Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9293 del 20/05/2020

Cassazione civile sez. lav., 20/05/2020, (ud. 13/11/2019, dep. 20/05/2020), n.9293

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28526-2015 proposto da:

CODICE CENTRO S.R.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIULIA

66, presso lo studio dell’avvocato LORENZO DI BACCO, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

L.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FLAMINIA 167,

presso lo studio dell’avvocato FILIPPO MARIA GIORGI, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2564/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 29/05/2015, R. G. N. 4116/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/11/2019 dal Consigliere Dott. DE GREGORIO FEDERICO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE ALBERTO, che ha concluso per l’inammissibilità, in

subordine per il rigetto del ricorso.

udito l’Avvocato LORENZO DI BACCO;

udito l’Avvocato FILIPPO MARIA GIORGI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Come si legge dalla sentenza d’appello qui impugnata, mediante ricorso del 19 maggio 2009 la sig.ra L.E. esponeva di aver lavorato alle dipendenze della CODICE SUD S.r.l., già CODICE S.r.l., dal 26 giugno del 2006 al 23 ottobre 2007, data quest’ultima nella quale subentrava nel rapporto la CODICE CENTRO S.r.l., società con la quale il rapporto di lavoro proseguiva sino al 21 gennaio 2009. Detto rapporto era stato inizialmente formalizzato mediante contratto di collaborazione continuata a progetto con scadenza al 31 luglio 2006; dopo questa data il rapporto proseguiva in via di mero fatto senza alcuna comunicazione scritta di proroga sino al 22 gennaio 2007, allorquando la ricorrente L. veniva assunta in base al contratto di apprendistato part-time per la durata di 24 mesi, con la qualifica di addetta ai servizi di ricezione e controllo accessi anche con supporti informatici e elettronici, inquadrata nel secondo livello dell’allora vigente contratto collettivo nazionale di lavoro, con un orario di 30 ore settimanali ed un’attività formativa di 120 ore complessive. L’attrice assumeva, tra l’altro, di non aver mai ricevuto alcuna attività formativa, nè teorica e pratica, e che in data 20 gennaio 2009 era intervenuta comunicazione scritta da parte della CODICE Centro S.r.l., con la quale in relazione al contratto di lavoro di apprendistato in essere le era stata confermata la scadenza contrattuale, originariamente pattuita, sicchè il suo ultimo giorno di lavoro sarebbe stato il 21 gennaio 2009. Tale comunicazione veniva impugnata in via stragiudiziale dalla lavoratrice con missiva del 28 gennaio 2009, contenente anche l’offerta delle prestazioni lavorative. Tanto premesso, la lavoratrice deduceva la mancata individuazione di alcun progetto nel contratto del 26 giugno 2006, l’estraneità delle mansioni svolte all’attività dedotta in contratto, la concreta configurazione del rapporto come di lavoro subordinato in ragione delle modalità di svolgimento dello stesso, analiticamente descritte ed implicanti eterodirezione da parte della società, la mancata formalizzazione per iscritto di un rapporto di lavoro a progetto per il periodo compreso tra l’agosto 2006 ed il 21 gennaio 2007, durante il quale la società si era limitata ad attribuire unilateralmente l’anzidetta qualificazione al rapporto nei prospetti paga, la nullità del successivo contratto di apprendistato in data 22 gennaio 2007 e la sua trasformazione in un ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

La L. rappresentava, altresì, di aver percepito mensilmente, durante tutta la durata del rapporto, somme inferiori a quanto dovutole in base ai minimi contrattuali di categoria; che a dicembre 2006 non aveva percepito la 13a mensilità, nè a luglio 2007 la 14a; che in seguito aveva percepito somme inferiori al dovuto anche a detto titolo; che nulla aveva ricevuto titolo di competenze di fine rapporto.

Pertanto, l’attrice aveva chiesto: di accertare la sussistenza di un ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, cui era subentrata ex art. 2112 c.c., per effetto di scissione societaria e subentro nel relativo ramo aziendale la S.r.l. CODICE CENTRO; la condanna delle convenute società CODICE SUD e CODICE CENTRO al pagamento della complessiva somma di Euro 4171,82, nonchè la sola CODICE CENTRO al pagamento della somma di Euro 3976,34 a titolo di differenze retributive maturate da ottobre 2007 sino al 21 gennaio 2009; la condanna, inoltre, di entrambe le convenute alla regolarizzazione della posizione contributiva ed assistenziale; in via subordinata e salvo gravame, accertata l’omissione della CODICE SUD, anche di provvedere al pagamento dei contributi previsti in favore della gestione separata riservata ai collaboratori coordinati continuativi; di condannare la CODICE CENTRO S.r.l. a reintegrare e a riammettere essa ricorrente nel posto di lavoro nonchè a corrisponderle, subordinatamente a titolo risarcitorio, la retribuzione globale di fatto maturata e maturanda dall’anzidetta data del 31 gennaio 2009 sino alla reintegrazione e/o alla riammissione in servizio sulla base della retribuzione mensilmente dovuta; in via gradata, nel caso in cui la missiva di gennaio 2006 fosse da considerare come intimazione di recesso, dichiarare l’illegittimità del licenziamento con la condanna della CODICE CENTRO S.r.l. a reintegrare la L. n. 300 del 1970, ex art. 18, essa ricorrente nel posto di lavoro in precedenza occupato, con ogni conseguente tutela risarcitoria; in via del tutto gradata, condannare la CODICE CENTRO S.r.l. al pagamento in favore dell’istante a titolo di indennità di preavviso e t.f.r. la somma di Euro 2802,82; il tutto comunque con gli accessori di quell’art. 429 c.p.c. ed in ogni caso con vittoria delle spese di lite.

