Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 933 del 17/01/2017

Cassazione civile, sez. III, 17/01/2017, (ud. 09/11/2016, dep.17/01/2017),  n. 933

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3899/2014 proposto da:

GENERALI ITALIA SPA, (OMISSIS) conferitaria del ramo d’azienda

assicurativo Direzione per l’Italia di ASSICURAZIONI GENERALI S.P.A.

a mezzo della propria mandataria e rappresentante GENERALI BUSINESS

SOLUTIONS S.C.P.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIUSEPPE

FERRARI 35, presso lo studio dell’avvocato MARCO VINCENTI, che lo

rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

M.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CARLO ALBERTO

RACCHIA 2, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO NACCARI,

rappresentata e difesa dall’avvocato ENZO IANNANTUONO giusta procura

speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1448/2012 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 27/12/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/11/2016 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI;

udito l’Avvocato MARCO VINCENTI;

udito l’Avvocato MARCO SAVERIO MONTANARI per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

AUGUSTINIS Umberto, che ha concluso per estinzione procedimento per

cessazione materia del contendere in subordine inammissibilità o

rigetto.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. M.L. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Lucera Generali – Assicurazioni Generali s.p.a. chiedendo la condanna della società convenuta a risarcire l’attrice delle somme che sarebbe stata tenuta a versare a seguito della mala gestio da parte della medesima società. Espose in particolare parte attrice quanto segue. A seguito di sinistro stradale avvenuto il giorno (OMISSIS) fra l’autovettura Fiat 127, di proprietà della M. e condotta dal coniuge D.G. con a bordo C.A.A., ed autofurgone condotto da D.S.C., erano deceduti il coniuge ed il trasportato nell’autovettura Fiat 127 e che sia nel verbale di sopralluogo dei carabinieri e relativo rapporto sia nella sentenza penale del Tribunale di Lucera del 15 aprile 1993, che aveva ritenuto il D.S. colpevole del reato di omicidio colposo, era emersa la responsabilità concorsuale dei due mezzi, l’autofurgone per avere invaso la corsia opposta, la Fiat 127 per la velocità eccessiva (quest’ultima comunque per “un limitato concorso di colpa”). Il Tribunale di Lucera, con sentenza del 25 novembre 1998, valutando una percentuale di responsabilità pari al 20% del D. e dell’80% del D.S., aveva condannato la M., in solido con la società assicuratrice, al pagamento in favore del coniuge del C. – G.R., in proprio e quale esercente la potestà sui tre figli minori, della somma Lire 122.788.276 oltre interessi. Aveva proposto appello la società assicuratrice ed appello incidentale G.R., e la Corte d’appello di Bari, in parziale accoglimento di entrambi gli appelli, con sentenza n. 1031/2002, aveva condannato la M., in solido con la società assicuratrice, al pagamento della somma di Euro 129.439,71 oltre interessi, dichiarando la M. tenuta al pagamento dell’intero e la società tenuta in solido fino al pagamento della somma di Euro 78.413,66 (di cui Euro 38.734,27 per capitale ed Euro 39.679,39 per rivalutazione). La Corte d’appello aveva preso a base per il risarcimento, in luogo del criterio rappresentato dal triplo dell’ammontare annuo della pensione sociale capitalizzata, cui aveva fatto riferimento il Tribunale, lo stipendio percepito dal C., e aveva valutato il massimale di Lire 75.000.000, pari ad Euro 38.734,27, come da riferire a ciascuna persona coinvolta nel sinistro, e non al numero degli aventi diritto al risarcimento del danno in base a rapporti personali o successori con la vittima, come ritenuto dal Tribunale. Si costituì la parte convenuta chiedendo il rigetto della domanda.

2. Il Tribunale adito con sentenza n. 230/08 rigettò la domanda.

3. Avverso detta sentenza propose appello M.L.. Si costituì la parte appellata chiedendo il rigetto dell’appello.

4. Con sentenza di data 27 dicembre 2012 la Corte d’appello di Bari accolse l’appello, condannando l’assicuratrice a risarcire l’appellante delle somme che sarebbe stata costretta a versare per effetto della sentenza di appello anche oltre il limite del massimale di polizza. Osservò la corte territoriale che nel corso del giudizio di primo grado la società assicuratrice aveva avuto piena contezza della dinamica del sinistro e delle relative responsabilità, risultando acquisiti al fascicolo processuale il verbale di sopralluogo, il rapporto dei carabinieri e la sentenza penale, e che l’aver rifiutato di eseguire la prestazione risarcitoria liquidata dal Tribunale di Lucera aveva integrato violazione degli obblighi di buona fede e diligenza, che avrebbero imposto quanto meno l’obbligo di porre immediatamente a disposizione dei danneggiati il massimale, al di là della decisione di interporre l’appello. Aggiunse che la proposizione dell’appello non era stata opportuna alla luce di quanto accertato in sede penale e dell’erronea valutazione (per difetto) del danno patrimoniale operata dal Tribunale con riferimento al triplo della pensione sociale, anzichè in relazione al reddito da lavoro del de cuius, e che la posizione della M. si era aggravata proprio a seguito dell’accoglimento dell’appello incidentale proposto allorquando per la G. era ormai scaduto il termine per proporre appello principale.

