Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 940 del 17/01/2017

Cassazione civile, sez. III, 17/01/2017, (ud. 29/11/2016, dep.17/01/2017),  n. 940

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – rel. Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18303-2014 proposto da:

B.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CASSIODORO 6,

presso lo studio dell’avvocato PAOLA AGOSTINI, che la rappresenta e

difende giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

AZIENDA TERRITORIALE EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA – ATER in persona

del Direttore Generale pro tempore Arch. R.C., elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA PAOLUCCI DE CALBOLI 20-E, presso lo studio

dell’avvocato EDMONDA ROLLI, che la rappresenta e difende giusta

procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6402/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 27/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

29/11/2016 dal Consigliere Dott. SPIRITO ANGELO;

udito l’Avvocato PAOLA AGOSTINI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA MARIO che ha concluso per l’inammissibilità in subordine

rigetto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione del 19 maggio 2010, B.R. convenne l’Azienda Territoriale per l’Edilizia residenziale Pubblica del Comune di Roma (A.T.E.R.) dinanzi al Tribunale di Roma chiedendo in via principale: la revoca del provvedimento di rilascio, notificatole in quanto occupante senza titolo, dell’alloggio sito in Roma, piazza Alberone 15; il trasferimento della proprietà dell’alloggio medesimo in virtù dell’esercizio del diritto di opzione di cui alla L. n. 410 del 2001; ed in via subordinata, che fosse disposta la voltura contrattuale e la conseguente assegnazione dell’unità immobiliare.

Si costituì in giudizio la convenuta, la quale in primo luogo chiese la declaratoria del difetto di giurisdizione ed il rigetto dell’istanza di sospensione ed in secondo luogo, il rigetto della domanda.

Con sentenza n. 14500 del 2012 il Tribunale di Roma respinse le domande.

Con sentenza del 27 dicembre 2013, la Corte di Appello di Roma rigettò l’appello proposto da B..

Avverso questa sentenza, Roberta B. ha proposto ricorso per cassazione articolato in quattro motivi.

Ha resistito con controricorso l’Azienda Territoriale per l’Edilizia residenziale Pubblica del Comune di Roma (A.T.E.R.).

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente ha dedotto: “Carenza e illogicità della motivazione. Violazione della L. reg. Lario n. 12 del 1999, artt. 4 e 5”. In particolare lamenta che la Corte di appello non abbia correttamente valutato la questione relativa alla giurisdizione folinulata nel primo motivo di appello avente ad oggetto la circostanza che il decreto di rilascio era stato emesso dall’A.T.E.R. e non dal Comune di Roma “quindi da un soggetto privo di ogni potestà amministrativa riguardante l’assegnazione degli alloggi” e dei provvedimenti conseguenti.

2. Con il secondo motivo ha dedotto: “Carenza di motivazione e violazione di legge in relazione alla L.R. Lazio 27 del 2006, art. 53”. La ricorrente lamenta che il giudice di merito non abbia motivato sul diritto della ricorrente alla voltura contrattuale.

3. Con il terzo motivo la ricorrente ha, inoltre, dedotto: “Errata e insufficiente motivazione della sentenza impugnata circa la richiesta di esercizio del diritto di prelazione da parte della sig.ra B.R.; violazione degli artt. 112 e 116 c.p.c. nonchè del D.Lgs. 104 del 1996, L. n. 560 del 1993, L. n. 662 del 1996, L. n. 457 del 1978, L. n. 449 del 1997, L. n. 1410 del 2001, L.R. Lazio n. 27 del 2006”. In proposito la ricorrente lamenta che la Corte di appello abbia ritenuto erroneamente che la ricorrente si sarebbe limitata ad un “generico e confuso richiamo della legislazione speciale in tema di dismissione di patrimonio pubblico”.

4. Con il quarto motivo la ricorrente ha, infine, formulato “istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza appellata ex art. 373 c.p.c.”.

5. I quattro motivi del ricorso, per ragioni di connessione, possono essere esaminati congiuntamente e sono inammissibili sia con riferimento ai vizi di motivazione che a quelli di violazione e falsa applicazione di legge sia in relazione alla “istanza di sospensione”.

5.1. Sono inammissibili tutti i vizi motivazionali lamentati.

Innanzitutto risultano insussistenti le lamentate carenze e illogicità ed al riguardo è sufficiente osservare, da un canto, che la Corte di merito ha adeguatamente spiegato le ragioni per le quali non ha ritenuto riproposta in sede di impugnazione la questione pregiudiziale inerente l’eccepito difetto di giurisdizione; dall’altro, che la stessa Corte ha sufficientemente motivato in ordine alla circostanza che la mera comunicazione della convivenza dell’assegnataria con la nipote non implica di per sè il diritto a succedere nel rapporto concessorio e nel relativo rapporto di locazione.

In secondo luogo, è inammissibile anche l’ulteriore vizio motivazionale con cui viene lamentata l’insufficiente motivazione; le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al minimo costituzionale del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. (Cass. civ., Sez. Un., Sentenze nn. 8053 e 8054 del 7 aprile 2014, RRvv. 629830 e 629833; v. anche Cass. civ., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 21257 dell’8 ottobre 2014, Rv. 632914).

Ai sensi della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – applicabile alle sentenze pubblicate dopo l’11 settembre 2012 e dunque anche alla pronuncia impugnata con il ricorso in esame, depositata il 27 dicembre 2013 – il controllo sulla motivazione è dunque possibile solo con riferimento al parametro dell’esistenza e della coerenza, non anche con riferimento al parametro della sufficienza.

5.2. Quanto ai vizi di violazione di legge, la Corte di appello, nel motivato esercizio del proprio (esclusivo) potere di interpretazione delle risultanze processuali, ha spiegato come la ricorrente si sia limitata, per un verso, a ribadire l’effettiva risalente abitazione nell’alloggio già assegnato alla propria ascendente (nonna), senza allegare e dimostrare i presupposti specifici richiesti dalla legislazione regionale ai fini della successione all’originaria assegnataria e, per l’altro, ad un generico e confuso richiamo della legislazione speciale in materia. In altri termini, la ricorrente sebbene lamenti del tutto genericamente la violazione della L.R. Lazio n. 27 del 2006, art. 53, degli artt. 112 e 116 c.p.c., nonchè “del D.Lgs. n. 104 del 1996, L. n. 560 del 1993, L. n. 662 del 1996, L. n. 457 del 1978, L. n. 449 del 1997, L. n. 410 del 2001, L.R. Lazio n. 27 del 2006”, tuttavia reintroduce una serie di questioni di fatto concernenti la sussistenza delle condizioni per l’esercizio del diritto di successione nell’alloggio, questioni tendenti alla rivalutazione delle prove emerse nel corso della causa ed a conseguire un diverso giudizio nel merito della controversia.

6. Parimenti inammissibile è, infine, l’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata che, secondo l’art. 373 c.p.c., comma 1, secondo periodo, va formulata dalla parte al giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata qualora dall’esecuzione possa derivare grave e irreparabile danno.

7. In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

8. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1 – bis.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso, e condanna la ricorrente a rimborsare alla resistente le spese del giudizio di cassazione che si liquidano in complessivi Euro 5200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 29 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 gennaio 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA