Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9409 del 20/04/2010

Cassazione civile sez. II, 20/04/2010, (ud. 26/02/2010, dep. 20/04/2010), n.9409

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA INTERLOCUTORIA

sul ricorso proposto da:

L.A., rappresentato e difeso, in forza di procura

speciale a margine del ricorso, dall’Avv. CANTARINI Armando,

elettivamente domiciliato nello studio dell’Avv. Filippo Chiricozzi

in Roma, VIA DUILIO n. 13;

– ricorrente –

contro

PREFETTO DI MACERATA, rappresentato e difeso, per legge,

dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso gli Uffici di

quest’ultima domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza del Giudice di pace di Civitanova Marche n.

397/05 depositata il 9 gennaio 2006.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 2

6 febbraio 2010 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del

Sostituto Procuratore Generale Dott. RUSSO Rosario Giovanni, che ha

concluso reiterando la requisitoria predisposta in vista del ricorso

inscritto al N.R.G. 1985 del 2007;

sentito, in Camera di consiglio, il Pubblico Ministero, in persona

dell’Avvocato Generale Dott. Domenico Iannelli, che ha concluso per

il rinvio della trattazione in pubblica udienza o, in subordine, per

l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. – L.A. ha proposto opposizione avverso il verbale n. (OMISSIS), di contestazione della violazione dell’art. 142 C.d.S., comma 9, (Limiti di velocità), elevato a suo carico dalla Polizia stradale di Macerata a seguito di rilevazione a mezzo di apparecchiatura autovelox sulla strada extraurbana principale SS (OMISSIS), direzione mare-monti, di (OMISSIS).

Per questa violazione il codice della strada prevede la sanzione amministrativa pecuniaria da Euro 370,00 ad Euro 1.485,00 e la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a tre mesi (o, se il conducente è in possesso della patente di guida da meno di tre anni, da tre a sei mesi).

2. – Nella resistenza del Prefetto di Macerata, il Giudice di pace di Civitanova Marche, con sentenza depositata il 9 gennaio 2006, ha rigettato l’opposizione.

2.1. – Il Giudice di pace ha rilevato: che la notifica del verbale di accertamento privo della sottoscrizione degli agenti accertatori è legittima, essendo il verbale stato redatto con sistema meccanizzato;

che il trasgressore, usando la normale diligenza, ben avrebbe potuto conoscere l’esistenza del limite di velocità sulla strada in questione; che nel caso di specie si versa in un’ipotesi di controllo ravvicinato del traffico ad opera di una pattuglia della Polizia stradale, onde non è condizione di legittimità della contestazione la preventiva informazione agli automobilisti, ai sensi del D.L. 20 giugno 2002, n. 121, art. 4; che l’opponente non ha fornito alcuna prova a sostegno dell’eccezione di difetto di efficienza o di attendibilità dell’autovelox; che è legittimo l’accertamento della violazione dei limiti di velocità con apparecchiatura autovelox, debitamente omologata, non essendo necessaria la taratura periodica.

2.2. – Provvedendo, inoltre, a determinare ex officio l’entità della sanzione, il Giudice di pace ha ritenuto giusto, essendo l’opposizione temeraria, applicare una sanzione pecuniaria superiore al minimo, “in modo da ricordare al ricorrente che la pubblica via deve essere usata nel rispetto della vita (propria ed) altrui”:

pertanto, ha determinato la sanzione amministrativa pecuniaria in Euro 1.300,00. Inoltre, ha disposto la sospensione della patente per tre mesi nei confronti del ricorrente quale proprietario e conducente del veicolo sanzionato.

3. – Per la cassazione della sentenza del Giudice di pace il L. ha proposto ricorso, con atto notificato il 18 febbraio 2007, sulla base di cinque motivi.

L’intimato Prefetto di Macerata ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. – Una parte del quinto motivo del ricorso involge una questione di massima – l’ambito dei poteri del giudice di pace, adito in sede di opposizione a verbale ex art. 204 bis C.d.S., con riguardo alla determinazione della sanzione amministrativa da applicare al contravventore, in caso di rigetto del ricorso dal medesimo proposto – che, per le ragioni qui di seguito esposte, appare al Collegio di particolare importanza.

