Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 929 del 20/01/2021

Cassazione civile sez. I, 20/01/2021, (ud. 09/12/2020, dep. 20/01/2021), n.929

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 13194/2019 R.G. proposto da:

A.J., rappresentato e difeso giusta delega in atti dall’avv.

Roberto Maiorana, (PEC roberto.maiorana.avvocato.pe.it) e con

domicilio eletto presso il ridetto difensore in Roma viale Angelico

n. 38;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato con

domicilio in Roma, via Dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato (PEC ags.rm.mailcert.avvocaturastato.it);

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Perugia n. 115/2019

depositata il 20/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nell’adunanza camerale del

09/12/2019 dal Consigliere Dott. Roberto Succio.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– con il provvedimento di cui sopra la Corte Territoriale ha respinto l’appello del ricorrente;

– avverso tal sentenza si propone ricorso per cassazione con atto affidato a sei motivi; il Ministero dell’Interno resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– il primo motivo denuncia la nullità della sentenza di appello per omessa motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per avere la Corte d’appello motivato la propria decisione in modo solo apparente;

– il secondo motivo censura la pronuncia impugnata per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto della discussione tra le parti e l’omessa consultazione di fonti informative relative alla condizione di pericolosità e violenza generalizzata in Nigeria, ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5;

– il terzo motivo censura la gravata sentenza per omesso/errato esame delle dichiarazioni rese dal ricorrente alla Commissione Territoriale e delle allegazioni portate in giudizio per la valutazione delle condizioni personali del ricorrente; l’omessa cooperazione istruttoria e il mancato approfondimento della situazione paese in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5;

– il quarto motivo si incentra sulla mancata concessione della protezione c.d. “sussidiaria” cui il ricorrente avrebbe diritto ex lege alla luce delle attuali condizioni socio-politiche del paese di origine, sulla violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, sull’omesso esame delle fonti informative e sull’omessa applicazione dell’art. 10 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5;

– il quinto motivo denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4,5,6 e 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, sotto il profilo del difetto di motivazione e del travisamento dei fatti ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5;

– il sesto motivo censura la pronuncia impugnata per avere omesso di valutare la concessione della protezione ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, nonchè del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, l’omessa applicazione dell’art. 10 Cost. e l’omesso esame della protezione c.d. “sussidiaria”, tutti in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5;

– tutti i motivi sono inammissibili;

– gli stessi infatti risultano, dalla loro concreta articolazione nel contenuto di ciascuno, privi di collegamento con la ratio decidendi della sentenza impugnata;

– infatti, come si evince dalla lettura della stessa, la pronuncia della Corte d’appello si fonda sull’avvenuto accertamento in fatto che il richiedente “aveva cercato di lavorare, che le sue condizioni economiche erano molto precarie, che si era, quindi, recato in Libia, che da qui si era imbarcato per raggiungere l’Italia” (pag. 3 della sentenza impugnata, primo capoverso); inoltre, “dalle dichiarazioni rese da A.J. emerge che lo stesso ha lasciato il suo paese di origine solo ed esclusivamente per motivi economici nella speranza di trovare una migliore condizione di vita” (pag. 4 della sentenza impugnata, secondo capoverso);

– poichè in motivazione quindi si pone l’accento sul movente economico della emigrazione, tale ultima osservazione è sufficiente ad escludere in radice la possibilità di concedere la protezione c.d. “umanitaria” così come della protezione internazionale – in quanto i c.d. migranti economici possono avere ingresso nel nostro Paese attraverso l’applicazione della diversa disciplina basata sulla periodica regolamentazione dei flussi migratori (vedi, per tutte: Cass. 17 maggio 2019, n. 13444); infatti, la protezione umanitaria, nel regime applicabile nella specie “ratione temporis”, tutela situazioni di vulnerabilità – anche con riferimento a motivi di salute – da riferire ai presupposti di legge ed in conformità ad idonee allegazioni da parte del richiedente, mentre non è ipotizzabile porre a fondamento di tale forma di protezione l’impedire, in caso di ritorno in patria, il sorgere di situazioni di “estrema difficoltà economica e sociale”, in assenza di qualsivoglia effettiva condizione di vulnerabilità che prescinda dal risvolto prettamente economico (Cass. 7 febbraio 2019, n. 3681);

– pertanto, il ricorso è inammissibile;

– la soccombenza regola le spese;

– si dà atto della sussistenza, nei confronti del ricorrente principale, dei presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, ove il versamento ivi previsto risulti dovuto.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso; liquida le spese in Euro 2.100 oltre a spese prenotate a debito che pone a carico di parte soccombente.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 9 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2021

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