il mandato a vendere gli stessi beni – l’inadempimento stesso si sottraeva a qualsiasi rilievo di colpevolezza e non presentava alcun profilo di ingiustizia che solo avrebbe legittimato una pretesa risarcitoria.

Tale convincimento deve essere pienamente condiviso.

Deve anzitutto osservarsi che, come affermato dalla Corte territoriale, in virtù del principio generale di autonomia contrattuale di cui all’art. 1322 c.c., i contraenti possono validamente prevedere come evento condizionante tanto in senso sospensivo che risolutivo dell’efficacia del contratto, l’inadempimento di una delle obbligazioni principali del contratto stesso (Cass. 24-2-1983 n. 1432; Cass. 8-8-1990 n. 8051; Cass. 12-10- 1993 n. 10074; Cass. 15-11-2006 n. 24299).

Sulla base di tali premesse questa Corte ha rilevato in una fattispecie analoga alla presente che, qualora l’inadempimento di una delle parti alle obbligazioni contrattuali sia stato dedotto in contratto quale condizione risolutiva, l’inadempimento stesso, una volta verificatosi, non può essere fondatamente invocato dalla controparte quale illecito contrattuale e fonte d’obbligazione risarcitoria ex art. 1223 c.c., trattandosi invece del legittimo esercizio di una potestà convenzionalmente attribuita, in quanto costituente l’evento espressamente dedotto in condizione risolutiva potestativa per concorde volontà di entrambe le parti (così in motivazione Cass. 24-11-2003 n. 17859).

Tali conclusioni appaiono confortate nella fattispecie dal rilievo dello stretto collegamento funzionale attribuito dalla parti tra i rogiti per notaio Mariconda del 30-12-1992 da un lato e la scrittura privata sottoscritta in pari data dall’altro; se infatti, come evidenziato dalla sentenza impugnata, nella suddetta scrittura privata la stipula dei suddetti rogiti era stata testualmente considerata quale “parte integrante del presente accordo transattivo”, si deve ritenere che il complesso meccanismo negoziale concordato tra le parti non solo aveva previsto l’inadempimento della GE.MI all’obbligo di pagamento del prezzo di vendita degli immobili quale evento condizionante in senso risolutivo l’efficacia dei contratti di vendita, ma aveva anche contemplato quale diretta conseguenza di esso il sorgere di nuovi mandati a vendere con previsione di una penale in caso di inadempimento a tale nuova obbligazione.

Pertanto la previsione del suddetto inadempimento quale vicenda che avrebbe dato luogo ad una nuova regolamentazione dei rapporti tra le parti con pattuizioni che prevedevano una specifica tutela dell’Assitalia in caso di inadempimento della GE.MI anche ai nuovi rapporti di mandato conduce legittimamente a ritenere che l’inadempimento di quest’ultima al pagamento del prezzo degli immobili, svincolato dal paradigma codicistico e quindi dagli effetti tipici che l’ordinamento ad esso normalmente riconnette, era stato considerato come un mero fatto storico, indipendentemente quindi da qualsiasi valutazione sulla sua imputabilità ad un comportamento colposo del contraente (vedi in tal senso Cass. 15-11-2006 n. 24299), come tale pertanto inidoneo in radice ad essere configurato quale fonte di una pretesa risarcitoria.

Con il terzo motivo la ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 1242-1243 e 1360 c.c., nonchè vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver rigettato la domanda dell’Assitalia anche sotto il profilo restitutorio.

Invero il giudice di appello, pur avendo riconosciuto in astratto il diritto dell’Assitalia alla restituzione delle sole somme di denaro da essa erogate a titolo di IVA, ha limitato la invocata compensazione soltanto alle somme dovute a titolo di interessi sull’IVA, posto che quest’ultima era stata integralmente recuperata dall’Assitalia nel corso del giudizio di primo grado.

La ricorrente sostiene di avere il diritto, oltre al risarcimento dei danni, alla restituzione delle somme anticipate, in forza del contratto poi risolto, per conto dell’acquirente GE.MI.; pertanto la Corte territoriale non avrebbe dovuto operare la compensazione con riguardo ai soli interessi maturati sulle somme gradualmente recuperate a titolo di IVA, sia perchè tali interessi costituiscono comunque pretese risarcitone, sia perchè, dopo aver ammesso il diritto alla restituzione delle somme anticipate dall’Assitalia per conto della GE.MI a titolo di IVA, avrebbe dovuto compensare tale credito, ammontante a L. 3.982.377.000, con il credito della GE.MI a titolo di provvigioni, avuto riguardo al momento dell’avveramento della condizione, allorquando i diritti reciproci, entrambi liquidi ed esigibili, erano coesistenti ai sensi dell’art. 1242 c.c..

La censura è infondata.

Il giudice di appello, premesso che il diritto alla restituzione invocato dall’Assitalia era configurabile soltanto in relazione a somme versate e/o anticipate dalla venditrice in favore dell’altra parte, ha rilevato che le parti nella scrittura privata del 30-12- 1992 lett. e) avevano previsto il rimborso dell’IVA perchè, trattandosi di oneri gravanti sull’acquirente anticipati dall’Assitalia, occorreva regolare le modalità ed i tempi della restituzione, mentre altri oneri pure reclamati – ovvero le spese notarili e l’INVIM – erano a carico della venditrice e pertanto non potevano essere trasferiti all’acquirente.