2. – Tale questione è rilevante.

Preliminarmente, non si pongono (più) problemi circa la corretta instaurazione del giudizio dinanzi al Giudice di pace. Vero è che, trattandosi di opposizione avverso il verbale di accertamento di violazione al codice della strada redatto da appartenente alla Polizia stradale, la legittimazione passiva nel relativo giudizio avrebbe dovuto spettare al Ministero dell’interno, anzichè al Prefetto; sennonchè, l’erronea chiamata in giudizio della Prefettura, e la conseguente carenza di legittimazione passiva di quest’ultima, appare sanata per effetto del controricorso dell’Avvocatura Generale dello Stato (cfr. Cass., Sez. Un., 14 febbraio 2006, n. 3117).

Inoltre, gli altri motivi del ricorso – che, se accolti, assorbirebbero l’esame della parte del quinto mezzo con cui è veicolata la predetta questione – sembrano al Collegio prima facie infondati o inammissibili.

Invero, il primo motivo – con cui, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 132 cod. proc. civ., comma 2, n. 4, ci si duole che, nella narrativa dello svolgimento del processo, il Giudice di pace abbia attribuito al Prefetto argomenti difensivi mai sollevati da detta parte, decidendo poi il procedimento anche sulla base di detti inesistenti difese – è agevolmente superabile considerando che il mero errore consistente nella trascrizione, nella parte della sentenza relativa allo svolgimento del processo, di un contenuto delle difese del convenuto più ampio rispetto a quanto effettivamente dedotto dalla parte stessa non costituisce, di per sè, motivo di nullità della sentenza, in quanto occorre , affinchè un tale evento si verifichi, che detto errore abbia in concreto inciso sull’attività del giudice, nel senso o di avere determinato una pronuncia di accoglimento in ordine ad eccezioni in senso stretto non proposte dall’interessato, o di avere comportato la violazione del principio del contraddittorio, impedendo la decisione del giudice sulle reali conclusioni delle parti.

Quanto al secondo mezzo – con il quale, sotto la rubrica “violazione e falsa applicazione di legge; omessa ed insufficiente motivazione della sentenza”, si lamenta che nella specie “sia stata inviata una volgare fotocopia” del verbale, ciò che determinerebbe “l’aperta violazione dell’art. 385 reg. esec. C.d.S., comma 2, e quindi l’invalidità del verbale recapitato” – occorre rilevare, nel senso della infondatezza della censura, che, per un verso, la sentenza impugnata da atto che il verbale notificato “porta, in modo macroscopicamente visibile, la firma a stampa del verbalizzante, la sua sottoscrizione ed il timbro dell’ufficio che ha proceduto alla verbalizzazione”; e, per l’altro verso, che, in tema di sanzioni amministrative per violazioni del codice della strada, e per il caso di contestazione non immediata della infrazione, il modulo prestampato notificato al trasgressore, pur recando unicamente l’intestazione dell’ufficio o comando cui appartiene il verbalizzante, è parificato per legge in tutto e per tutto al secondo originale o alla copia autenticata del verbale ed è, al pari di questi, assistito da fede privilegiata (Cass., Sez. 1^, 18 settembre 2006, n. 20117; Cass., Sez. 1^, 12 ottobre 2006, n. 21918;

Cass., Sez. 2^, 21 agosto 2007, n. 17753).

Nè a migliore sorte appare destinato, ad avviso del Collegio, il terzo motivo, il quale censura che il Giudice di pace non abbia dichiarato la nullità del verbale, nonostante l’inadeguatezza della contestazione, carente della indicazione dei limiti massimi di velocità consentiti sulla strada in questione. Poichè nella specie – come risulta dalla sentenza impugnata – il verbale di accertamento da un lato contiene la sommaria esposizione del fatto con l’indicazione del superamento del limite di velocità prescritto di oltre 40 km/h, della velocità in concreto tenuta dal conducente e del limite massimo consentito in quella strada, e dall’altro reca la citazione della norma violata (art. 142 C.d.S., comma 9), tanto basta a ritenere osservata la prescrizione dell’art. 383 reg. esec. C.d.S., sul contenuto del verbale di accertamento, non essendo altresì necessario che detto verbale contenga un ulteriore riferimento alla norma (art. 142 C.d.S., comma 1) che stabilisce il limite di velocità consentito.

