Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9476 del 22/05/2020

Cassazione civile sez. lav., 22/05/2020, (ud. 05/06/2019, dep. 22/05/2020), n.9476

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14958-2015 proposto da:

“FERROVIE DEL SUD EST E SERVIZI AUTOMOBILISTICI S.R.L.”, C.F.

(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEL BABUINO 107, presso lo

studio dell’avvocato ANGELO SCHIANO, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato LUCIANO ANCORA;

– ricorrente –

contro

N.R., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato LUIGI COLUCCIA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2505/2014 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 01/12/2014 R.G.N. 1563/2013.

Fatto

RILEVATO

che la Corte di Appello di Lecce, con sentenza depositata in data 1.12.2014, ha respinto il gravame interposto da Ferrovie del Sud Est e Servizi Automobilistici S.r.l. (già Gestione Commissariale Ferrovie Sud Est), nei confronti di N.R., avverso la pronunzia del Tribunale della stessa sede, resa il 26.10.2012, che aveva accolto la domanda del lavoratore diretta ad ottenere il pagamento delle differenze retributive, maturate a titolo di straordinario, dal gennaio 2005 all’ottobre 2011 per il lavoro eccedente le 36 ore settimanali;

che la Corte di merito, per quanto ancora in questa sede rileva, ha osservato che “la sussistenza di uso aziendale in ordine alla riduzione dell’orario di lavoro per gli impiegati delle F.S.E. è provato dalla documentazione prodotta, esaminata dal primo Giudice. Il contenuto di tale documentazione non risulta contraddetto da ulteriori atti attestanti diverse determinazioni assunte nel tempo da parte datoriale, che ha assunto varie fisionomie (azienda privata, azienda pubblica, ed ancora società a r.l. dall’1.1.2001)”, e che “Il trattamento di miglior favore riservato alla collettività dei dipendenti è espressione del potere di iniziativa economica del datore di lavoro, attuata con atti volontari che costituiscono una fonte di obbligazione quando integrano fattispecie di uso aziendale, che si risolve in un nuovo assetto di regolamentazione collettiva dei rapporti di lavoro”;

che per la cassazione della sentenza ricorre la S.r.l. Ferrovie del Sud Est e Servizi Automobilistici succeduta ex lege alla Gestione Commissariale Governativa per le Ferrovie del Sud, articolando sei motivi, cui resiste N.R. con controricorso;

che il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il ricorso, si censura: 1) “Violazione di legge. Omessa pronuncia circa un fatto controverso e decisivo del giudizio”, e si deduce che i giudici di seconda istanza non avrebbero tenuto conto del fatto che il dipendente non potesse invocare in suo favore alcun uso aziendale, non avendo mai beneficiato dell’orario ridotto delle c.d. 36 ore, poichè, al momento del suo trasferimento presso gli uffici della sezione di (OMISSIS), l’orario lavorativo in essere era quello contrattuale delle 39 ore; 2) “Violazione di legge. Omessa pronuncia circa un fatto controverso e decisivo del giudizio. Violazione o falsa applicazione delle norme contrattuali – art. 15 ccnl 1976”, e si lamenta che la Corte territoriale avrebbe omesso ogni pronuncia relativamente alla questione del divisore da applicare ai fini del calcolo dello straordinario ed avrebbe violato la predetta norma della contrattazione collettiva, ai sensi della quale, l’orario di 39 ore settimanali va diviso per 6, ed il risultato, ovvero 6,5, moltiplicato per 30: seguendo tale calcolo si ottiene il parametro 195 da utilizzare per il pagamento dello straordinario, applicato dalla società datrice di lavoro; 3) “Violazione o falsa applicazione delle norme dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro. Omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo del giudizio”, per non avere i giudici di seconda istanza considerato che in nessun caso la disciplina aziendale del rapporto di lavoro può desumersi da pregressi usi aziendali che, comunque, non hanno alcun valore di vincolo per il datore di lavoro pubblico, che, dopo la c.d. privatizzazione dell’impiego pubblico, è tenuto ad applicare unicamente le fonti collettive ed i contratti individuali stipulati alle condizioni previste dai medesimi contratti collettivi; 4) “Violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 c.c. e segg., artt. 1322,1326, 1419 e 1339 c.c. e del CCNL. Difetto di motivazione su questioni fondamentali”, per avere la Corte distrettuale “fatto mal governo delle norme civilistiche in epigrafe indicate, nonchè del contenuto della contrattazione collettiva nazionale di lavoro degli autoferrotranvieri, avendo errato nel ritenere applicabile un uso aziendale in un rapporto di lavoro regolato dal R.D. 8 gennaio 1931, n. 148”; 5) “Violazione di legge. Omessa pronunzia su un punto decisivo della controversia”, per non avere i giudici di merito considerato che nel concetto di retribuzione normale possono includersi solo le somme percepite dal lavoratore a titolo continuativo e preventivamente determinate; 6) “Omessa pronunzia su un punto decisivo della controversia. Violazione ex art. 2948 c.c. in materia di prescrizione”, per non avere la Corte distrettuale pronunziato sulla eccezione di prescrizione per come proposta dall’azienda, in quanto “il N., con il ricorso introduttivo del giudizio, aveva chiesto il pagamento di somme ormai prescritte, dal momento che l’unico atto interruttivo valido è rappresentato dalla notifica del ricorso in primo grado avvenuta in data 12.11.2010