Sulla base di tali corrette argomentazioni, comunque non oggetto di censure specifiche in questa sede, la Corte territoriale ha riconosciuto logicamente all’Assitalia – che aveva ottenuto in corso di causa l’importo già versato all’Erario a titolo di IVA – il diritto agli interessi per il ritardato recupero dell’IVA; in tale contesto ha quindi determinato la somma di L. 385.842.000 non oggetto di contestazioni e portata in compensazione con il credito per provvigioni della GE.MI pari a L. 2.876.523.000; di qui pertanto l’erroneità del diverso assunto della ricorrente che, richiamandosi al credito maturato nei confronti della controparte per l’importo anticipato riguardante l’IVA, non ha considerato di averlo già ottenuto in restituzione dall’Erario.

Con il quarto motivo la ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e segg. c.c., e art. 1384 c.c., nonchè vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver ridotto la penale prevista nel contratto di mandato di cui alla scrittura del 30-12-1992, commisurata al 10% dell’invenduto alla data del 30-5- 1993, alla minore misura del 5%.

L’Assitalia assume che il giudice di appello, pur essendosi richiamato al principio che, per esercitare il potere di riduzione della penale, il giudice deve valutare l’interesse della parte all’adempimento della prestazione cui ha diritto tenendo conto delle ripercussioni dell’inadempimento sull’equilibrio delle prestazioni e della sua effettiva incidenza sulla situazione contrattuale concreta al momento in cui il è stato concluso il contratto cui la penale stessa accede, non si è attenuto a tale criterio; infatti, poichè la suddetta penale era stata prevista nell’ambito di un “accordo transattivo” raggiunto tra le parti, era esclusa in radice la possibilità di una sua rideterminazione da parte del giudice in funzione di un diverso contemperamento degli interessi delle parti;

inoltre la previsione contrattuale, nell’interesse dell’Assitalia, della dilazione senza interessi del pagamento delle provvigioni già maturate dalla GE.MI alla data del 30-12-1992, dimostrava che il concreto assetto degli interessi perseguiti dalle parti era caratterizzato dalla prevalenza dell’interesse dell’esponente all’inesistenza di un invenduto rispetto all’interesse della GE.MI al conseguimento delle provvigioni maturate in ragione delle vendite.

La censura è infondata.

La Corte territoriale ha rilevato che l’obbligo di acquisto dell’invenduto da parte della mandataria era inteso a rafforzare la posizione della mandante, assicurandole in ogni caso la vendita degli immobili, e che in tale prospettiva l’importo percentuale della penale doveva essere valutato nell’ambito del complesso collegamento negoziale e correlativamente adeguato, nell’economia del rapporto, a quello fissato per la provvigione.

Richiamati poi i sopra enunciati principi in tema di esercizio del potere di riduzione della penale, il giudice di appello ha evidenziato l’infondatezza di entrambe le argomentazioni addotte dall’Assitalia per giustificare l’importo della penale pattuita:

infatti il preteso brusco crollo dei prezzi del mercato immobiliare si era verificato alcuni anni più tardi, mentre l’introduzione dell’ICI era irrilevante, trattandosi di imposizione fiscale applicata sul patrimonio immobiliare solo a partire dal 1994.

La sentenza impugnata ha quindi concluso che le esigenze di equità che presiedono al potere di riduzione giudiziale di cu all’art. 1384 c.c., imponevano di ridurre la percentuale della penale dal 10% al 5% in armonia con l’importo della provvigione.

Alla luce di tali elementi si rileva che il giudice di appello ha proceduto all’apprezzamento sulla eccessività dell’importo fissato con la clausola penale dalle parti nonchè sulla misura della riduzione equitativa dell’importo medesimo fondato sulla valutazione dell’interesse del creditore all’adempimento con riguardo all’effettiva incidenza dello stesso sull’equilibrio delle prestazioni e sulla concreta situazione contrattuale, indipendentemente da una rigida ed esclusiva correlazione con l’entità del danno subito; sulla base di tali premesse è quindi agevole rilevare che il suddetto apprezzamento rientra nel potere discrezionale del giudice di merito il cui esercizio è incensurabile in sede di legittimità (Cass. 16-3-2007 n. 6158).

Può comunque rilevarsi che il riferimento della ricorrente all’accordo transattivo nel cui contesto era stata pattuita la suddetta penale è ininfluente al fine di escludere il potere del giudice di merito di ridurre la penale stessa, considerato che evidentemente la transazione è pur sempre un contratto che quindi comporta la valutazione dell’interesse del creditore all’adempimento della prestazione a carico dell’altra parte nei termini sopra enunciati (Cass. 6-2-1987 n. 1209), e che per il resto la censura tende inammissibilmente a prospettare una diversa valutazione in fatto dell’incidenza dell’inadempimento della GE.MI agli obblighi assunti quale mandataria sull’assetto degli interessi rispettivamente perseguiti dalle parti.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato; non occorre procedere ad alcuna statuizione sulle spese del presente giudizio non avendo la parte intimata svolto alcuna attività difensiva in questa sede.

P.Q.M.

La Corte Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 24 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2010

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