L’adito giudice del lavoro di Roma con sentenza del 18 novembre 2010 così provvedeva:

dichiarava che tra la ricorrente e la CODICE SUD S.r.l., già CODICE S.r.l., era intercorso rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato dal 26 giugno 2006 al 23 ottobre 2007; dichiarava che tra l’attrice e la CODICE CENTRO S.r.l. sussisteva un rapporto di lavoro subordinato a decorrere dal 24 ottobre 2007;

dichiarava il diritto della ricorrente all’inquadramento nel secondo livello del c.c.n.l. per le imprese di pulizie, di servizi integrati e multiservizi;

dichiarava la nullità del termine apposto al contratto di apprendistato del 22 gennaio 2007 e ordinava, quindi, alla CODICE CENTRO S.r.l. di riammettere essa ricorrente in servizio;

condannava la CODICE CENTRO S.r.l. al risarcimento del danno, nella misura delle retribuzioni globali di fatto maturate dal 29 gennaio 2009 sino alla riammissione in servizio, detratta la somma indicata nel prospetto paga di marzo 2010, oltre accessori di legge;

condannava la CODICE SUD S.r.l. al pagamento, in favore dell’attrice, della somma di Euro 3965,24 oltre accessori, nonchè la CODICE CENTRO S.r.l. al pagamento della somma di Euro 3976,34 gli accessori;

condannava, infine, entrambe le società convenute, tra loro in solido, al pagamento delle spese di lite a tale scopo liquidate.

Entrambe le società impugnavano la succitata pronuncia, n. 18035/10, pubblicata il 18 novembre 2010, mediante ricorso del 10 maggio 2011, cui resisteva L.E., la quale a sua volta proponeva appello incidentale, in quanto la sentenza gravata nel liquidare le differenze retributive maturate dall’assunzione sino all’ottobre 2007 aveva condannato al relativo pagamento la sola CODICE SUD, omettendo di pronunciarsi sulla richiesta di condanna in solido per tale periodo, ai sensi dell’art. 2112 c.c., anche nei confronti della subentrata CODICE CENTRO.

Con sentenza n. 2564 in data 19 marzo – 29 maggio 2015 la Corte d’Appello di Roma rigettava il gravame interposto in via principale dalle anzidette due società, accogliendo invece l’impugnazione incidentale, con conseguente parziale riforma della pronuncia di primo grado, mediante condanna della società CODICE CENTRO al pagamento in favore della L. della somma di 3711,27 Euro, in solido con la S.r.l. CODICE SUD, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali sul importi via via rivalutati, nonchè al rimborso delle spese relative al secondo grado del giudizio.

Con il primo motivo di appello le società istante aveva dedotto la violazione falsa e applicazione della L. n. 296 del 2006, art. 1, commi 1202, 1203 e 1208, in relazione agli accordi sindacali del 5 settembre 2006 e del 5 marzo 2007, volti alla stabilizzazione del personale impiegato a progetto si assumeva che la ricorrente era stataiana, assunta mediante contratto di apprendistato. Richiamato, poi, la L. n. 183 del 2010, art. 50, le appellanti ne chiedevano l’applicazione, osservando altresì di avere offerto alla L. in tre occasioni (2 nov. 2009, 22 e 30 dicembre 2010) un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato per le medesime mansioni in precedenza da ella svolte, offerte però rifiutate dalla lavoratrice. In via subordinata, le appellanti avevano chiesto, ad ogni modo, l’applicazione della stessa L. n. 183, art. 32, comma 5.

La Corte capitolina ha osservato che il motivo risultava poco comprensibile, oltre che infondato. Premetteva che la nullità del contratto di apprendistato in data 22 gennaio 2007, scaduto il 20 gennaio 2009, era stata dichiarata dal giudice di primo grado, non per la trasformazione del contratto a progetto in un contratto di lavoro subordinato, bensì per la insussistenza della causa formativa, in quanto la ricorrente era già in possesso della professionalità alla cui acquisizione tendeva il contratto di apprendistato, laddove inoltre la comunicazione di gennaio 2009 non poteva qualificarsi come manifestazione di recesso, costituendo essa invece una mera conferma della scadenza del termine apposto al contratto di apprendistato, invalido per le ragioni già indicate, di guisa che neppure poteva disporsi alcuna reintegra ex art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Andava, pertanto, dichiarato il carattere subordinato del rapporto di lavoro intercorso tra l’attrice e la CODICE S.r.l. dal 22 gennaio 2007 al 22 gennaio 2009. L’insussistenza della causa formativa derivava dalla formulazione del progetto di cui al relativo contratto in data 26 giugno 2006, con scadenza al successivo 31 luglio, ma prorogato di fatto sino al 22 gennaio 2007.

Nessuna censura le appellanti società avevano svolto in relazione alla motivazione con la quale la sentenza di primo grado aveva ritenuto nullo il termine apposto al contratto di apprendistato e la sua qualificazione in termini di subordinazione sino alla scadenza del 22 gennaio 2009, con conseguente formazione del giudicato sul punto.

Neppure aveva formato oggetto di censura la statuizione del Tribunale sul contratto a progetto, laddove era stata ritenuta la fondatezza delle doglianze in proposito mosse dalla ricorrente circa la mancata indicazione del progetto relativo al contratto in data 26 giugno 2006, la cui formulazione si poneva in contrasto con la disciplina dettata dal D.Lgs. n. 276 del 2003, artt. 61 e seguenti. Per contro, nella fattispecie nel contratto in questione non era ravvisabile alcun opus o obiettivo, atteso che l’oggetto del contratto era costituito esclusivamente dalla sistematica ripetizione di una prestazione lavorativa e dunque dalla continua messa a disposizione di energie lavorative come per il rapporto di lavoro subordinato. Nè poteva diversamente opinarsi sulla base dell’obiettivo indicato nel contratto, attesa l’assoluta genericità delle espressioni ivi impiegate, peraltro riferite alle modalità della prestazione, piuttosto che ad un risultato oggettivo. Dunque, secondo il primo giudicante, poichè ai sensi del D.Lgs. n. 276, art. 69, il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso ai sensi del citato art. 61, era da considerarsi rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla sua costituzione, e alla luce di quanto in proposito nella specie evidenziato, andava dichiarata la natura subordinata del rapporto tra la ricorrente e la società CODICE SUD, già CODICE S.r.l., dal 26 giugno 2006 sino a gennaio 2007. Pertanto, ad avviso della Corte distrettuale, anche tali accertamenti con relative statuizioni erano passati in giudicato e non potevano più essere messi in discussione. Ad ogni modo, non si comprendeva quale fosse l’esatto contenuto della doglianza espressa nei confronti della sentenza impugnata, nè soprattutto verso quale statuizione tra quelle pronunciate dal primo giudicante fosse diretta e, quindi, quale effetto potesse avere sulla decisione.

