Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9304 del 20/05/2020

Cassazione civile sez. lav., 20/05/2020, (ud. 28/11/2019, dep. 20/05/2020), n.9304

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TORRICE Amelia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 537-2014 proposto da:

M.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

CONFALONIERI 1, presso lo studio dell’avvocato CARLO CIPRIANI,

rappresentato e difeso dall’avvocato FRANCESCO PANNARALE;

– ricorrente –

contro

REGIONE PUGLIA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 501/2013 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 26/04/2013 R.G.N. 5144/2008.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

la Corte d’Appello di Bari, riformando la sentenza del Tribunale della stessa città, ha rigettato la domanda di M.D., dirigente di vertice della Regione Puglia presso il Settore Demanio Marittimo Fluviale e Lacuale con la quale il medesimo aveva rivendicato il diritto ad ottenere la liquidazione delle differenze retributive (c.d. “maturato economico”) rivenienti dall’applicazione dell’art. 35 c.c.n.l. area dirigenziale anni 1994-1997 e della deliberazione di Giunta Regionale n. 2060 del 2000, per il periodo 1.2.203-28.2.2005;

secondo la Corte territoriale la delibera 2060/2000 aveva riconosciuto il diritto a quel “maturato economico” solo a chi alla data del 1.1.1999 già era preposto a strutture di vertice, mentre il ricorrente aveva ricevuto l’incarico di vertice solo all’esito di un processo di riordino delle strutture dirigenziali, che aveva modificato l’assetto degli incarichi dirigenziali e della loro retribuzione, superando le disposizioni contenute nella predetta delibera;

il M. ha proposto ricorso per cassazione avverso la predetta sentenza con un unico articolato motivo, mentre la Regione Puglia è rimasta intimata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

con l’unico motivo di ricorso il ricorrente sostiene la violazione degli artt. 1362 ss c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3) e ciò in quanto:

la delibera 2060/2000 era definita “direttiva” proprio perchè destinata a valere anche per il futuro, come del resto derivava dal fatto che l’attribuzione in essa disposta operava “a decorrere dal 1.1.1999”, sicchè vi era stata violazione del significato letterale delle parole;

nella predetta delibera era stata depennata la dizione “messe a concorso per la seconda qualifica dirigenziale”, il che smentiva – a dire del ricorrente – che essa riguardasse dirigenti che avevano già svolto le mansioni proprie di tale qualifica;

la Corte d’Appello aveva anche violato l’art. 1362 c.c., comma 2, ove non aveva considerato il comportamento successivo delle parti ed in particolare il fatto che, nel verbale 5.12.2005, rispetto a tale Scalera, il “maturato economico” era stato riconosciuto ad un dirigente cui la struttura di vertice non era stata attribuita prima del riassetto organizzativo del 2003;

il motivo è inammissibile;

la Corte territoriale ha fondato la propria decisione su due assunti, secondo cui: la delibera 2060/2000 riguardava solo chi al 1.1.1999 già era preposto ad una struttura di vertice, mentre lo stesso ricorrente aveva affermato di essere stato preposto a struttura di vertice solo in esito al successivo processo di riordino delle strutture dirigenziali;

con gli atti riorganizzativi del 2003, con cui tale riordino era stato attuato, vi era stata una ridefinizione anche, con valori economici che decorrevano dal 1 febbraio 2003, delle retribuzioni dirigenziali, che aveva superato le disposizioni contenute nell’atto di giunta 2060/2000, sicchè il ricorrente, essendo stato preposto a struttura “di vertice” solo dopo tale riordino, restava assoggettato soltanto alla nuova regolamentazione;

si è dunque di fonte ad una doppia ratio decidendi, fondata sia sul fatto che la delibera 2060 non riguardava il M. perchè all’epoca non ancora dirigente “di vertice”, sia sul fatto che, quando egli fu preposto ad una tale struttura, la delibera 2060 era stata superata dalla ridefinizione delle retribuzioni dirigenziali;

le censure del ricorrente sono finalizzate, attraverso la valorizzazione dei dati letterali della delibera 2060 e dei comportamenti successivi tenuti dalla Regione e con il richiamo alla violazione dei c.d. criteri ermeneutici, a mettere in discussione l’interpretazione che di tale delibera è stata data dalla Corte territoriale;

nulla è invece espressamente detto rispetto al superamento degli effetti di tale delibera come conseguenza del successivo riordino retributivo in concomitanza con il quale era stata attribuito al ricorrente il ruolo di vertice ed evidentemente la violazione dei criteri ermeneutici nulla può avere a che vedere con gli effetti che la Corte territoriale riconosce al riordino retributivo predetto, profili che semmai attengono al rapporto tra le regolazioni retributive intervenute nel tempo;

del resto, la parte del motivo con cui si afferma che a tale S. (parte del verbale di conciliazione la cui erronea considerazione da parte della Corte d’Appello vizierebbe, sotto il profilo della valutazione del comportamento “successivo” delle parti, l’interpretazione della delibera 2060) la responsabilità di vertice non sarebbe stata attribuita prima del riassetto organizzativo del 2003, pur essendosi poi a lui attribuito il “maturato economico”, collide nettamente con l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata secondo cui coloro che erano stati interessati dai verbali di conciliazione le posizioni dirigenziali “apicali” erano state riconosciute ben prima del riassetto organizzativo del 2003;

il ricorrente, adducendo quel dato, non poteva dunque limitarsi a richiamare il verbale di conciliazione e a sostenere che esso si riferisse ad un’attribuzione di posizione di vertice posteriore o concomitante al riassetto organizzativo del 2003, ma avrebbe dovuto riportare il contenuto di quel verbale nel contesto del ricorso per cassazione, raffrontandolo criticamente con le diverse affermazioni contenute nella sentenza impugnata;

in mancanza, la formulazione del motivo in parte qua si pone in contrasto con i presupposti di specificità di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, (Cass. 24 aprile 2018, n. 10072) e di autonomia del ricorso per cassazione (Cass., S.U., 22 maggio 2014, n. 11308) che la predetta norma nel suo complesso esprime, con riferimento in particolare, qui, ai nn. 4 e 6 della stessa disposizione, da cui si desume la necessità che la narrativa e l’argomentazione siano effettivamente idonee, riportando i corrispondenti passaggi degli atti e documenti su cui essa si fonda, a manifestare pregnanza, pertinenza e decisività delle ragioni di critica prospettate, rispetto alla causa come concretamente trattata nei gradi di merito;

nel complesso vale in definitiva il principio per cui ove la sentenza di merito sia sorretta da una pluralità di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, l’assenza di censure (o l’inammissibilità delle censure) rispetto ad una di esse (qui, quella sul superamento del sistema retributivo da cui in ipotesi potevano derivare i diritti al “maturato economico” rivendicati) rende irrilevante l’esame degli altri motivi (qui quelli sull’erronea interpretazione della delibera 2060), atteso che in nessun caso potrebbe derivarne l’annullamento della sentenza impugnata, risultando comunque consolidata l’autonoma motivazione rimasta priva di censure o investita da critiche inammissibili (Cass. 18 aprile 2019, n. 10815; Cass. 21 giugno 2017, n. 15350);

dal determinarsi nel caso di specie di tale dinamica deriva dunque l’inammissibilità complessiva del ricorso;

Non occorre provvedere alle spese.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 28 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 maggio 2020

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