Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9428 del 21/04/2010

Cassazione civile sez. lav., 21/04/2010, (ud. 24/02/2010, dep. 21/04/2010), n.9428

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BATTIMIELLO Bruno – Presidente –

Dott. D’AGOSTINO Giancarlo – Consigliere –

Dott. LA TERZA Maura – Consigliere –

Dott. TOFFOLI Saverio – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 11742-2009 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliato in ROMA, Largo DEI

LOMBARDI n. 4, presso lo studio dell’avvocato TURCO ALESSANDRO,

rappresentato e difeso dall’avvocato VICICONTE GAETANO per procura a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

SOCIETA’ ARGO COOP. A R.L. in persona del legale rappresentante,

elettivamente domiciliata in ROMA, via CARSO n. 23, presso lo studio

dell’avvocato SALERNI MARIO, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato PUCCI CESARE per procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 649/2008 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 06/05/2008;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/02/2010 dal Consigliere Dott. GIOVANNI MAMMONE;

udito l’Avvocato DAMTZIA M. ROSARTA per delega dell’avv. SALERNI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO E DIRITTO

Con ricorso al giudice del lavoro di Firenze, P.A. e I.F., soci-lavoratori di Argo soc. coop. r.l., esercente attività di vigilanza privata, convenivano in giudizio detta società per ottenere il pagamento di differenze retributive che assumevano maturate fino al 2002 a seguito della prestazione di lavoro straordinario in servizio di postazione fissa.

Rigettata la domanda, i predetti impugnavano la sentenza del Tribunale nella parte in cui affermava che per loro l’orario normale fino al 2002 era da fissare in otto ore giornaliere a seguito di deliberato dell’assemblea dei soci adottato nel 1980. I predetti sostenevano, infatti, che il ccnl di categoria 24.7.96 (da applicare anche ai soci lavoratori della L. 3 aprile 2001, n. 142, ex art. 2, comma 1) fissava l’orario di lavoro in sette ore giornaliere e che quando, prima di diventare soci, svolgevano le mansioni di vigilanti in regime di lavoro subordinato era richiesto l’orario di sette ore.

La Corte di appello di Firenze con sentenza 22.4-6.5.08 rigettava l’impugnazione, rilevando che era facoltà della compagine sociale derogare alla contrattazione collettiva e che l’orario di otto ore per il servizio in postazione fissa risaliva ad una Delib.

Assembleare del 1980, emendata solo da una nuova Delib. del 2003 che aveva ridotto l’orario a sette ore. Quanto alla violazione della L. n. 142 del 2001, la Corte di merito osservava che, non avendo i lavoratori prodotto i contratti 24.796 ed 8.1.02, non era possibile valutare se in sede collettiva l’orario ordinario fosse stato portato a sette ore per tutti i servizi o solo per alcuni di essi e che, in ogni caso, la L. n. 142 imponeva l’assimilazione dei soci-lavoratori ai lavoratori-dipendenti, con parametrazionc, quindi, alla contrattazione collettiva e riferimento al trattamento economico complessivo, che per il socio-lavoratore andava determinato in base anche ad alcune prerogative statutarie ad esso riservate.

Avverso questa sentenza proponeva ricorso il solo P. il quale, premesso che il regolamento interno approvato dall’assemblea dei soci (artt. 15, 16, 21, 22 e 26) doveva essere letto in combinato con il ccnl di categoria, deduceva la violazione degli artt. 40 del c.c.n.l. 24.7.96 e art. 65 del ccnl 8.1.02, che fissano in sette ore l’orario giornaliero e, a prescindere dalla normativa aziendale, costituirebbero l’unica fonte di regolazione dell’orario di lavoro.

Si difendeva con controricorso Argo coop. Il consigliere relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c. che è stata comunicata al Procuratore generale ed è stata notificata ai difensori costituiti.

Ha depositato memoria il ricorrente.

Il ricorso è infondato.

Il ricorrente pone in evidenza come nucleo della controversia sia l’accertamento della legittimità della delibera assembleare che fissa l’orario di lavoro in maniera deteriore rispetto a quanto stabilito dalla contrattazione collettiva, sostenendo che le valutazioni ulteriori effettuate del giudice di merito circa i benefici che derivano al lavoratore dall’impiego in azienda ad organizzazione cooperativa hanno contenuto metagiuridico e non danno soddisfacente risposta alla domanda. Sottolinea, inoltre, come fosse irrilevante la produzione della norma collettiva, in quanto controparte non aveva contestato che, per la sorveglianza in postazione fissa, l’orario di sette ore era stato fissato con determinazione aziendale.

Rileva il Collegio che la Corte di merito richiama la contrattazione collettiva non solo per il riscontro dell’orario di lavoro, ma anche al fine di verificare se nella specie sia stato osservato il principio della proporzionalità della retribuzione alla quantità e qualità del lavoro reso, imposto dalla L. n. 142 del 2001, art. 3 per il quale “… le società cooperative sono tenute a corrispondere al socio lavoratore un trattamento economico complessivo proporzionato alla quantità e qualità del lavoro prestato e comunque non inferiore ai minimi previsti per prestazioni analoghe dalla contrattazione collettiva nazionale del settore …”. In particolare sottolinea la Corte di merito che detto giudizio di proporzionalità deve essere effettuato nell’ambito di una valutazione globale e non parcellizzata del trattamento riservato dall’azienda ai soci-lavoratori, con una operazione di ragguaglio tra la posizione del lavoratore subordinato e quella del socio- lavoratore.

Appare, dunque, evidente che l’esame dei contratti collettivi sarebbe stato quantomai opportuno nel giudizio di merito e che la loro mancata produzione rappresenta una evidente carenza istruttoria di parte ricorrente, che non può ritenersi sanata dalla produzione dei contratti in questione in sede di legittimità (in maniera, peraltro scarsamente rituale, dato che di tale produzione – peraltro effettivamente riscontrata – non si fa menzione nel ricorso).

In conclusione, sulla base di queste considerazioni, il Collegio ritiene che il ricorso abbia superato gli scogli dell’improcedibilità e della inammissibilità, in ragione dell’allegazione dei contratti collettivi e della conseguente operatività del principio che detta allegazione solleva la parte dall’onere di riportare testualmente il contenuto delle norme invocate (Cass. 25.7.08 n. 20484).

Il ricorso stesso è, tuttavia, infondato, in ragione della correttezza dell’affermazione del giudice di merito che l’esame delle fonti collettive invocate era necessario per l’esauriente valutazione della domanda proposta e che la loro mancata produzione ha reso impossibile ogni valutazione al riguardo.

Rigettato il ricorso, le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, che liquida in Euro 30,00 per esborsi ed in Euro 2.000 per onorari, oltre spese generali, Iva e Cpa.

Così deciso in Roma, il 24 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2010

 

 

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