Peraltro, secondo la Corte capitolina, in relazione all’invocata applicazione della L. n. 183 del 2010, artt. 50 o 32, la relativa disciplina non poteva trovare attuazione. Infatti, quanto all’art. 50, nessuna offerta di assunzione era stata formulata dalle appellanti entro il termine di 30 settembre 2008; non rilevava inoltre l’offerta del 2009, poichè antecedente all’entrata in vigore della L. n. 183 del 2010 e perchè nessun contratto a progetto da convertire era in essere a quella data, risultando comunque cessato nel gennaio 2007; nemmeno rilevavano le offerte dell’anno 2010, poichè all’epoca nessun contratto a progetto risultava in essere.

Quanto all’art. 32, comma 5, la Corte distrettuale osservava che il contratto di apprendistato non integrava un contratto a tempo determinato, ma di lavoro subordinato a tempo indeterminato con termine di durata dell’attività di tirocinio formativo. A tale conclusione già induceva il testo del D.Lgs. n. 276 del 2003, sia nella parte in cui nel corso dell’apprendistato era stata prevista la possibilità di recesso del datore soltanto per giusta causa o giustificato motivo, quest’ultimo non applicabile contratti a tempo determinato, sia nella parte in cui al termine del periodo di tirocinio era prevista non la cessazione del rapporto per scadenza del termine stesso, come avviene per i contratti a tempo determinato, bensì la necessità di recesso del datore ex art. 2118 c.c., in difetto del quale il rapporto proseguiva come un qualsiasi altro rapporto a tempo indeterminato. Tale conclusione era stata confermata dal D.Lgs. n. 167 del 2011, che, nell’abrogare la precedente disciplina, all’art. 1, esplicitamente chiariva che “l’apprendistato è un contratto di lavoro a tempo indeterminato”, stabilendo inoltre all’art. 2 le modalità del recesso, in mancanza delle quali il rapporto proseguiva come ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Veniva, altresì, respinto il secondo motivo di appello, con il quale era stata denunciata la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 276 del 2003 (ritenendosi che la fattispecie di causa non potesse rientrare nell’art. 69 del decreto, comma 1, poichè il progetto non poteva ritenersi inesistente), nonchè eccepita la novazione oggettiva del rapporto da contratto a progetto a contratto di apprendistato. Per contro, la sentenza appellata aveva motivatamente e condivisibilmente ritenuto applicabile il Decreto n. 276 del 2003, art. 69, comma 1. Inoltre, non vi era stata novazione per il semplice motivo che non era possibile novare il contratto a progetto in un contratto di lavoro subordinato sub specie di contratto di apprendistato, in quanto per effetto della rilevata e dichiarata nullità del progetto un contratto a tempo indeterminato era già in corso. In ogni caso, nessuna censura aveva riguardato la motivazione della sentenza di primo grado, che aveva ritenuto la nullità del contratto di apprendistato per mancanza della causa formativa.

Parimenti veniva disatteso il terzo motivo di gravame, concernente il ritenuto non contestato secondo livello di inquadramento, invocato da parte attrice. Le appellanti avevano, invece, dedotto l’applicabilità del primo livello nelle note autorizzate del 12 aprile 2010. Proprio la contestazione formulata soltanto nelle note illustrative, e non già nel primo atto difensivo, ovvero nella memoria difensiva di costituzione in primo grado, aveva reso tardivo e quindi inammissibile il rilievo, perciò giustamente non considerato dal tribunale. In ogni caso e per mera completezza, risultava dagli atti che la ricorrente aveva sempre svolto mansioni proprie del secondo livello, cui appartenevano ai sensi dell’art. 11 del contratto collettivo 2001 e C.C.N.L. 2007, art. 10, i lavoratori adibiti ad attività di controllo dei locali, accessi alle aree delimitate, e tra questi il portiere, gli operai comuni addetti alla reception. Ancora una volta la Corte d’Appello rilevava come non fosse stata contestata la sentenza impugnata, laddove aveva affermato che le mansioni svolte erano state sempre le stesse, sia durante il periodo del contratto a progetto che in quello di apprendistato, sicchè correttamente il primo giudicante aveva ricavato la nullità del contratto di apprendistato per inesistenza della causa formativa, risultando la ricorrente già formata e professionalmente esperta nelle mansioni di secondo livello assegnatele.

Andava, invece, accolto l’appello incidentale, emergendo in effetti dagli atti di causa che CODICE CENTRO S.r.l., costituita per scissione dalla S.r.l. CODICE SUD il 19 ottobre 2007, era subentrata al posto di questa nei contratti di appalto stipulati dalla società scissa e nei rapporti di lavoro con i dipendenti, tra cui la L.. Di conseguenza, CODICE CENTRO S.r.l. doveva farsi carico in solido dei debiti di CODICE SUD S.r.l. ai sensi dell’art. 2112 c.p.c., tra cui quelli accertati nella sentenza appellata a favore di parte attrice. Tali crediti erano stati poi determinati dalla stessa appellante incidentale nel minor importo di 3711,27 Euro, anzichè di quanto sul punto stabilito con la sentenza pronunciata dal tribunale.

Avverso la sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione la sola CODICE CENTRO S.r.l. come da atto notificato il 27 novembre 2015, affidato a un solo articolato motivo, cui ha resistito L.E. mediante controricorso del 29/30 dicembre 2015.

Fissata l’adunanza in camera di consiglio (per cui la controricorrente aveva depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 1), il collegio ne ha tuttavia ritenuto la mancanza dei presupposti, sicchè è stata fissata la discussione in pubblica udienza.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

La ricorrente CODICE CENTRO ha denunciato violazione e falsa applicazione di norme di diritto – art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione agli artt. 112 e 115 c.p.c., art. 1230 c.c., violazione della L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, commi 1202 – 1208, della L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, comma 5, e art. 50 ed ancora dell’accordo sindacale del 5 settembre 2006 intervenuto tra essa ricorrente e le organizzazioni sindacali.

Inoltre, la società ha denunciato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 il mancato esame della circostanza relativa all’assunzione della ricorrente in applicazione dell’art. 1, commi 1202.

Con riferimento al primo motivo di appello, esaminato dalla Corte di merito, la società ricorrente sostiene che la circostanza, concernente gli accordi sindacali del 5 settembre 2006 e del 5 marzo 2007, volti alla stabilizzazione del personale impiegato a progetto ed in base ai quali la ricorrente sarebbe stata assunta con il contratto di apprendistato, non era stata presa in alcuna considerazione dalla decisione impugnata con il ricorso, donde il denunciato vizio di cui al cit. art. 360, n. 5.