Anche il quarto mezzo – che addebita alla sentenza impugnata di non avere dato peso alla circostanza che, nel tratto di strada in cui venne effettuato il rilevamento della velocità a mezzo di autovelox, non vi era alcuna segnaletica che avvertisse dell’accertamento in corso, contestando la distinzione, alla base del ragionamento seguito dal primo giudice, tra accertamenti a controllo ravvicinato ed accertamenti a distanza – appare privo di fondamento. Nella specie, infatti, non è in discussione che l’infrazione sia stata accertata mediante apparecchiatura direttamente gestita e nella disponibilità degli organi di polizia. In tale situazione, l’obbligo di preventivamente segnalare le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità, ricorrendo all’impiego di cartelli o di dispositivi di segnalazione luminosi, è stato introdotto a partire dall’entrata in vigore del D.L. 3 agosto 2007, n. 117, art. 3, convertito, con modificazioni, con la L. 2 ottobre 2007, n. 160, che ha inserito all’art. 142 C.d.S., comma 6 bis (Cass., Sez. 2^, 18 gennaio 2010, n. 656). Quest’ultima norma ha esteso a tutti i tipi e modalità di controllo effettuati con apparecchi fissi o mobili installati sulla sede stradale l’obbligo, a pena di nullità dell’accertamento, di preventiva segnalazione, in precedenza previsto, in base al D.L. n. 121 del 2002, art. 4, solo per i dispositivi di controllo remoto senza la presenza diretta dell’operatore di polizia. Pertanto corretta è la conclusione alla quale è pervenuta la sentenza, e ciò non essendo il dispositivo utilizzato rientrante tra quelli indicati nel D.L. n. 121 del 2002, art. 4, nè essendo ratione temporis applicabile (essendo stata l’infrazione commessa nel febbraio 2005) lo ius superveniens rappresentato dal D.L. n. 117 del 2007, art. 3.

Quanto al quinto motivo, occorre sgombrare il campo, preliminarmente, dalla censura con cui si lamenta che non incombeva all’opponente l’onere di dimostrare l’attendibilità dell’autovelox: difatti, in materia di violazione delle norme del codice della strada relative ai limiti di velocità, detta efficacia dello strumento rilevatore del superamento di tali limiti opera fino a quando sia accertato, nel caso concreto, sulla base di circostanze allegate dall’opponente e debitamente provate, il difetto di costruzione, installazione o funzionamento del dispositivo elettronico (Cass., Sez. 1^, 16 maggio 2005, n. 10212).

Mentre, per converso, appare fondata la doglianza – articolata con lo stesso mezzo – con cui si addebita alla sentenza impugnata di avere applicato la pena accessoria della sospensione della patente di guida. Invero, al di là dei problemi che si pongono in relazione alla determinazione della sanzione pecuniaria, questa sanzione accessoria è stata dal giudice erroneamente applicata all’attuale ricorrente che aveva ricevuto la notifica del verbale di accertamento di violazione quale proprietario del mezzo, posto che la solidarietà passiva di quest’ultimo vale esclusivamente per le sanzioni pecu- niarie, non certo per una sanzione schiettamente personale quale la sospensione della patente di guida, la cui natura affittiva incide sul profilo della legittimazione soggettiva alla conduzione di ogni veicolo, gravando sul relativo atto amministrativo di abilitazione, e presuppone l’accertata trasgressione da parte del titolare di regole di comportamento afferenti alla sicurezza della circolazione (Corte cost., sentenza n. 27 del 2005; ordinanza n. 74 del 2000).

3. – Tanto premesso in punto di rilevanza, resta da esaminare l’altra parte del quinto motivo, con cui si deduce (prospettando la violazione della L. n. 689 del 1981, art. 23 e artt. 112 e 113 cod. proc. civ.) che al giudice dell’opposizione a verbale che rigetta il ricorso è preclusa la possibilità di determinare la sanzione amministrativa pecuniaria in misura superiore a quella stabilita dal verbale stesso.

