Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9323 del 20/04/2010

Cassazione civile sez. III, 20/04/2010, (ud. 09/03/2010, dep. 20/04/2010), n.9323

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIFONE Francesco – Presidente –

Dott. UCCELLA Fulvio – rel. Consiglie – –

Dott. URBAN Giancarlo – Consigliere –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. LANZILLO Raffaella – Consiglie – –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 11372/2006 proposto da:

F.B., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA F ORISTANO 21, presso lo studio dell’avvocato PONTESILLI

FABIO, rappresentato e difeso dall’avvocato BALLARIN Mario;

– ricorrente –

contro

G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ENNIO QUIRINO

VISCONTI 55, presso lo studio dell’avvocato SABBADINI Giancarlo, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ZUCCHIATTI GIAN CARO

giusta delega in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

I.A. (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 31/2006 del TRIBUNALE di PORDENONE, emessa il

27/12/2005, depositata il 17/01/2006; R.G.N. 4852/2004.

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

09/03/2010 dal Consigliere Dott. FULVIO UCCELLA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARESTIA Antonietta, che ha concluso per la inammissibilita’ del

ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 14 gennaio 2005 il Tribunale di Pordenone, in parziale riforma della sentenza del Giudice di pace di quella citta’ del 22 giugno 2004, accoglieva la domanda di manleva proposta da G.A. contro F.B., che nel giudizio promosso da I.A. per ottenere il risarcimento dei danni da lui subiti nell’appartamento di sua proprieta’ e derivanti da infiltrazione di acqua derivante dall’appartamento sovrastante di proprieta’ del G., era stato chiamato in causa.

Per l’effetto, condannava il F. a tenere indenne il G. dalle pronunce di condanna contenute nella predetta sentenza.

Avverso siffatta decisione propone ricorso per cassazione il F., affidandosi ad unico articolato motivo.

Resiste con controricorso il G..

L’intimato I.A. non ha svolto difese in questa sede.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – In punto di fatto, va posto in rilievo che I. A. proprietario di un appartamento sito al sesto piano di un edificio condominiale, aveva citato G.A. avanti al Giudice di pace di Pordenone per sentirlo condannare al risarcimento dei danni subiti a causa di infiltrazioni di acqua proveniente dalla tubazione del riscaldamento posta all’interno dell’appartamento del convenuto al piano superiore.

Nel costituirsi il G. contestava sia l’an che il quantum, e chiedeva di essere manlevato dal F., che aveva effettuato lavori di tinteggiatura all’interno del suo appartamento e che, a suo dire, era il responsabile dell’accaduto, perche’ nel “dare una mano ai tubi del termo” non si era avveduto, ne’ lui neanche uno dei suoi operai che era stato allentato il tappo di chiusura dell’impianto, che aveva provocata la fuoriuscita dell’acqua (v. p. 3 ricorso ed in sintesi p. 2-3 sentenza impugnata).

Per quel che interessa in questa sede, tuttavia, il problema, di cui tratta il ricorso, riguarda una questione processuale.

Infatti, nell’unico motivo di ricorso (violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’art. 342 c.p.c.) il ricorrente lamenta che il giudice dell’appello non avrebbe tenuto conto della specificita’ dei motivi di appello, nei quali il G. si sarebbe limitato ad eccepire “violazione ed errata interpretazione ed applicazione dell’art. 2051 c.c.”, senza, quindi, devolvere al giudice dell’appello la cognizione dell’intera controversia ed, in particolare la responsabilita’ del F. ex art. 2051 c.c., o ex art. 2043 c.c. (v. p. 11-12 ricorso).

Dall’altro, sempre nello stesso motivo, il ricorrente pone in rilievo una serie di elementi probatori, acquisiti al giudizio che smentirebbero la decisione impugnata ed afferma che il G. non avrebbe rivolto alcuna censura al capo della sentenza del Giudice di pace, che aveva escluso che il F. fosse responsabile dell’allagamento sotto il profilo di una condotta colposa connessa allo svolgimento dell’opera che gli era stata commissionata dal G., ovvero di aver colposamente provocato l’apertura di una valvola della tubazione del termosifone (p. 13 ricorso).

2. – Osserva il Collegio che, trattandosi di error in procedendo, da qualificare, per il vero, piu’ come vizio di ultrapetizione che violazione della specificita’ della impugnazione, la Corte e’ giudice del fatto e, quindi, ha il potere-dovere di accedere agli atti, in specie, dell’atto di appello del G..

Ebbene, dall’esame dell’atto di appello, prodotto nel fascicolo di ufficio del giudice dell’appello (p. 7 atto di appello e comparsa conclusionale per l’udienza del 10 ottobre 2005), risulta, al contrario, che la domanda di manleva e’ stata ritualmente formulata.

Pertanto, questo profilo del motivo va respinto, perche’ infondato, con l’assorbimento del secondo profilo.

Ne segue la condanna alle spese del presente giudizio, che si liquidano, come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del presente giudizio di cassazione, che si liquidano in Euro 1.200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 9 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 20 aprile 2010

 

 

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