che il primo motivo è inammissibile sotto diversi e concorrenti profili; innanzitutto, infatti, la parte ricorrente non ha indicato analiticamente quali norme, e sotto quale profilo, sarebbero state violate, in spregio alla prescrizione di specificità dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, che esige che il vizio della sentenza previsto dall’art. 360, comma 1, n. 3 codice di rito, debba essere dedotto, a pena di inammissibilità, mediante la puntuale indicazione delle norme asseritamente violate ed altresì con specifiche argomentazioni intese motivatamente a dimostrare in quale modo determinate affermazioni in diritto, contenute nella sentenza gravata, debbano ritenersi in contrasto con le disposizioni regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla prevalente giurisprudenza di legittimità (cfr., tra le molte, Cass., Sez. VI, ord. nn. 187/2014; 635/2015; Cass. nn. 19959/2014; 18421/2009); per la qual cosa, questa Corte non è stata messa in grado di poter apprezzare la veridicità delle censure sollevate dalla società, data anche la mancanza della focalizzazione del momento di conflitto, rispetto alle dette censure, dell’accertamento operato dalla Corte territoriale all’esito delle emersioni probatorie (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 24374/2015; 80/2011); pertanto, le doglianze mosse al procedimento di sussunzione operato dai giudici di seconda istanza si risolvono in considerazioni di fatto del tutto inammissibili e sfornite di qualsiasi delibazione probatoria;

che, per quanto attiene al dedotto “vizio di motivazione”, si osserva che, come sottolineato dalle Sezioni Unite di questa Corte (con la sentenza n. 8053 del 2014), per effetto della riforma del 2012, per un verso, è denunciabile in Cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali (tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione); per l’altro verso, è stato introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Orbene, poichè la sentenza oggetto del giudizio di legittimità è stata depositata, come riferito in narrativa, in data 1.12.2014, nella fattispecie si applica, ratione temporis, il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), come sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, a norma del quale la sentenza può essere impugnata con ricorso per cassazione per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Ma nel caso in esame, il motivo di ricorso che denuncia il vizio motivazionale non indica il fatto storico (Cass. n. 21152 del 2014), con carattere di decisività, che sarebbe stato oggetto di discussione tra le parti e che la Corte di Appello avrebbe omesso di esaminare; nè, tanto meno, fa riferimento, alla stregua della pronunzia delle Sezioni Unite, ad un vizio della sentenza “così radicale da comportare” in linea con “quanto previsto dall’art. 132 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza per mancanza di motivazione”. E, dunque, non potendosi più censurare, dopo la riforma del 2012, la motivazione relativamente al parametro della sufficienza, rimane il controllo di legittimità sulla esistenza e sulla coerenza del percorso motivazionale del giudice di merito (cfr., tra le molte, Cass. n. 25229 del 2015) che, nella specie, è stato condotto dalla Corte territoriale con argomentazioni logico-giuridiche del tutto congrue poste a fondamento della decisione impugnata;