Quanto alle argomentazioni circa la mancata applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 50, circa le offerte di lavoro subordinato a tempo indeterminato da parte datoriale, però rifiutate dall’attrice, in ogni caso dovevano essere rilevate anche di ufficio quantomeno le conseguenze della sanatoria del contratto di lavoro a progetto ai sensi della L. n. 296 del 2006, art. 1, effettuata con l’assunzione della ricorrente mediante contratto di apprendistato per la durata di 24 mesi, nonchè le conseguenze dell’offerta conciliativa avanzata dalla ricorrente alla prima udienza, eccezioni peraltro sollevate dall’appellante nei suoi motivi d’impugnativa.

Essendo venuto meno il contratto a progetto di riferimento, a seguito della sanatoria di cui alla L. dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 1202, intervenuta con la stipula del contratto di apprendistato ed atteso che comunque con la stipula di detto contratto le parti avevano novato il precedente contratto di lavoro a progetto, ai sensi dell’art. 1230 c.c., di conseguenza non poteva assumere rilievo l’argomentazione secondo cui la nullità del contratto di apprendistato era stata dichiarata per la insussistenza della causa formativa, in quanto la ricorrente era già in possesso della professionalità cui tendeva invece l’apprendistato (nulla di preciso però risulta allegato ex art. 366 c.p.c., comma 1, circa le condizioni di cui alla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 1202 e ss., ed in merito alla ipotizzata novazione mediante contratto di apprendistato, il cui contenuto neppure è stato debitamente riprodotto dal ricorrente).

La società ricorrente, inoltre, assume che in verità “come emerge dall’atto di appello” (che peraltro non sembra esser stato compiutamente riprodotto) lo scopo dell’impugnazione era quello di ottenere l’applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32 comma 5.

il giudizio di appello pur con le limitazioni introdotte non aveva perso la sua natura devolutivi, non era un giudizio di legittimità, ma di merito e non aveva acquisito il carattere dell’autosufficienza del giudizio di cassazione.

Ciò detto, la parte appellante aveva censurato la sentenza di prime cure non per quanto affermato con riguardo al merito del contratto a progetto e del contratto di apprendistato, bensì per la violazione del presupposto giuridico che ne impediva la stessa valutazione e che travolgeva la validità della pronuncia sul punto, vale a dire la sanatoria intervenuta in applicazione della citata L. n. 297 del 2006, art. 1, commi 1202-1208, e comunque la novazione oggettiva del precedente contratto, quale emergeva dagli accordi sindacali del 5 settembre 2006 e del 5 marzo 2007. Di conseguenza, il contratto a progetto non poteva più essere oggetto di esame e quindi di declaratoria di nullità e non poteva essere preso in considerazione quale presupposto per la declaratoria di nullità del successivo contratto di apprendistato; trattavasi di una eccezione avanzata dall’appellante nel suo ricorso a pagina 12 in ordine alle conseguenze della mancata applicazione di una norma di ordine pubblico la L. n. 296 del 2006, art. 1, commi 1202/08, – operante dunque d’ufficio (a pag. 6 e ss. del ricorso per cassazione sono sinteticamente riassunti i termini dell’appello: violazione della L. n. 296 del 2006 in relazione all’accordo sindacale stipulato il 5 settembre 2006 -assunzione di tutto il personale utilizzato con contratto di collaborazione a progetto entro il 21 gennaio 2007-, sicchè la L. era stata assunta il 21.1.2007 con contratto di apprendistato della durata di 24 mesi e con lo stesso precedente orario di lavoro. Tutto ciò poi aveva anche trovato riscontro nel verbale di accordo sindacale in data 5 marzo 2007. Di conseguenza, il primo giudicante aveva omesso di considerare la sanatoria del rapporto co.co.co. 26.6.06/19.1.2007, L. n. 296 del 2006, ex art. 1, comma 1202. Comunque, la stabilizzazione del rapporto attraverso il contratto di apprendistato aveva comportato una novazione oggettiva del rapporto a progetto, da considerarsi quindi inesistente, sicchè non poteva più formare oggetto di pronuncia circa la sua eventuale nullità, mentre l’unica conseguenza che ne derivava era costituita dall’indennizzo di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 50. Con l’ulteriore conseguenza, inoltre, che il medesimo contratto a progetto non poteva nemmeno rilevare in relazione al successivo rapporto di apprendistato, per il quale la gravata pronuncia ne aveva dichiarato invece la nullità dovuta al fattoila professionalità risultava già acquisita in forza del pregresso rapporto di lavoro a progetto, donde l’insussistenza della formazione professionale, con applicazione quindi della disciplina di cui al D.Lgs. n. 276 del 2003, artt. 61 e 69. L’appellante aveva, inoltre, evidenziato che dopo la trasformazione del rapporto in contratto di lavoro subordinato di apprendistato per 24 mesi, in data 22 e 30 dicembre 2010 – perciò in seguito all’entrata in vigore della L. n. 183, aveva offerto alla L. la trasformazione del rapporto in contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, offerta peraltro già avvenuta in sede di tentativo di conciliazione all’udienza del due novembre 2009. D’altro canto, “l’appellante non aveva nulla da contestare circa la qualificazione operata dal giudice di prime cure del rapporto di apprendistato… “donde la qualificazione del rapporto in termini di subordinazione -si veda Cass. Sez. Lav. n. 5644/2009- e la nullità del termine apposto al contratto di apprendistato”. In forza di detta qualificazione, entrata in vigore la L. 4 novembre 2010, l’appellante chiedeva l’applicazione dell’art. 32, comma 5″ della stessa L. n. 183, dopo la richiesta principale di rigetto delle domande di parte attrice. In ogni caso andavano rilevate anche d’ufficio quantomeno le conseguenze della sanatoria del contratto di lavoro a progetto L. n. 296 del 2006, ex comma 1202, art. 1, effettuata con l’assunzione mediante contratto di apprendistato di 24 mesi, nonchè le conseguenze dell’offerta conciliativa avanzata alla prima udienza, eccezioni peraltro sollevate nei motivi d’appello). Ne derivava la erroneità della conclusione sul punto cui era pervenuta la Corte territoriale per violazione del principio del giudicato interno in relazione alla violazione dell’art. 1, commi 1202-1208 cit., e della L. n. 183 del 2010, art. 50, nonchè dell’art. 112 c.p.c., sotto il duplice profilo della erronea considerazione dell’essere in presenza di una eccezione non rilevabile di ufficio e dell’essere stata l’eccezione sollevata dalla parte come sopra evidenziato, donde l’ulteriore conseguenza dell’erroneità della sentenza impugnata laddove aveva confermato la nullità del contratto a progetto, la sua rilevanza quale contratto di lavoro subordinato e soprattutto la condanna della società ricorrente al pagamento delle differenze retributive per tutta la sua durata in ordine ad una pretesa attribuibilità delle mansioni svolte alla qualifica di operaia qualificata al secondo livello.