3.1. – La questione è nuova.

In ordine ai poteri di determinazione della sanzione da parte del giudice dell’opposizione, va ricordato che la L. n. 689 del 1981, art. 23, comma 11, in tema di impugnazione dell’ordinanza- ingiunzione, prevede che il giudice può accogliere l’opposizione, “annullando in tutto o on parte l’ordinanza o modificandola anche limitatamente all’entità della sanzione dovuta”.

Su tale base, la giurisprudenza di questa Corte ritiene che, anche quando conferma la legittimità del provvedimento impugnato (negando la fondatezza delle doglianze concernenti gli aspetti relativi al procedimento di contestazione o sul merito degli elementi incidenti sulla configurabilità della violazione), il giudice è abilitato a determinare, in senso migliorativo per l’opponente, la sanzione, recependo a tal fine le contestazioni mosse dall’interessato. In altri termini, al giudice dell’opposizione è riconosciuto il potere di sindacare la valutazione compiuta dall’Amministrazione in ordine alla quantificazione della sanzione irrogata e, conseguentemente, di incidere sulla stessa, rideterminandola, nel senso di operarne la riduzione, sulla scorta di una rivalutazione dei criteri legali previsti in proposito, in favore dell’opponente che ne abbia fatto richiesta, pur quando la domanda principale di annullamento integrale del provvedimento sia respinta.

Questo potere del giudice di ridurre la sanzione, ed anche fino al minimo edittale, sussiste pure là dove, come nel codice della strada, il legislatore prevede, per l’autorità amministrativa che abbia rigettato il ricorso, l’obbligo di determinare la sanzione in un limite non inferiore ad una certa soglia, pari al doppio del minimo edittale (art. 204 C.d.S., comma 1).

Significative in questa direzione appaiono Cass., Sez. 3^, 17 novembre 1999, n. 12747, e Cass., Sez. 3^, 30 maggio 2000, n. 7186, le quali – accogliendo l’interpretazione costituzionalmente orientata suggerita dalla Corte costituzionale (ordinanza n. 67 del 1994;

ordinanza n. 350 del 1994; sentenza n. 366 del 1994) – hanno statuito che il giudice adito a norma della L. n. 689 del 1981, artt. 22 e 23, in sede di opposizione all’ordinanza-ingiunzione prefettizia di pagamento di una somma a titolo di sanzione amministrativa per le infrazioni al codice della strada non è vincolato, nella determinazione della misura della sanzione pecuniaria, al livello minimo che l’art. 204 C.d.S., comma 1, impone al prefetto (il doppio del minimo della sanzione edittale), essendo, diversamente, tenuto a determinare l’ammontare della sanzione in relazione ad un completo apprezzamento delle risultanze processuali, con l’osservanza dei criteri dettati dall’art. 195 C.d.S., comma 2, senza tuttavia poter determinare la sanzione in misura superiore a quella stabilita dal prefetto.

In questo quadro, la giurisprudenza ha altresì precisato che, poichè nel procedimento di opposizione a sanzione amministrativa pecuniaria la motivazione dell’ordinanza-ingiunzione in ordine alla concreta determinazione della sanzione non assume rilievo, risolvendosi semplicemente nell’esposizione dei criteri seguiti dall’autorità ingiungente per pervenire alla liquidazione della somma pretesa, il giudice dell’opposizione, investito della questione relativa alla congruità della sanzione, non è chiamato propriamente a controllare la motivazione dell’atto sul punto, ma a determinare la sanzione applicando direttamente i criteri previsti dalla L. n. 689 del 1981, art. 11, e, ove l’opponente si sia limitato a lamentare l’eccessività della sanzione stessa senza dedurre elementi specifici che possano indurre ad apprezzare la violazione con minor rigore, può ritenere congrua una somma prossima alla metà del massimo della sanzione edittale (Cass., Sez. 1^, 10 dicembre 2003, n. 18811).

Si è anche stabilito che la modifica dell’ordinanza-ingiunzione, limitatamente all’entità della sanzione, non può essere disposta dal giudice se non in accoglimento della corrispondente domanda dell’opponente (Cass., Sez. 1^, 11 novembre 2004, n. 21486).

