Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9270 del 11/04/2017


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Cassazione civile, sez. III, 11/04/2017, (ud. 03/02/2017, dep.11/04/2017),  n. 9270

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – rel. Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13043/2015 proposto da:

D.D.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANASTASIO II

n. 80, presso lo studio dell’avvocato ADRIANO BARBATO, rappresentata

e difesa dall’avvocato FRANCESCO MARCELLO, giusta procura a margine

del ricorso;

– ricorrente –

contro

REALE MUTUA DI ASSICURAZIONI SPA, I.V.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1403/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 30/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/02/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA SCRIMA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso o

in subordine rigetto.

Fatto

FATTI DI CAUSA

D.D.L. ha proposto ricorso per cassazione, basato su tre motivi e illustrato da memorie, avverso la sentenza della Corte di appello di Milano depositata il 30 marzo 2015 di rigetto del gravame dalla medesima proposto avverso la sentenza del Tribunale di Milano n. 1716/2011 che, dichiarata la responsabilità esclusiva della D.D. nella determinazione del sinistro stradale avvenuto in data (OMISSIS), aveva rigettato la domanda di risarcimento dei danni dalla stessa proposta nei confronti di I.V. e della Società Reale Mutua di Assicurazioni S.p.a..

Gli intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede. Il P.M. ha depositato le sue conclusioni scritte.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il Collegio ha disposto la redazione dell’ordinanza con motivazione semplificata.

2. Il ricorso non risulta notificato, come peraltro espressamente rappresentato dalla D.D. (v. ricorso p. 34), a I.V., dalla medesima indicato come proprietario e conducente dell’autocarro coinvolto nel sinistro di cui si discute in causa.

Non va tuttavia fissato un termine per l’integrazione del contraddittorio nei confronti dell’ I.. Si osserva al riguardo che il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo impone al giudice (ai sensi degli artt. 175 e 127 c.p.c.) di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano certamente quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perchè non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, da effettive garanzie di difesa e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità, dei soggetti nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato ad esplicare i suoi effetti.

Ne consegue che, in caso di ricorso per cassazione prima facie infondato o inammissibile – come nella specie, v. p. 7 -, appare superflua, pur potendone sussistere i presupposti (risultando, nel caso all’esame, I.V. litisconsorte necessario), la fissazione del termine per l’integrazione del contraddittorio, atteso che la concessione di esso si tradurrebbe, oltre che in un aggravio di spese, in un allungamento dei termini per la definizione del giudizio di cassazione senza comportare alcun beneficio per la garanzia dell’effettività dei diritti processuali delle parti (Cass. 8 febbraio 2010, n. 2723; Cass., sez. un., 22 marzo 2010, n. 6826 e Cass., ord., 13 ottobre 2011, n. 21141).

3. Il primo motivo è così rubricato: “Error in iudicando: Falsa applicazione dell’art. 149 C.d.S., comma 1 – Mancanza del presupposto di fatto, richiesto dall’art. 149 C.d.S., comma 1, del medesimo senso di marcia con cui devono procedere i due veicoli coinvolti nel “tamponamento”, per l’applicazione della presunzione de facto di responsabilità, vigente a carico del conducente del veicolo “tamponante” per mancata osservanza della prescritta distanza di sicurezza – Denuncia ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3″.

Con tale mezzo la ricorrente sostiene che l’art. 149 C.d.S., comma 1, si riferirebbe “ai soli veicoli che procedono, l’uno precedendo l’altro, nel medesimo senso di marcia, non già a quelli che si incrociano da o per diverse direzioni di marcia” e che, nel caso all’esame, le emergenze processuali avrebbero dimostrato che il ciclomotore guidato dalla D.D. e l’autocarro condotto dall’ I., al momento del sinistro, non procedevano nello stesso senso di marcia, procedendo l’autocarro in direzione “obliqua (o trasversale), da sinistra a destra,… nella fase finale della manovra di “sorpasso” del ciclomotore” e procedendo quest’ultimo in direzione di marcia “rettilinea” sin da quando la D.D. aveva iniziato a percorrere (OMISSIS), sicchè “il primo giudice, dall’incrocio delle diverse direzioni di marcia dei due veicoli, determinato dall’anomala, non consentita manovra posta in essere dall’ I. e accertata per mezzo delle deposizioni dei due testi oculari… avrebbe dovuto trarre la logica conseguenza dell’inapplicabilità al caso all’esame della presunzione de facto di responsabilità a carico dell’attuale ricorrente, quale conducente del veicolo tamponante”.