Come da declaratoria professionale dei contratti collettivi nazionali di lavoro delle imprese di pulizia. Ugualmente erano da ritenere erronee la confermata nullità del contratto di apprendistato, la ritenuta illegittimità della sua risoluzione e la condanna al pagamento delle retribuzioni fino alla reintegra.

Parimenti errata doveva considerarsi la condanna al pagamento delle differenze retributive corrispondenti alla qualifica di secondo livello per violazione del principio dell’assorbimento, però non applicato nonostante il datore di lavoro avesse provato, depositando i prospetti dei pagamenti mensili relativi al rapporto di collaborazione continuata a progetto in primo grado (sub. doc. 9) che la lavoratrice aveva percepito compensi superiori al minimo tabellare rivendicato con l’invocata applicazione del contratto collettivo, principio dell’assorbimento peraltro pacificamente applicabile di ufficio dal giudice e più volte enunciato dalla giurisprudenza di legittimità, da ultimo con sentenza del 7 febbraio 2013 n. 2937. “Ammontare dei compensi non contestato da controparte”.

Analogamente errata risultava l’argomentazione con la quale la Corte territoriale aveva escluso l’applicabilità nella specie della L. n. 183 del 2010, art. 50, con riferimento al termine del 30 settembre 2008, trattandosi di conclusione immotivata e incomprensibile, oltre che lesiva dell’art. 115 c.p.c., poichè la stessa Corte territoriale aveva rilevato nella sua decisione, a pagina 4, che con il primo motivo l’appellante aveva lamentato la violazione della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 1202, con riferimento agli accordi sindacali del 5 settembre e del 5 marzo, da cui emergeva che vi era stata addirittura l’assunzione e non solo l’offerta di un lavoro subordinato; circostanza contraddittoriamente non posta in dubbio dalla stessa Corte e confermata dai due accordi sindacali depositati da essa ricorrente in primo grado e nuovamente in appello con la note autorizzate, dopo il mancato rinvenimento del fascicolo di primo grado. Da tali accordi emergeva che la dipendente era stata assunta con decorrenza 22 gennaio 2007 mediante rapporto di lavoro di apprendistato.

Inoltre, non vi era stato in alcun contratto a progetto da convertire per la ragione che questo era stato già convertito in un contratto di apprendistato, come peraltro illogicamente e contraddittoriamente rilevato dalla stessa Corte. Ragionamento incomprensibile e lesivo della ratio di cui alla citata L. n. 183, art. 1, comma 1202 seguenti e quindi del successivo art. 50, la cui applicabilità era subordinata alla eliminazione del contratto a progetto attraverso la sua sostituzione con un contratto di lavoro subordinato, apprendistato. Si perveniva all’assurdo che l’aver applicato la prima normativa, con la stabilizzazione del rapporto, avrebbe escluso secondo la Corte territoriale l’applicabilità della seconda di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 50. Peraltro, l’art. 50 faceva riferimento anche ad offerte successive all’entrata in vigore della stessa legge nonchè anche alla sola offerta di assunzione a tempo indeterminato per mansioni equivalenti, come nel caso di specie avvenuto con l’offerta di assunzione risalente al dicembre 2010, la quale faceva seguito all’assunzione mediante contratto di lavoro subordinato ante 30 settembre 2008, posta in essere in data 21 gennaio 2007 in esecuzione degli accordi sindacali del 5 settembre 2006 e del 5 marzo 2007, applicativi del citato art. 1, comma 1202.

Tale circostanza, ossia la formulazione di un’ulteriore offerta di lavoro, nei sensi di cui al cit. art. 50, non era stata considerata dalla Corte territoriale, laddove CODICE CENTRO S.r.l., attuale ricorrente, come già evidenziato nel suo ricorso d’appello a pagina 15 e come emergeva dalla documentazione ivi allegata sub 1 e 3, in data 22 e 30 dicembre aveva offerto alla lavoratrice l’assunzione a tempo indeterminato nelle stesse mansioni e con l’orario del precedente contratto di apprendistato in essere, stipulato prima del 30 settembre 2008; “ciò dopo la decisione di primo grado quando ancora la sentenza non era passata in giudicato, limite posto dal detto art. 50. La cui applicabilità comportava la sola indennità, con esclusione delle differenze retributive. La circostanza poi che la Corte rilevi, a pag. 4 della decisione, che le offerte di assunzione del 22 e 30.12.2010 intervengano “peraltro in date successive alla decisione del tribunale” sembra evidenziare che la sua attenzione sia erroneamente diretta altrove rispetto all’applicabilità o meno del detto art. 50″ (così alle pagg. 18 e 19 del ricorso per cassazione, laddove peraltro non sono state riprodotte le menzionate offerte di cui ai soltanto citati doc.ti 1 e 3).

Erroneamente la Corte territoriale aveva considerato irrilevante l’offerta del 2-11-2009, rifiutata dalla lavoratrice, perchè anteriore alla L. n. 183 del 2010. “Con la conseguente erroneità della decisione impugnata laddove, nel confermare la decisione appellata conferma la nullità della risoluzione del contratto di apprendistato stipulato in data 29.1.2009 ed obbligo della riammissione in servizio della ricorrente signora L. da parte della CODICE CENTRO S.r.l. e conseguentemente, per quel che interessa, la condanna della società a corrispondere alla detta ricorrente a titolo di risarcimento del danno per differenze retributive retribuzioni globali di fatto maturate dal 29 gennaio 2009 alla riammissione in servizio. Riammissione in servizio non intervenuta per rifiuto della stessa, non tenuto in alcun conto dalla Corte territoriale, che ha costretto la ricorrente a corrispondere al detto titolo somme rilevanti e senza escludere ulteriori richieste in tal senso. E’ errata la decisione sul punto perchè omette di considerare l’offerta di assunzione nelle medesime mansioni, qualifica e orario formulata dalla CODICE CENTRO S.r.l. alla ricorrente signora L. e da questa rifiutata, non solo nel dicembre 2010, ma ancor prima, in data 2 novembre 2009 alla prima udienza del giudizio di primo grado, come emerge da relativo verbale che si allega.

