Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9290 del 19/04/2010

Cassazione civile sez. I, 19/04/2010, (ud. 21/01/2010, dep. 19/04/2010), n.9290

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 12547/2008 proposto da:

POLISH HOUSE S.R.L., in persona del procuratore speciale pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COSSERIA 2, presso il Dott.

PLACIDI ALFREDO, rappresentata e difesa dall’avvocato RODIO Raffaele

Guido, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di BARI, depositato il

18/02/2008; n. 4736/07 R.G.;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

21/01/2010 dal Consigliere Dott. SALVATORE SALVAGO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CICCOLO Pasquale Paolo Maria, che ha concluso per il rigetto del

primo motivo e per l’accoglimento del secondo motivo.

 

Fatto

FATTO E MOTIVI

Ritenuto che la Corte di appello di Bari, con decreto del 18 febbraio 2008 ha respinto la domanda della s.r.l. Polish House di indennizzo della L. n. 89 del 2001, ex art. 2, per la durata irragionevole del processo intrapreso davanti al TAR Puglia con citazione del 6 ottobre 1997 per l’esclusione da una gara per l’affidamento di un appalto di servizi presso la struttura ospedaliera del Policlinico di (OMISSIS): in quanto pur essendo il giudizio concluso in primo grado soltanto con sentenza del 21 novembre 2006, la ricorrente non aveva provato il danno patrimoniale posto che erano imputabili alla propria scelta di impugnare un atto di esclusione dalla gara risultato legittimo. E perchè quanto al danno non patrimoniale lo stesso riguardando la sfera delle sofferenze e degli affetti non poteva essere attribuito ad una persona giuridica;

Che la s.r.l. Polish per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso affidato a due motivi; e che il Ministero dell’Economia e delle Finanze non ha spiegato difese; Che il ricorrente,deducendo violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e dell’art. 6 della Convenzione CEDU, nonchè dell’art. 112 cod. proc. civ., ha censurato la decisione per non aver considerato che il danno patrimoniale era stato dimostrato e che comunque era valutabile in via equitativa ex art. 1226 cod. civ,; e che il danno non patrimoniale secondo la giurisprudenza della Corte CEDU e di questa Corte, deriva automaticamente dall’irragionevole ritardo della risposta sulla domanda di giustizia o è comunque desumibile da elementi presuntivi,senza che rilevi l’esito del giudizio,nonchè la fondatezza della pretesa di cui si è discusso nel giudizio presupposto.

Che il ricorso è inammissibile con riguardo alla richiesta di danno patrimoniale respinta dalla Corte di appello per la mancanza di nesso di causalità tra l’irragionevole durata del processo presupposto e gli esborsi dalla stessa effettuati (che avrebbero costituito il pregiudizio allegato); posto che la censura è formulata sull’erroneo presupposto che il rigetto fosse dovuto a mancanza di prova o di allegazione del quantum di detto pregiudizio: perciò disvelandosi del tutto inconferente e non puntuale rispetto all’effettiva “ratio decidendi” che è rimasta incensurata;

Ritenuto, per converso,con riguardo al danno non patrimoniale che l’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in relazione alla cui inosservanza la 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, accorda equa riparazione (ove si sia prodotto un danno patrimoniale o non patrimoniale), stabilisce il diritto di ogni persona di ottenere entro un termine ragionevole una pronuncia sui diritti o doveri oggetto di dibattito civile. Ragion per cui, questa Corte, in caso di violazione del termine di durata ragionevole del processo, è fermissima nel ritenere che anche per le società e più in generale per le persone giuridiche il danno non patrimoniale, inteso come danno morale soggettivo correlato a turbamenti di carattere psicologico, è – tenuto conto dell’orientamento in proposito maturato nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo – conseguenza normale, ancorchè non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, a causa dei disagi e dei turbamenti di carattere psicologico che la lesione di tale diritto solitamente provoca alle persone preposte alla gestione dell’ente o ai suoi membri: e ciò non diversamente da quanto avviene per il danno morale da lunghezza eccessiva del processo subito dagli individui persone fisiche. Sicchè, pur dovendo escludersi la configurabilità di un danno “in re ipsa” – ossia di un danno automaticamente e necessariamente insito nell’accertamento della violazione -, una volta accertata e determinata l’entità della violazione relativa alla durata ragionevole del processo, il giudice deve ritenere tale danno esistente, sempre che non risulti la sussistenza, nel caso concreto, di circostanze particolari che facciano positivamente escludere che tale danno sia stato subito dal richiedente (Cass. 337/2008; 13829/2006; 7145/2006; 21094/2005).

Poichè nel caso nessuna di dette circostanze è stata prospettata neppure dal Ministero, il Collegio deve cassare il decreto impugnato in relazione alla censura accolta; e siccome la stessa Corte di appello ha determinato in tre anni il termine di durata ragionevole del processo ed in sei quello ulteriore necessario per la sua definizione,la Corte deve decidere nel merito ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., liquidando alla s.r.l. Polish House un indennizzo che tuttavia data la modestia della posta in gioco, viene determinato in misura inferiore allo standard minimo indicato dalla Corte Edu di Euro 1000,00 per anno in base al parametro minimo di Euro 750,00, per ciascuno dei primi 3 anni di ritardo; nonchè di Euro 1.000 per anno per quello successivo: e perciò nella misura complessiva di Euro 5250,00, con gli interessi legali dalla data della domanda giudiziale.

Le spese del giudizio di merito, in aderenza al criterio legale della soccombenza vanno gravate sul Ministero e si liquidano come da dispositivo; mentre poichè il ricorso è stato accolto soltanto in minima parte il Collegio ritiene di compensare tra le parti la metà delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., condanna il Ministero dell’Economia e delle Finanze a corrispondere alla s.r.l. Polish House la somma di Euro 5250,00 con gli interessi dalla data della domanda; lo condanna inoltre al pagamento in favore della società ricorrente delle spese del giudizio di merito liquidate in complessivi Euro 1200,00, di cui Euro 600,00 per diritti ed Euro 550,00 per onorario, e delle spese del giudizio di cassazione in ragione di metà, liquidate nell’intero in Euro 700,00, di cui Euro 600,00 per onorar, unitamente al rimborso forfetario delle spese generali ed agli accessori di legge.

Manda alla cancelleria per le comunicazioni di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5.

Così deciso in Roma, il 21 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 19 aprile 2010

 

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