Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9338 del 20/04/2010

Cassazione civile sez. III, 20/04/2010, (ud. 11/03/2010, dep. 20/04/2010), n.9338

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – rel. Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 8661-2009 proposto da:

G.M.M., elettivamente domiciliato in ROMA, presso la

CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avv. GIGLI ENRICO

GIUSEPPE, giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

P.R. in proprio e nella qualità di genitore esercente

la potestà sui minori T.E. e T.A., T.

R., TO.RO., tutti eredi del sig. T.R.

S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 353/2008 del TRIBUNALE di FROSINONE,

depositata il 21/04/2008;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’11/03/2010 dal Consigliere Relatore Dott. MAURIZIO MASSERA.

E’ presente il P.G. in persona del Dott. PIERFELICE PRATIS.

La Corte, letti gli atti depositati:

 

Fatto

OSSERVA

E’ stata depositata la seguente relazione:

1 – Con ricorso notificato il 4 aprile 2009 G.M.M. ha chiesto la cassazione della sentenza, non notificata, depositata in data 21 aprile 2008 dal Tribunale di Frosinone, confermativa della sentenza del Giudice di Pace di Alatri, che aveva rigettato l’opposizione al decreto ingiuntivo per Euro 460,58 intimatogli T.R.S. per la fornitura di un corso d’inglese.

Gli eredi di costui non hanno espletato attività difensiva.

2 – Il ricorso è inammissibile per due ordini di ragioni, ciascuna delle quali risulta di per se decisiva.

In primo luogo per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6. E’ orientamento costante (confronta, tra le altre, le recenti Cass. Sez. Un. n. 28547 del 2008; Cass. Sez. 3 n. 22302 del 2008) che, in tema di ricorso per cassazione, a seguito della riforma ad opera del D.Lgs. n. 40 del 2006, il novellato art. 366 c.p.c., comma 6, oltre a richiedere la “specifica” indicazione degli atti e documenti posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale il documento, pur individuato in ricorso, risulti prodotto. Tale specifica indicazione, quando riguardi un documento prodotto in giudizio, postula che si individui dove sia stato prodotto nelle fasi di merito, e, in ragione dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, anche che esso sia prodotto in sede di legittimità.

In altri termini, il ricorrente per cassazione, ove intenda dolersi dell’omessa o erronea valutazione di un documento da parte del giudice di merito, ha il duplice onere – imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 – di produrlo agli atti e di indicarne il contenuto. Il primo onere va adempiuto indicando esattamente nel ricorso in quale fase processuale e in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione; il secondo deve essere adempiuto trascrivendo o riassumendo nel ricorso il contenuto del documento. La violazione anche di uno soltanto di tali oneri rende il ricorso inammissibile.

Il suddetto onere processuale non è stato rispettato con riferimento alla documentazione (nota d’ordine, contratto, atto di cessione credito; ecc.) posta alla base del ricorso.

3. – Sotto altro profilo, i sei motivi del ricorso risultano inammissibili, poichè la loro formulazione non soddisfa i requisiti stabiliti dall’art. 366-bis c.p.c..

Occorre rilevare sul piano generale che, considerata la sua funzione, la norma indicata (art. 366 bis c.p.c.) va interpretata nel senso che per, ciascun punto della decisione e in relazione a ciascuno dei vizi, corrispondenti a quelli indicati dall’art. 360 c.p.c., per cui la parte chiede che la decisione sia cassata, va formulato un distinto motivo di ricorso.

Per quanto riguarda, in particolare, il quesito di diritto, è ormai jus receptum (Cass. n. 19892 del 2007) che è inammissibile, per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6 il ricorso per cassazione nel quale esso si risolva in una generica istanza di decisione sull’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo. Infatti la novella del 2006 ha lo scopo di innestare un circolo selettivo e “virtuoso” nella preparazione delle impugnazioni in sede di legittimità, imponendo al patrocinante in cassazione l’obbligo di sottoporre alla Corte la propria finale, conclusiva, valutazione della avvenuta violazione della legge processuale o sostanziale, riconducendo ad una sintesi logico- giuridica le precedenti affermazioni della lamentata violazione.

In altri termini, la formulazione corretta del quesito di diritto esige che il ricorrente dapprima indichi in esso la fattispecie concreta, poi la rapporti ad uno schema normativo tipico, infine formuli il principio giuridico di cui chiede l’affermazione.

Quanto al vizio di motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Cass. Sez. Unite, n. 20603 del 2007).

Con i sei motivi (anche graficamente difficili da individuare e selezionare) il ricorrente denuncia: a) violazione dell’art. 1346 c.c. e art. 1418 c.c., comma 2; b) violazione dell’art. 1469 bis c.c., comma 3, n. 14; c) violazione dell’art. 1469 bis c.c., comma 3, n. 4; d) violazione dell’art. 1418 c.c., comma 2 e art. 1346 c.c.; e) violazione del D.Lgs. 15 gennaio 1992, n. 50, art. 5, comma 2 sul diritto di recesso; conseguente applicazione dell’art. 6, comma 2 medesimo D.Lgs.; f) omessa insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

Nessuno dei primi cinque motivi, che prefigurano violazione di norme di diritto, talvolta privi persino di specifiche argomentazioni a sostegno, è caratterizzato da un quesito che corrisponda al paradigma sopra delineato e che postuli l’enunciazione di un principio di diritto, fondato sulle norme assertivamente violate, che risulti decisivo per il giudizio e nel contempo di applicabilità generalizzata. Invece tutti i suddetti quesiti si rivelano generici e astratti, quindi inidonei a garantire le esigenze perseguite dall’art. 366 bis c.p.c..

Il sesto motivo, che ipotizza vizio di motivazione, risulta privo del momento di sintesi necessario per circoscrivere il fatto controverso e per specificare quali capi della sentenza impugnata e per quali ragioni presentino motivazione rispettivamente, omessa, insufficiente e contraddittoria.

4.- La relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori delle parti;

Non sono state presentate conclusioni scritte nè memorie nè alcuna delle parti ha chiesto d’essere ascoltata in camera di consiglio;

5.- Ritenuto:

che, a seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, il collegio ha condiviso i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione;

che pertanto il ricorso va dichiarato inammissibile; nulla spese;

visti gli artt. 380-bis e 385 cod. proc. civ..

PQM

Dichiara il ricorso inammissibile. Nulla spese.

Così deciso in Roma, il 11 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 20 aprile 2010

 

 

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