Come ripetutamente affermato da codesta ecc.ma Corte, da ultimo con decisione n. 699 del 14.1.2013, il rifiuto dell’assunzione nel rapporto di cui si contesta la illegittima cessazione, offerta dal datore di lavoro, interrompe il nesso di causalità tra illegittima cessazione ed il danno subito dalla lavoratrice perchè non più riconducibile ed imputabile al datore di lavoro offerente come richiesto dall’art. 1218 c.c.; norma nel presente caso palesemente violata dalla decisione impugnata” (pag. 20 del ricorso).

Inoltre, erroneamente era stato ritenuto inapplicabile nella specie la L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, in relazione al contratto di apprendistato, il cui termine era stato ritenuto nullo dalla sentenza di primo grado, per cui tuttavia la Corte distrettuale aveva rilevato il difetto di alcuna censura in proposito, però nello stesso tempo motivando l’impossibilità di applicare lo stesso art. 32, comma 5, non essendo il contratto di apprendistato a tempo determinato, ma di lavoro subordinato a tempo indeterminato con termine di durata dell’attività di tirocinio formativo. Pur essendo opinabile, infatti, la durata a tempo determinato o indeterminato del contratto di apprendistato, ciò che rilevava nella fattispecie era il passaggio in giudicato, rilevato dalla medesima Corte capitolina, della Pronuncia di primo grado circa la natura del contratto di apprendistato quale contratto a termine, del quale era stata dichiarata nullità. Peraltro, la società ricorrente aveva ritenuto di non appellare sul punto la sentenza di primo grado proprio perchè dalla statuizione del contratto (di apprendistato), come rapporto di lavoro a termine derivava l’applicazione del suddetto art. 32, comma 5, appena entrato in vigore. Per contro, la sentenza impugnata aveva comportato che mentre per la ricorrente il punto della sentenza e la qualificazione del rapporto come a tempo determinato risultava intangibile, con le relative conseguenze in ordine all’art. 32 comma 5, invece “per la Corte territoriale così non era, con il mutamento sostanziale delle conseguenze; risarcimento del danno fino alla riassunzione.

In conclusione, a tutto concedere, anche ai fini di economicità processuale, la ricorrente non avrebbe ragione di insistere sulle altre censure qui avanzate, ove accolte le censure relative alla esclusiva applicabilità di un indennizzo ai sensi della L. n. 183 del 2010, art. 50, con esclusione quindi di rivalutazione ed interessi di legge, quanto al rapporto di lavoro a progetto dal 26/6/2006 al 19/1/2007, nulla essendo dovuto a titolo di differenza retributiva. Ed ugualmente quanto al rapporto di apprendistato dal 22/1/2007 ove fosse escluso ogni risarcimento del danno successivamente al 2/11/2009 di offerta conciliativa di assunzione; con esclusione di ogni diritto a differenze retributive” (pagg. 21 e 22 del ricorso per cassazione).

Nell’indice della prodotta documentazione (pagg. 22 e 23 del ricorso) risultano in particolare indicati copia del verbale di udienza 2/11/2009 per il giudizio di primo grado, copia del ricorso in appello e documenti allegati, copia note autorizzate nel giudizio di appello e documenti allegati, copia del documento 9 allegato alla memoria di costituzione del giudizio di primo grado, fascicoli dei pregressi gradi di giudizio e copia del C.C.N.L. 19 dicembre 2007.

Tuttavia, detta produzione, ancorchè idonea ai sensi e per gli effetti dell’art. 369 c.p.c., non soddisfa anche i requisiti di autosufficienza e di specificità, richiesti a pena d’inammissibilità dall’art. 366 dello stesso codice di rito, mancando in special modo la compiuta riproduzione dei menzionati accordi e contratti, delle dedotte offerte nonchè delle Censure mosse ai sensi dell’art. 434 c.p.c., con l’atto d’appello, segnatamente ex art. 366m comma 1, n. 6, in relazione alle argomentazioni svolte dalla sentenza di primo grado, in effetti confermata dai giudici d’appello, pure mediante motivazione per relationem, sicchè la ricorrente avrebbe dovuto anche sufficientemente riportare la decisione a suo tempo dalla stessa gravata, ciò che nemmeno risulta avvenuto se non per sommari e frammentari riferimenti (cfr. Cass. sez. un. civ., sentenza n. 7074 del 25/10/2016 – 20/03/2017, secondo cui in particolare, in tema di ricorso per cassazione, ove la sentenza di appello sia motivata “per relationem” alla pronuncia di primo grado, al fine ritenere assolto l’onere ex art. 366 c.p.c., n. 6, occorre che la censura identifichi il tenore della motivazione del primo giudice specificamente condivisa dal giudice di appello, nonchè le critiche ad essa mosse con l’atto di gravame, che è necessario individuare per evidenziare che, con la resa motivazione, il giudice di secondo grado ha, in realtà, eluso i suoi doveri motivazionali. V. anche Cass. Sez. 6 – 3, n. 1926 del 3/2/2015: per soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3), il ricorso per cassazione deve contenere l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione giuridica diversa da quella asseritamene erronea, compiuta dal giudice di merito. Il principio di autosufficienza del ricorso impone che esso contenga tutti gli elementi necessari a porre il giudice di legittimità in grado di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto, di cogliere il significato e la portata delle censure rivolte alle specifiche argomentazioni della sentenza impugnata, senza la necessità di accedere ad altre fonti ed atti del processo, ivi compresa la sentenza stessa. Conformi Cass. I civ. n. 19018 del 31/07/2017 e II civ. n. 7825 del 4/4/2006. V. pure Cass. civ. sez. 6 – 3, n. 13312 del 28/05/2018: per soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3), il ricorso per cassazione deve contenere la chiara esposizione dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le posizioni processuali delle parti con l’indicazione degli atti con cui sono stati formulati “causa petendi” e “petitum”, nonchè degli argomenti dei giudici dei singoli gradi, non potendo tutto questo ricavarsi da una faticosa o complessa opera di distillazione del successivo coacervo espositivo dei singoli motivi, perchè tanto equivarrebbe a devolvere alla S.C. un’attività di estrapolazione della materia del contendere, che è riservata invece al ricorrente. Il requisito non è adempiuto, pertanto, laddove i motivi di censura si articolino in un’inestricabile commistione di elementi di fatto, riscontri di risultanze istruttorie, riproduzione di atti e documenti incorporati nel ricorso, argomentazioni delle parti e frammenti di motivazione della sentenza di primo grado).