Questo sistema – caratterizzato dall’esercizio, da parte del giudice, del potere di modificare la sanzione soltanto in bonam partem ed esclusivamente su domanda da parte dell’opponente – non sembra poter essere automaticamente esportato in sede di opposizione a verbale.

Difatti, come si ricava dalla L. n. 689 del 1981, art. 18 e come è confermato dall’art. 204 del codice della strada, nell’ordinanza- ingiunzione è l’autorità amministrativa (il prefetto, in caso di illeciti amministrativi previsti dal codice della strada) che, se ritiene fondato l’accertamento, provvede a determinare la somma dovuta per la violazione in base ai criteri stabiliti dalla L. n. 689 del 1981, art. 11 (o, in tema di circolazione stradale, dall’art. 195 C.d.S., comma 2).

Viceversa, con il verbale l’autorità amministrativa non determina e non ingiunge la somma dovuta per la violazione: esso è rivolto a dare conto dell’attività di accertamento che una violazione è stata commessa, e deve contenere – là dove si tratti di infrazioni previste dal codice della strada – l’indicazione del giorno, dell’ora e della località nei quali la violazione è avvenuta, delle generalità e della residenza del trasgressore e, ove del caso, l’indicazione del proprietario del veicolo, o del soggetto solidale, degli estremi della patente di guida, del tipo del veicolo e della targa di riconoscimento, la sommaria esposizione del fatto, nonchè la citazione della norma violata e le eventuali dichiarazioni delle quali il trasgressore chiede l’inserzione (art. 382 del regolamento di esecuzione del codice della strada).

Quanto alla sanzione, al verbale si accompagna un meccanismo di determinazione ex lege in due casi: (a) ove il trasgressore (o l’obbligato in solido) segua la via dell’oblazione (ai sensi dell’art. 202, comma 1, del dice della strada, per le violazioni per le quali il codice stabilisce una sanzione amministrativa pecuniaria, questi è infatti ammesso a pagare, entro sessanta giorni dalla contestazione o dalla notificazione, una somma pari al minimo fissato nelle singole norme; analogamente, la L. n. 689 del 1981, art. 16, comma 1, consente in generale il pagamento di una somma in misura ridotta pari alla terza parte del massimo della sanzione prevista per la violazione commessa o, se più favorevole, al doppio del minimo della sanzione edittale; (b) qualora il trasgressore (o l’obbligato in solido) non proponga ricorso nei termini e non provveda ad effettuare il pagamento in misura ridotta (in tal caso, ai sensi dell’art. 203 C.d.S., comma 3, il verbale – in deroga alle disposizioni di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 17 – costituisce titolo esecutivo per una somma pari alla metà del massimo della sanzione amministrativa edittale e per le spese di procedimento).

Al di fuori di questi casi, e quando l’interessato non abbia seguito la via del ricorso amministrativo ma abbia preferito adire direttamente il giudice proponendo opposizione al verbale (secondo quanto previsto, ora, espressamente dall’art. 204 bis C.d.S., inserito dal D.L. 27 giugno 2003, n. 151, art. 4, comma 1 septies, convertito, con modificazioni, dalla L. 1 agosto 2003, n. 214, che ha tradotto in norma di legge quel che il diritto vivente – dopo la fondamentale sentenza della Corte costituzionale n. 255 del 1994 – già consentiva in via interpretativa: Cass., Sez. Un., 27 maggio 1999, n. 314; Cass., Sez. Un., 21 dicembre 2001, n. 16181), la pronuncia del giudice non segue una determinazione-irrogazione in via amministrativa dell’entità della sanzione pecuniaria (benchè l’art. 204 bis C.d.S., comma 3 parlasse, impropriamente, di “sanzione inflitta dall’organo accertatore”).

Poichè il verbale non contiene alcuna fissazione in via amministrativa della sanzione, l’autorità giudiziaria non può ridurre la quantificazione della sanzione irrogata con il provvedimento oggetto dell’opposizione nè correggere in melius per il ricorrente la determinazione della P.A..