5. Ha proposto ricorso per cassazione Generali Italia s.p.a. sulla base di quattro motivi. Resiste con controricorso la parte intimata. E’ stata depositata memoria di parte.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Va premesso che con la memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c., la parte ricorrente ha depositato ordinanza di correzione di errore materiale della sentenza n. 1031/2002 della Corte d’appello di Bari in base alla quale in luogo dell’importo errato di Euro 129.439,71, deve intendersi indicato l’importo di Euro 84.281,75, precisando che la somma versata alla parte danneggiata dalla società assicuratrice risulta superiore al detto importo e che il processo di esecuzione forzata promosso dalla M. in base alla sentenza d’appello era stato sospeso in sede di opposizione all’esecuzione proposta dalla stessa società assicuratrice. In sede di pubblica udienza il difensore ha chiesto dichiararsi la cessazione della materia del contendere. La persistenza del pignoramento e della controversia oppositiva non consente di ritenere che fra le parti dell’odierno giudizio sia cessata la materia del contendere.

1. Con il primo motivo si denuncia omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva la ricorrente che il giudice di appello aveva desunto la mala gestio della società assicuratrice dal fatto che le prove documentali fossero a disposizione fin dal giudizio di primo grado, ma senza porsi alcuna domanda in ordine all’effettiva concludenza di tali prove e, al contrario di quanto fatto dal Tribunale, omettendo il relativo esame.

1.1 Il motivo è inammissibile. L’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, non integra l’omesso esame circa un fatto decisivo previsto dalla norma, quando il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053). Il fatto storico, rappresentato dalla dinamica del sinistro e delle relative responsabilità, non risulta effettivamente preso in considerazione dal giudice di merito, il quale ha apprezzato la circostanza in sè della presenza dei documenti rilevanti agli atti del processo, il rifiuto di esecuzione della prestazione risarcitoria liquidata dal Tribunale da parte dell’assicuratore e l’applicazione in sede di appello di un parametro ai fini della determinazione del quantum più sfavorevole per l’odierna intimata. L’omesso esame di elementi istruttori integra pertanto l’omesso esame circa il fatto storico. Resta tuttavia fermo che, anche per ciò che concerne la doglianza sul mancato esame degli elementi istruttori secondo la nuova disposizione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, deve essere osservato il principio di autosufficienza del ricorso, essendo inibito al giudice di legittimità l’accesso agli atti del processo in presenza di vizio che non sia quello di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4. Il ricorrente ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (Cass. 3 gennaio 2014, n. 48; 31 luglio 2012, n. 13677; 30 luglio 2010, n. 17915). L’odierna ricorrente si è limitata a denunciare l’omesso esame delle prove documentali, ma non ha specificatamente indicato in quale sede processuale i documenti in discorso siano stati introdotti, ossia quale sia la loro localizzazione processuale, nè soprattutto ha indicato in modo preciso il contenuto, trascrivendone la parte rilevante.

2. Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1175, 1218, 1375 e 1917 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva la ricorrente che, posto che l’assicuratore deve curare insieme il proprio interesse e quello dell’assicurato, la Corte d’appello ha tenuto conto solo dell’interesse dell’assicurata M., ma ha del tutto omesso di considerare, difettando qualsiasi motivazione sul punto, quello della compagnia assicuratrice, la quale ha cercato di far emergere in sede civile l’esclusiva responsabilità del D.S. e l’assenza di colpa di D.G. e che la gestione della lite da parte dell’assicuratore non può arrivare alla rinuncia da parte sua a far valere il proprio diritto ad essere condannato non oltre il limite del massimale (la Corte d’appello valutò il massimale di Lire 75.000.000, pari ad Euro 38.734,27, come da riferire a ciascuna persona coinvolta nel sinistro, e non al numero degli aventi diritto al risarcimento del danno in base a rapporti personali o successori con la vittima, come fatto dal Tribunale).

2.1 Il motivo è inammissibile. La ricorrente denuncia la violazione di legge mediante la deduzione di circostanze di fatto, e cioè l’interesse dell’assicuratore a proseguire la lite sia per il riconoscimento dell’esclusiva responsabilità della controparte sia per far valere il limite del massimale, che il giudice di merito avrebbe omesso di valutare. In tal modo però denuncia, in modo surrettizio attraverso la denuncia di una violazione di legge, un vizio motivazionale. Il motivo di ricorso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, va proposto sulla base dell’accertamento del fatto compiuto da parte del giudice di merito e non mediante una diversa rappresentazione del fatto, la quale presuppone la denuncia del vizio motivazionale. La correttezza del principio di diritto va infatti valutata in base al fatto così come accertato dal giudice di merito.