Va ancora, preliminarmente, rilevato che irritualmente sono stati denunciati taluni errores in procedendo (quali asserite violazioni dell’art. 112 c.p.c., errori circa non meglio dedotti giudicati e pretese violazioni degli effetti devolutivi del gravame a suo tempo interposto), attesa la carenza delle allegazioni in proposito enunciate ed avuto riguardo al difetto di univoche censure sul punto in termini di nullità (v. Cass. sez. un. civ. n. 8077 del 22/05/2012: quando col ricorso per cassazione venga denunciato un vizio che comporti la nullità del procedimento o della sentenza impugnata, sostanziandosi nel compimento di un’attività deviante rispetto ad un modello legale rigorosamente prescritto dal legislatore, ed in particolare un vizio afferente alla nullità dell’atto introduttivo del giudizio per indeterminatezza dell’oggetto della domanda o delle ragioni poste a suo fondamento, il giudice di legittimità non deve limitare la propria cognizione all’esame della sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione, ma è investito del potere di esaminare direttamente gli atti ed i documenti sui quali il ricorso si fonda, purchè la censura sia stata proposta dal ricorrente in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito, quindi, in particolare, in conformità alle prescrizioni dettate dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, V. in senso analogo Cass. lav. n. 8008 del 04/04/2014). Nel caso di specie, inoltre, come già detto, gli ipotizzati errores in procedendo non risultano denunciati univocamente in termini di nullità, con conseguente inammissibilità delle relative censure (cfr. in tal senso Cass. sez. un. 17931 del 24/07/2013. Conforme tra le altre Cass. H civ. n. 10862 del 7./5/2018. In senso analogo, v. pure Cass. H civ. n. 24247 del 29/11/2016, secondo cui, in particolare, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi, ove il ricorrente lamenti errore processuale, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, con riguardo alla norma processuale violata, purchè il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa violazione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorchè si riferisca esclusivamente alla insufficienza e contraddittorietà della motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5). Ed in proposito va pure evidenziato come non risulti nemmeno debitamente denunciato, ex art. 360 c.p.c., n. 5, alcun vizio di motivazione per violazione del c.d. minimo costituzionale in relazione all’art. 111 Cost., art. 132 c.p.c., n. 4 e 118 disp. att. c.p.c. (v. sul punto in part. Cass. Sez. 6 – 3, n. 22598 del 25/09/2018, secondo cui in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, non è più deducibile quale vizio di legittimità il semplice difetto di sufficienza della motivazione, ma i provvedimenti giudiziari non si sottraggono all’obbligo di motivazione previsto in via generale dall’art. 111 Cost., comma 6 e, nel processo civile, dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4. Tale obbligo è violato qualora la motivazione sia totalmente mancante o meramente apparente, ovvero essa risulti del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione -per essere afflitta da un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili oppure perchè perplessa ed obiettivamente incomprensibile- e, in tal caso, si concreta una nullità processuale deducibile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. V. altresì Cass. sez. un. civ. nn. 8053 e 8054 del 2014). Va, inoltre, ricordato che l’appello non comporta effetti pienamente devolutivi, contrariamente a quanto assume parte ricorrente, ma limitati alle specifiche e pertinenti doglianze fatte valere dalla parte interessata con detto mezzo d’impugnazione (v. sul punto, tra le altre, Cass. lav. n. 18542 del 21/09/2015, secondo cui infatti l’ambito del giudizio di appello, data la sua natura di “revisio prioris instantiae”, è – rigorosamente circoscritto alle questioni specificamente dedotte con i motivi di impugnazione, principale o incidentale, ovvero con la riproposizione delle domande o eccezioni non accolte o rimaste assorbite).

Per altro verso, non risulta pretermesso l’esame di alcun fatto decisivo rilevante nella specie ex art. 360 c.p.c., n. 5, laddove invero a pag. 4 la sentenza d’appello dava espressamente atto delle doglianze di parte appellante riguardo alla normativa di cui alla L. n. 296 del 2006, con riferimento agli accordi sindacali del 5 settembre 2006 e del 5 marzo 2007, volti alla stabilizzazione del personale impiegato a progetto ed in ossequio ai quali l’attrice era stata assunta con il contratto di apprendistato, unitamente inoltre alle offerte di lavoro in data 2 novembre 2009, 22 e 30 dicembre 2010 (sicchè anche la sanatoria, sulla quale parte ricorrente fonda essenzialmente le proprie doglianze, integra una quaestio juris -non già fatti – perciò non sussumibile nell’attuale vigente formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella specie ratione temporis applicabile – cfr. al riguardo, tra le altre, in motivazione la sentenza di Cass. sez. un. civ. in data 11/03 – 7/04/2014). Ad ogni modo, assumono valore assorbente le considerazioni svolte alle pagine 6 e 7 della pronuncia de qua, laddove la Corte capitolina rilevava la formazione del giudicato interno in ordine alla mancata impugnazione della sentenza di primo grado, laddove con riferimento al primo contratto -risalente al 26 giugno 2006 con scadenza prevista al 31 luglio dello stesso anno, ma prorogato di fatto sino al 22 gennaio 2007- era stata ritenuta la nullità del relativo progetto alla stregua delle espressioni ivi impiegate, assolutamente generiche, siccome riferite alle modalità della prestazione piuttosto che ad un risultato oggettivo, donde la sussistenza di un ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla sua costituzione ai sensi del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 69.

