Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9320 del 11/04/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 11/04/2017, (ud. 08/03/2017, dep.11/04/2017),  n. 9320

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – rel. Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7788/2016 proposto da:

ADAMM SRL, in persona del legale rappresentante, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA NIZZA 45, presso lo studio dell’avvocato

STEFANO FIORENTINI, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6599/09/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE del LAZIO, depositata l’11/12/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata dell’08/03/2017 dal Consigliere Dott. MAURO MOCCI.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che la Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., delibera di procedere con motivazione sintetica;

che la A.D.A.M.M. s.r.l. propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio, che aveva respinto il suo appello contro la decisione della Commissione tributaria provinciale di Roma. Quest’ultima, a sua volta, aveva respinto il ricorso della società contribuente avverso un avviso di accertamento di maggior imposta IRES e sull’attività produttiva per l’anno 2005;

che, nella decisione impugnata, la CTR ha rilevato che la normativa invocata si sarebbe riferita al solo reddito fondiario e sarebbe stata giustificata con i costi di manutenzione degli immobili vincolati, mentre non avrebbe avuto senso rispetto ai redditi d’impresa.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il ricorso è affidato ad un unico motivo, col quale la contribuente lamenta violazione ed omessa applicazione della L. n. 413 del 1991, art. 11, comma 2, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3;

che, secondo la ricorrente, l’interpretazione della CTR sarebbe erronea, in quanto nulla, nella normativa, autorizzerebbe a limitare o condizionare a circostanze soggettive l’applicazione della speciale disciplina della determinazione del reddito imponibile degli immobili di interesse storico ed artistico;

che l’Agenzia delle Entrate ha depositato controricorso;

che il ricorso è infondato;

che questa Suprema Corte ha avuto ripetutamente modo di affermare che, in tema di imposte sui redditi, il beneficio introdotto dalla L. 30 dicembre 1991, n. 413, art. 11, concerne la determinazione del solo reddito fondiario, sicchè non si applica agli immobili d’interesse storico ed artistico strumentali all’esercizio di attività d’impresa in quanto la natura di tale agevolazione integra un risparmio d’imposta (e, dunque, un reddito per il contribuente) e si giustifica perchè correlata ad un pregiudizio di analoga natura (ossia, un esborso), mentre nell’esercizio dell’attività d’impresa i costi relativi ai suddetti beni sono deducibili e, quindi, si traducono in un vantaggio (Sez. 5, n. 14880 del 20/07/2016; Sez. 5, n. 18921 del 24/09/2015; Sez. 5, n. 24048 del 12/11/2014);

che neppure appare pertinente il richiamo a Cass. SS.UU. n. 5518/2011, il cui principio di diritto attiene a tutt’altro contesto, quello dell’ICI;

che al rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore della controricorrente, nella misura indicata in dispositivo;

che, ai sensi dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.500 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 8 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 11 aprile 2017

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