4. Con il secondo motivo, rubricato “Error in procedendo: Violazione dell’art. 112 c.p.c. – Nullità della sentenza per omessa pronuncia su due punti decisivi della domanda attorea: 1) inapplicabilità della presunzione de facto di responsabilità di cui all’art. 149 C.d.S., comma 1; 2) Violazione dell’art. 148 C.d.S., comma 3 – Denuncia ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”, la ricorrente lamenta che, pur avendo preso in esame il secondo dei punti decisivi da essa indicati, la Corte di merito avrebbe omesso di pronunciarsi su entrambi i detti punti ed avrebbe “concentrato la sua attenzione unicamente ed esclusivamente sull’esame delle deposizioni rese dagli unici testi oculari, M.S. e R.G., pervenendo, attraverso una motivazione manifestamente illogica, estrinsecatasi in argomentazioni contraddittorie, illogiche e non idonee a rivelare la ratio decidendi, all’apodittica ed assiomatica decisione di rigettare la domanda perchè non può ritenersi raggiunta l’invocata prova liberatoria e superata la presunzione in esame”.

5. Con il terzo motivo, rubricato “Error in procedendo. Mancanza della motivazione, in quanto Motivazione meramente apparente, risultante dal testo del provvedimento impugnato, riguardo al ritenuto, mancato raggiungimento, da parte dell’attrice, della prova liberatoria della presunzione de facto di responsabilità, vigente a suo carico, per inosservanza della prescritta distanza di sicurezza – Nullità della sentenza per mancanza del requisito di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4. Denuncia ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”, la ricorrente sostiene che la Corte di merito avrebbe “incentrato la motivazione della decisione impugnata unicamente ed esclusivamente sull’esame delle deposizioni rese dai due testi oculari” e che tale motivazione sarebbe viziata logicamente da “lacune e/o aporie” che la inficerebbero “sino al punto di renderne meramente apparente il supporto argomentativo”.

6. I tre motivi proposti che, essendo strettamente connessi, possono essere esaminati congiuntamente, sono tutti inammissibili. Gli stessi infatti, al di là del pur effettuato richiamo nella rubrica di alcuni di essi alla violazione di legge sostanziale e processuale, pongono questioni di fatto e tendono chiaramente, in sostanza, ad una rivalutazione del merito, non consentita in questa sede.

6.1. Si evidenzia, inoltre, che il vizio di omessa pronuncia su una domanda o eccezione di merito, che integra una violazione del principio di corrispondenza tra chiesto pronunciato ex art. 112 c.p.c., ricorre quando vi sia omissione di qualsiasi decisione su di un capo di domanda, intendendosi per capo di domanda ogni richiesta delle parti diretta ad ottenere l’attuazione in concreto di una volontà di legge che garantisca un bene all’attore o al convenuto e, in genere, ogni istanza che abbia un contenuto concreto formulato in conclusione specifica, sulla quale deve essere emessa pronuncia di accoglimento o di rigetto (Cass. 16/05/2012, n. 7653), e tale vizio nella specie non sussiste.

6.3. Si rileva, infine, che risultano inammissibili le censure motivazionali proposte, evidenziandosi al riguardo che, essendo la sentenza impugnata in questa sede stata pubblicata in data 30 marzo 2015, nella specie trova applicazione l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione novellata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modifiche nella L. 7 agosto 2012, n. 134.

Alla luce del nuovo testo della richiamata norma del codice di rito, non è più configurabile il vizio di insufficiente e/o contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, non potendo neppure ritenersi che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del n. 4) del medesimo art. 360 c.p.c. (Cass., ord., 6/07/2015, n. 13928; v. pure Cass., ord., 16/07/2014, n. 16300) e va, inoltre, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass., ord., 8/10/2014, n. 21257). E ciò in conformità al principio affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 8053 del 7/04/2014, secondo cui la già richiamata riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia – nella specie all’esame non sussistente – si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.

Le Sezioni Unite, con la richiamata pronuncia, hanno pure precisato che l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, così come da ultimo riformulato, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

7. Il ricorso deve essere, pertanto, dichiarato inammissibile.

8. Non vi è luogo a provvedere per le spese del presente giudizio di legittimità nei confronti degli intimati, non avendo gli stessi svolto attività difensiva in questa sede.

9. Va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 11 aprile 2017

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