che il secondo ed il terzo motivo – da trattare congiuntamente per ragioni di connessione – non possono essere accolti; quanto alle censure relative alla “omessa pronuncia” ed al “vizio di motivazione”, valgano le considerazioni testè svolte in ordine al primo motivo; relativamente alle lamentate violazioni di legge, va premesso che la Corte territoriale è pervenuta alla decisione oggetto del presente giudizio uniformandosi agli ormai consolidati arresti giurisprudenziali della Suprema Corte nella materia, del tutto condivisi da questo Collegio, che non ravvisa ragioni per discostarsene – ed ai quali, ai sensi dell’art. 118 Disp. att. c.p.c., fa espresso richiamo (v. Cass., SS.UU., nn. 26107/2007; 3134/1994) -, secondo cui “La reiterazione costante e generalizzata di un comportamento favorevole del datore di lavoro, nei confronti dei propri dipendenti, integra, di per sè, gli estremi dell’uso aziendale, il quale, in ragione della sua appartenenza al novero delle cosiddette fonti sociali – tra le quali vanno considerati sia i contratti collettivi, sia il regolamento di azienda, e che sono definite tali perchè, pur non costituendo espressione di funzione pubblica, neppure realizzano meri interessi individuali, in quanto dirette a conseguire una uniforme disciplina dei rapporti con riferimento alla collettività impersonale dei lavoratori di un’azienda – agisce sul piano dei singoli rapporti individuali allo stesso modo e con la stessa efficacia di un contratto collettivo nazionale e non può essere travolto dal mutamento soggettivo (e dalla natura) della parte datoriale in fattispecie in cui era stata prevista espressamente con decreto ministeriale la salvezza dei diritti onnicomprensivamente quesiti dai lavoratori secondo il meccanismo dell’art. 2112 c.c.”;

che, pertanto, la sentenza impugnata – che ha riconosciuto al N., dipendente della ex Gestione Commissariale governativa per le Ferrovie del Sud Est il compenso per lavoro straordinario eccedente le 36 ore lavorative – non incorre nelle dedotte violazioni, giacchè tale doveva, appunto, reputarsi l’orario normale di lavoro in forza di prassi aziendale risalente al 1945 (periodo in cui il rapporto di lavoro era di natura privatistica), poi recepita dal D.M. Trasporti 20 settembre 1985, n. 976, il quale, riscattando la concessione ferroviaria e disponendo la gestione commissariale governativa dell’azienda, ha fatto assumere natura pubblica al rapporto lavorativo medesimo, assicurando al personale dipendente la conservazione di tutti i diritti maturati in epoca anteriore, così da mantenere invariato l’orario lavorativo sino a diversa regolamentazione proveniente dalla contrattazione collettiva;

che il quarto motivo non è meritevole di accoglimento, poichè attiene ad una censura riguardo alla quale la società ricorrente non specifica se sia stata proposta nelle fasi di merito e, dunque, appare nuova nel presente giudizio;

che il quinto motivo è inammissibile per tutte le considerazioni svolte in ordine al primo motivo;

che il sesto motivo non può essere accolto, in quanto la parte ricorrente non ha prodotto (nè trascritto, nè indicato tra i documenti offerti in comunicazione unitamente al ricorso), in violazione del disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, il ricorso introduttivo del giudizio proposto dal N., nel quale si assume che il medesimo abbia richiesto il pagamento di somme ormai prescritte; nè è stata prodotta, o trascritta, o indicata tra i documenti allegati al ricorso, la memoria in cui si deduce che sia stata sollevata l’eccezione di prescrizione delle predette somme e sulla quale la Corte di merito non si sarebbe pronunziata; pertanto, questa Corte non ha potuto apprezzare la veridicità delle doglianze mosse alla sentenza oggetto del presente giudizio dalla società datrice con l’ultimo mezzo di impugnazione articolato;

che per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va rigettato;

che le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza; che, avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso sussistono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 5 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 22 maggio 2020

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