Il giudice ha di fronte a sè la sanzione pecuniaria in tutto il suo intervallo edittale, ed ha a propria disposizione, per quantificare la sanzione, i criteri previsti dall’art. 195 C.d.S., comma 2.

Questa peculiarità del giudizio di opposizione a verbale è testimoniata dall’art. 204 bis C.d.S., che contiene, in punto di determinazione della sanzione, una disciplina tutt’affatto diversa rispetto a quella recata dalla citata L. n. 689 del 1981, art. 23:

il comma 5, dove si prevede che, “in caso di rigetto del ricorso, il giudice di pace, nella determinazione dell’Importo della sanzione, assegna … all’amministrazione cui appartiene l’organo accertatore la somma determinata, autorizzandone il prelievo dalla cauzione prestata dal ricorrente in caso di sua capienza”;

il comma 6, ai cui sensi “la sentenza con cui viene rigettato il ricorso costituisce titolo esecutivo per la riscossione delle somme inflitte dal giudice di pace che superino l’importo della cauzione prestata all’atto del deposito del ricorso”; il comma 7, a tenore del quale “fermo restando il principio del libero convincimento , nella determinazione della sanzione, il giudice di pace non può applicare una sanzione inferiore al minimo edittale stabilito dalla legge per la violazione accertata”.

Il giudice, quindi, per continuare ad usare le locuzioni verbali contenute nella citata disposizione, determina, applica, infligge la sanzione amministrativa pecuniaria.

Non vi sono precedenti specifici di questa Corte sull’interpretazione, sul punto, dell’art. 204 bis C.d.S..

Anzi, la prassi applicativa sembra quasi avere messo in ombra le potenzialità della norma: come si ricava dal fatto che è la prima volta che il Collegio si trova al cospetto di una pronuncia di un giudice di pace che, rigettando l’opposizione, provvede a determinare la sanzione, elevandola rispetto al minimo che sarebbe conseguito al pagamento in misura ridotta entro sessanta giorni dalla contestazione o dalla notificazione; e come è confermato dalla circostanza che questa stessa Corte, tutte le numerose volte in cui ha cassato senza rinvio la sentenza impugnata favorevole all’opponente a verbale e deciso nel merito la causa ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., con il rigetto dell’originaria opposizione, pur esercitando un potere sostitutivo di quello del giudice di pace, non ha mai provveduto ad infliggere la sanzione all’interessato, nè, tanto meno, ha rimesso gli atti all’autorità amministrativa per l’adozione di determinazioni circa la quantificazione della sanzione (si vedano, a mero titolo esemplificativo, le sentenze di questa Sezione 21 gennaio 2009, n. 1542; 9 febbraio 2009, n. 3240; 11 febbraio 2009, n. 3400;

30 marzo 2009, nn. 7662 e 7752; 30 aprile 2009, n. 10167).

Una spiegazione di questo silenzio giurisprudenziale si potrebbe avere ove si seguisse l’orientamento dottrinale che, legando indissolubilmente dell’art. 204 bis C.d.S., commi 5 e 6, alla previsione, contenuta nel comma 3 della medesima disposizione, della condizione di ammissibilità del ricorso rappresentata dal necessario preventivo deposito della cauzione (in misura pari alla metà del massimo edittale della sanzione), ritiene che il potere determinativo della sanzione in misura superiore al minimo ad opera del giudice sia venuto meno con la dichiarazione di illegittimità costituzionale (sentenza n. 114 del 2004) della norma che prevedeva l’istituto della cauzione.

Ma questa tesi non appare al Collegio condivisibile: il potere del giudice di determinare l’importo della sanzione è, nell’art. 204 bis C.d.S., ontologicamente e strutturalmente indipendente dal meccanismo della cauzione, collegandosi a questa soltanto per aspetti procedimentali di dettaglio, relativi o alle modalità di assegnazione alla P.A. dell’importo della sanzione che fosse pari o inferiore a quello della cauzione depositata, o alla efficacia esecutiva della sentenza che recasse una determinazione della sanzione superiore all’importo della cauzione.

