Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9268 del 19/04/2010

Cassazione civile sez. III, 19/04/2010, (ud. 23/03/2010, dep. 19/04/2010), n.9268

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. FINOCCHIARO Mario – Consigliere –

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Consigliere –

Dott. SPIRITO Angelo – rel. Consigliere –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 21984/2008 proposto da:

ARES 2002 SPA (OMISSIS) in persona del legale rappresentante Ing.

F.E., IMBCAP SPA (OMISSIS) in persona dei legali

rappresentanti Dr. P.M. e Avvocati F.F.,

elettivamente domiciliate in ROMA, VIA M. PRESTTNARI 15, presso lo

studio dell’avvocato FUSILLO Antonio, che le rappresenta e difende

giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

D.M.L. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA ANAPO 29, presso io studio dell’avvocato DI GRAVIO Dario,

che la rappresenta e difende giusta delega in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 626/2008 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

Seziona Seconda Civile, emessa li 23/11/2007, depositata il

14/02/2008, R.G.N. 163/2003;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

23/03/2010 dal Consigliere Dott. ANGELO SPIRITO;

udito l’Avvocato ANTONIO FUSILLO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MARINELLI Vincenzo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di Roma ha respinto appello proposto dalla ARES 2002 s.p.a.

e dalla IMBCAP s.p.a. avverso la sentenza che aveva condannato le società a risarcire il danno alla D.M., ritenendo che le prime (quali soggetti falsamente rappresentati da tal V., che aveva promesso in vendita un immobile alla D.M.) erano responsabili nei confronti di quest’ultima, per avere ingenerato in lei, con il proprio comportamento, la ragionevole convinzione di un rapporto di rappresentanza. La causa è stata poi rimessa in istruttoria per la liquidazione del danno.

Le società propongono ricorso per cassazione a mezzo di due motivi.

Risponde con controricorso la D.M..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo le ricorrenti rappresentano che la prima sentenza aveva respinto le domande principali della D.M. (accertamento dell’avvenuto trasferimento del fondo in suo favore, oppure emissione della sentenza tenente luogo del contratto non concluso), affermando l’inefficacia del contratto stipulato tra quella e l’allora Financo, in considerazione del fatto che il contratto stesso era sottoscritto da persona priva dei necessari poteri di rappresentanza. Sostengono, dunque, che, venuto meno quel presupposto, sarebbe illegittima la condanna delle società al risarcimento dei danni, in accoglimento di una domanda proposta in mero subordine rispetto alle altre.

Il secondo motivo sostiene che la sentenza avrebbe deciso (quanto alla condanna risarcitoria) ultra petita, laddove ha, in primo luogo, affermato l’impossibilità di accertare l’esatto tenore delle conclusioni dell’attrice (per mancanza in atti del relativo foglio) ed, in secondo, ha “presunto” che non si trattasse di mero richiamo alle conclusioni già formulate nell’atto di citazione, ma di riformulazione analitica delle conclusioni stesse. Concludono, dunque, che la D.M. non aveva inteso far valere la responsabilità del rappresentato ex art. 1398 c.c..

I due motivi, che possono essere congiuntamente esaminati sono infondati.

Occorre innanzitutto precisare che l’atto introduttivo conteneva le due domande delle quali s’è detto ed, in subordine, la domanda risarcitoria per inadempimento della convenuta (danni consistenti nel valore del terreno ed altro). All’atto della costituzione, la società convenuta eccepì che il contratto era stato sottoscritto per suo conto da persona sfornita di idonei poteri. Il primo giudice, respinte le domande principali, ha accolto quella risarcitoria, ai sensi dell’art. 1337 c.c..

Posta la questione dell’eventuale ultrapetizione al giudice d’appello, questo ha corretto la motivazione della prima sentenza, riconoscendo che l’attrice aveva agito in via contrattuale (mentre la responsabilità ex art. 1337 c.c., ha natura extracontrattuale) e che la fattispecie andava ricondotta nell’ipotesi dell’art. 1398 c.c., (responsabilità contrattuale del soggetto falsamente rappresentato che abbia ingenerato nel terzo, mediante il proprio comportamento, la ragionevole convinzione della sussistenza di un rapporto di rappresentanza).

Tutto ciò premesso, i motivi si manifestano in parte inammissibili, in quanto impertinenti rispetto al tenore della sentenza, ed in parte infondati.

Occorre, infatti, ribadire il consolidato principio in ragione del quale, in tema di rappresentanza, l’applicabilità del principio dell’apparenza del diritto richiede che il rappresentato abbia tenuto un comportamento colposo tale da ingenerare nel terzo il ragionevole convincimento che al rappresentante apparente fosse stato effettivamente conferito il relativo potere e che il terzo abbia in buona fede fatto affidamento sulla esistenza di detto potere (tra le varie, cfr. Cass. 13289/04).

Nella specie, il giudice ha dedotto da una serie di elementi (tra i più significativi, il fatto che la stessa D.M. aveva in precedenza compromesso in vendita un altro appezzamento di terreno con il V., per conto della Financo, e la vicenda era andata a buon fine con la stipula del definitivo) che l’acquirente aveva fatto incolpevole affidamento in ordine all’esistenza dei poteri di rappresentanza conferiti al V.; comportando quest’affidamento la responsabilità contrattuale della società.

Pertanto, legittimamente il giudice ha deciso in ordine alla domanda risarcitoria da inadempimento contrattuale, che sin dall’origine (la circostanza non è posta in dubbio neppure dalle ricorrenti) la D. M. aveva proposto, sebbene in subordine rispetto alle altre;

domanda di accertamento di responsabilità che costituisce titolo autonomo ed indipendente rispetto a quelle tendenti all’accertamento dell’avvenuto trasferimento della proprietà o alla sentenza ex art. 2932 c.c..

Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato, con condanna delle ricorrenti in solido a rivalere la controparte delle spese sopportate nel giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 5200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 23 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 19 aprile 2010

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