Nè si ravvisano i presupposti della sanatoria ipotizzata da parte ricorrente. In primo luogo, non risultano in alcun modo intervenuti atti di conciliazione individuale, conformi alla disciplina di cui agli artt. 410 e 411 c.p.c., invece espressamente contemplati dalla L. 27 dicembre 2006, n. 296, comma 1203, cui pure rimanda la L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 50. Per altro verso, come già ritenuto da questa Corte (sezione lavoro) con sentenza n. 24778 in data 4 luglio – tre ottobre 2019, l’indennità prevista dalla L. n. 183 del 2010, art. 50, per il caso di accertamento giudiziale della natura subordinata di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, regolando la misura del risarcimento in relazione al periodo intercorrente tra la cessazione della collaborazione e la sentenza che ne accerta la natura subordinata, non rappresenta l’unica misura sanzionatoria, sostitutiva di tutte le conseguenze normalmente ricollegabili a un tale accertamento, bensì un indennizzo che tiene luogo del solo risarcimento dei danni derivanti dalla ingiustificata estromissione, fermo restando il diritto del lavoratore al ripristino ovvero alla “conversione” del rapporto di lavoro, in esecuzione della sentenza, restando, altresì, fermo il diritto alle eventuali differenze di retribuzione maturate in relazione ai periodi lavorati, per cui non si pongono profili di incostituzionalità per violazione dell’art. 36 Cost..

Deve, quindi, anche escludersi l’ipotizzata novazione, non soltanto in forza delle rilevate carenze di allegazione ex art. 366 c.p.c., poichè, come pure osservato da questa Corte con sentenza n. 3219 del 9/2/2018, in materia di regolarizzazione contributiva di rapporti di lavoro, le agevolazioni previste dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, commi da 1202 a 1210, presuppongono la conversione in rapporti di lavoro subordinato di rapporti lavorativi in essere, in quanto la “ratio legis” è quella di favorire la stabilizzazione di rapporti precari pendenti e non la costituzione “ex novo” di rapporti lavorativi.

Quanto, poi, al successivo rapporto, proseguito senza interruzioni (dal 22 gennaio 2007 al 20 gennaio 2009), sub contratto di apprendistato, esclusa per le anzidette ragioni, formali e sostanziali, la pretesa sanatoria, correttamente i giudici di merito ne rilevavano la nullità per insussistenza della causa formativa, in quanto l’attrice risultava già in possesso della professionalità, acquisita dallo svolgimento di medesime mansioni in precedenza già espletate in base al precedente contratto a progetto. Dunque, a ben vedere, la rilevata nullità non riguardava direttamente il termine finale apposto al contratto di apprendistato, ma la stessa causa di quest’ultimo, perchè mancante nello specifico, come si evince anche dal riferimento giurisprudenziale contenuto sul punto a pag. 5 della sentenza qui impugnata, in relazione alla pronuncia di questa Corte, n. 5644 (del 9/03)/2009, testualmente così peraltro massimata sub Rv. 607717 – 01: “In tema di contratti di formazione e lavoro, qualora il lavoratore, già al momento della sua assunzione con contratto di formazione, possegga la professionalità che, secondo gli accordi intervenuti, dovrebbe costituire lo scopo del programma formativo, avendo espletato in precedenza analoga attività presso un differente datore di lavoro (nella specie, si trattava della qualifica di “sarta” già conseguita in precedente rapporto di apprendistato), il contratto è affetto da un vizio parziale genetico di causa con conseguente sua trasformazione in contratto di lavoro a tempo indeterminato. Un siffatto accertamento è devoluto al giudice di merito ed è incensurabile in sede di legittimità, ove adeguatamente motivato” (in motivazione: “… In proposito questa Corte ha affermato che la circostanza che il lavoratore, prima della stipulazione del contratto di formazione e lavoro, possegga già la professionalità che, secondo gli accordi intervenuti dovrebbe costituire lo scopo del programma formativo rende il contratto privo della causa formativa, e ne consente la trasformazione in un contratto di lavoro a tempo determinato (Cass. 1 luglio 1998 n. 6432, Cass. 20 aprile 1998 n. 4015. Cfr. anche Cass. 7 gennaio 2003 n. 29 che ha ritenuto che in tali casi “il contratto è affetto da vizio parziale genetico di causa””).

Dunque, neppure è fondata la doglianza della ricorrente, secondo cui vi sarebbe un palese contrasto circa l’asserito giudicato sulla nullità del termine relativo al contratto di apprendistato e la negata applicazione dell’indennizzo di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, trattandosi di rapporto naturalmente a tempo indeterminato.

In tal sensi; invero, una volta esclusa la pretesa nullità, parziale, di detto contratto, limitatamente al termine finale, del tutto corretta in punto di diritto appare la decisione di non applicare il regime forfettario del suddetto indennizzo ex art. 32 cit.. Deve infatti condividersi quanto specificamente già affermato in termini da questa Corte (sez. lav.) con sentenza n. 20103 del 28/03 – 14/08/2017, secondo cui in tema di contratto di apprendistato, il D.Lgs. n. 196 del 1997, art. 16, “ratione temporis” applicabile, ferma la previsione di un termine minimo e massimo, rinvia alla contrattazione collettiva per la fissazione della durata, sicchè, per escludere la continuazione del rapporto lavorativo come ordinario rapporto di lavoro subordinato, è necessario che il datore di lavoro eserciti tempestivamente la facoltà di recesso accordatagli dalla legge; ne consegue che ove, poi, il rapporto sia qualificato sin dall’origine come a tempo indeterminato, la disciplina di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, commi 5 e 7, è inapplicabile (precisandosi in motivazione che dalla operata ricostruzione normativa derivava che “anche nel vigore della disciplina previgente al D.Lgs. n. 167 del 2011 (che esplicitamente afferma all’art. 1 comma 1 che l’apprendistato è un contratto di lavoro a tempo indeterminato), non sussistono i presupposti per l’applicazione della disciplina dettata dalla L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32 commi 5 e 7”.

Per il resto va ribadita l’inammissibilità dell’impugnazione in parola per difetto di autosufficienza pure in ordine alla questione del quantum riconosciuto alla L. a titolo di differenze retributive, non risultando allegati specifici e chiari elementi di cognizione, da cui poter desumere in questa sede di legittimità la pretesa violazione del principio dell’assorbimento, invero non meglio dedotto ed in pratica soltanto apoditticamente affermato.

Pertanto, il ricorso va disatteso, con conseguente condanna della società rimasta soccombente al pagamento delle relative spese.

Visto, infine, l’esito negativo dell’impugnazione de qua, sussistono i presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

la Corte RIGETTA il ricorso. Condanna la società ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in complessivi Euro =4.500,00= per compensi professionali ed in Euro =200,00= per esborsi, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge, con attribuzione all’avv. Filippo Maria Giorgi, procuratore anticipatario costituito per la controricorrente. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dell’art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 13 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 maggio 2020

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