3. Con il terzo motivo si denuncia omesso esame di un fatto decisivo e controverso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva la ricorrente che la compagnia assicuratrice aveva un concreto interesse a resistere giudizialmente alla domanda proposta da G.R. e figli sulla base dei seguenti elementi: responsabilità esclusiva di D.S.C.; infondatezza della domanda in punto di quantum; nuovo orientamento della giurisprudenza in tema di trasporto di cortesia dopo Cass. n. 10629/1998; il limite del massimale come da riferire a ciascuna persona coinvolta nel sinistro, e non al numero degli aventi diritto al risarcimento del danno in base a rapporti personali o successori con la vittima. Lamenta che l’esame della sussistenza di detto interesse è stato del tutto omesso dal giudice di merito.

3.1 Il motivo è inammissibile. Il fatto storico, rilevante ai fini della denuncia del vizio motivazionale, non è l’interesse dell’assicuratore, che costituisce piuttosto criterio di valutazione del fatto da parte del giudice di merito, ma gli elementi cui tale interesse farebbe riferimento. Con riferimento alla responsabilità esclusiva di D.S.C. ed all’infondatezza della domanda in punto di quantum la denuncia è del tutto generica e, così come accaduto nel caso del primo motivo, non rispetta le previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, non avendo la parte indicato i dati da cui il fatto risulterebbe ed il come ed il quando i fatti in questione sarebbero stati oggetto di discussione nel processo. Il mutato orientamento giurisprudenziale in ordine al trasporto di cortesia integra in realtà una questione di diritto, e dunque resta estraneo al quadro dell’art. 360, comma 1, n. 5. Sulla questione del limite del massimale, come da riferire a ciascuna persona coinvolta nel sinistro e non al numero degli aventi diritto al risarcimento del danno in base a rapporti personali o successori con la vittima, la censura rispetta il principio di autosufficienza, se si fa riferimento alla sommaria esposizione dei fatti di causa, dove risulta riportata in dettaglio sul punto la motivazione della sentenza della Corte d’appello di Bari n. 1031/2002. La censura è però priva di decisività, posto che, non risulta l’offerta di pagamento da parte della società assicuratrice del massimale limitatamente alla persona coinvolta nel sinistro, e cioè limitatamente al danneggiato quale vittima primaria del sinistro e non agli aventi diritto al risarcimento in base ai rapporti personali con la vittima. L’accertamento di fatto del giudice di merito è stato nel senso del rifiuto di eseguire la prestazione risarcitoria liquidata dal Tribunale di Lucera, ma, a prescindere da tale accertamento, è la stessa ricorrente che ammette di non aver pagato, quanto meno fino a tale sentenza, il massimale, sia pure nella misura che essa riteneva dovuta.

4. Con il quarto motivo si denuncia omesso esame di un fatto decisivo e controverso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva la ricorrente che, come provato documentalmente dagli atti di causa, la società assicuratrice aveva pagato all’attrice dopo la sentenza del Tribunale di Lucera l’importo di Euro 110.791,16, e che la Corte d’appello aveva omesso di esaminare tale circostanza, avendo fatto derivare l’attribuzione di mala gestio dal rifiuto di eseguire la prestazione risarcitoria liquidata dal Tribunale.

4.1 Il motivo è inammissibile, sotto due profili. In primo luogo, la censura è proposta quale omesso esame del fatto, ma in realtà si denuncia un errore di fatto in ordine alla circostanza dell’esecuzione della sentenza di primo grado. Proprio perchè, secondo quanto esposto dalla ricorrente, il giudice avrebbe ritenuto inesistente un fatto la cui esistenza sarebbe risultata esistente sulla base degli atti di causa, l’errore di fatto sarebbe stato deducibile esclusivamente con l’impugnazione per revocazione ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4, salva la valutazione di decisività dell’errore riservata al giudice di merito in sede di giudizio di revocazione (Cass. 29 novembre 2006, n. 25376). A quest’ultimo proposito non può non rilevarsi comunque, e trattasi di ulteriore profilo di inammissibilità, che il fatto in questione è privo di decisività, in quanto la ratio decidendi è integrata non solo dal rifiuto di eseguire la prestazione risarcitoria liquidata dal Tribunale, ma anche tanto dalla piena contezza da parte della società assicuratrice della dinamica del sinistro e delle relative responsabilità quanto dall’inopportunità della proposizione dell’appello, che avrebbe consentito alla controparte di proporre l’appello incidentale.

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e viene rigettato, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il T.U. di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al rimborso delle spese processuali che liquida in Euro 3.000,00 per compenso, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e oneri di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1- bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 9 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 gennaio 2017

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