In altri termini, spogliati di ogni riferimento alla cauzione, i commi 5 e 6 continuano a rappresentare la base normativa del potere del giudice di quantificare, là dove i criteri di cui al comma 2 dell’art. 195 lo consentano, una sanzione pecuniaria anche superiore alla metà del massimo della sanzione pecuniaria prevista per la violazione: diversamente, se ci fosse un automatismo appiattito sul minimo edittale, non avrebbe senso il riferimento al “principio del libero convincimento”, fatto salvo dal comma 7.

Una indiretta conferma di ciò potrebbe trarsi dalla recente ordinanza n. 23 del 2009 della Corte costituzionale. Questa pronuncia, nel dichiarare la manifesta infondatezza di una questione di legittimità costituzionale dell’art. 204 bis C.d.S., comma 7, denunciato nella parte in cui non prevede, in caso di rigetto del ricorso, che la sanzione pecuniaria irrogata non può essere inferiore al doppio del minimo edittale per ogni singola violazione (al pari di quanto avviene in caso di rigetto del ricorso proposto innanzi all’autorità prefettizia), ha sottolineato “il ruolo non marginale rivestito – ai fini della coerenza complessiva e della funzionalità del sistema di accertamento e repressione delle infrazioni stradali – … dalla possibilità … spettante al giudice di pace di determinare, anche in una misura pari al minimo edittale, l’entità della sanzione pecuniaria irrogabile in caso di rigetto del ricorso”. Con ciò la Corte sembra avere lasciato aperta la possibilità di una determinazione dell’entità della sanzione pecuniaria in misura superiore al minimo edittale.

Una diversa spiegazione di quel silenzio potrebbe trovarsi nella tesi che ammette sì che il giudice, in caso di rigetto del ricorso, possa infliggere una sanzione, con sentenza costituente titolo esecutivo, superiore al minimo edittale ed anche alla metà del massimo (che era, allora, l’importo della cauzione da depositare) , ma solo se vi sia domanda in tal senso della P.A. (e semprechè essa sia ritenuta accoglibile dal giudice sotto il profilo della congruità della sanzione). Ciò – si sostiene – perchè il processo è retto dal principio dispositivo, cosicchè il giudice resta vincolato alle domande di parte ai sensi dell’art. 112 cod. proc. civ..

Su questo punto non vi è convergenza tra gli osservatori; v’è infatti chi ritiene che, in caso di infondatezza del ricorso, il giudice non debba limitarsi ad una mera pronuncia di rigetto, ma debba in ogni caso determinare (ritenuto valido l’accertamento della violazione) l’importo della sanzione a pagare, tra il minimo ed il massimo della sanzione edittalmente prevista.

4. – La questione se, in caso di rigetto dell’opposizione a verbale, il giudice abbia il potere-dovere di determinare, anche d’ufficio, la sanzione pe-cuniaria, entro l’intervallo edittale stabilito dalla legge, involge, ad avviso del Collegio, una questione di massima di particolare importanza; comporta ricadute di speciale rilievo in ordine ad un elevatissimo numero di controversie, giacchè il fatto che la proposizione di un ricorso infondato non faccia sempre e comunque salvo il minimo edittale (che conseguirebbe al pagamento in via conciliativa nei sessanta giorni) potrebbe avere effetti macro in termini dissuasivi e deflattivi; implica una visione d’insieme anche in ordine al problema finitimo – che nella presente causa non viene in rilievo ma che è sistematicamente collegato – riguardante la misura per la quale il verbale può costituire titolo esecutivo allorchè l’opposizione sia rigettata dal giudice con una sentenza che non provveda a determinare la sanzione.

Di qui la trasmissione degli atti al Primo Presidente, affinchè valuti l’opportunità di rimessione della causa alle Sezioni Unite, ove condivida l’esigenza di una risposta nomofilattica al più alto livello sulla questione se il giudice dell’opposizione a verbale, in caso di rigetto del ricorso, abbia il potere-dovere di determinare, anche in assenza di una richiesta in tal senso della P.A., l’importo della sanzione pecuniaria da infliggere al trasgressore o al responsabile in solido.

PQM

La Corte trasmette gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 26 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 20 aprile 2010

 

 

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