Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9260 del 19/04/2010

Cassazione civile sez. III, 19/04/2010, (ud. 05/03/2010, dep. 19/04/2010), n.9260

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. AMATUCCI Alfonso – Consigliere –

Dott. SPAGNA MUSSO Bruno – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

SPEEDY BOYS GANG DI S.R.G. (OMISSIS) in

persona del titolare Sig. R.G., elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA PAOLO EMILIO 34, presso lo studio

dell’avvocato D’INNOCENZO GERMANO, che lo rappresenta e difende

giusta delega in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

CAMICIERIA SARTORIA PRONTA SU MISURA DI M.M.R.

(OMISSIS) in persona della titolare Sig.ra M.M.

R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA APPENNINI 46, presso lo

studio dell’avvocato LEONE LUCA, che lo rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4655/2005 del TRIBUNALE di ROMA, 3^ SEZIONE

CIVILE, emessa il 22/2/2005, depositata il 24/02/2005, R.G.N.

27786/2004;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

05/03/2010 dal Consigliere Dott. PAOLO D’AMICO;

udito l’Avvocato GIOVANNI CATINI per delega dell’Avvocato LUCA LEONE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio, che ha concluso per il rigetto.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 25 marzo 2004, la Speedy Boys Gang di S.R.G. (da ora Speedy Boys) proponeva appello avverso la sentenza del 27 giugno 2003 del Giudice di Pace di Roma con la quale era stato confermato il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti e relativo alla somma dovuta per confezionamento e riparazione di capi di abbigliamento.

Lamentava l’appellante che immotivatamente non era stata accolta la propria eccezione di carenza di legittimazione passiva e che non risultava provato l’accordo sulla fornitura delle confezioni e riparazioni nonchè sul corrispettivo preteso. Aggiungeva che l’esistenza di vizi risultava da quanto riferito dal teste A..

L’appellata si costituiva depositando comparsa di risposta nella quale contestava la fondatezza dell’appello chiedendone il rigetto.

Il Tribunale di Roma confermava la sentenza impugnata e condannava S.G.R. alle spese del grado.

Proponeva ricorso per Cassazione la Speedy Boys Gang di S. R.G..

Resisteva con controricorso la Camiceria Sartoria Pronta e su Misura di M.M.R..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo del ricorso la Speedy Boys denuncia “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e art. 100 c.p.c. e/o insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 3 e 5”.

Si afferma in tale motivo che la ditta, pur se sprovvista di autonomia patrimoniale e personalità giuridica distinta da quella del suo titolare, costituisce pur sempre un centro autonomo di interessi per cui il creditore di una persona fisica non può convenire in giudizio la ditta commerciale da esso rappresentata.

Il motivo è infondato.

Per costante orientamento di questa Corte e per conforme dottrina, infatti, la ditta non ha soggettività giuridica distinta da quella del suo titolare ma si identifica con quest’ultimo sia sotto l’aspetto sostanziale che sotto quello processuale (Cass., 13 febbraio 2006, n. 3052). Si ritiene in particolare che l’imprenditore, persona fisica, pur senza specificare la sua qualità, è legittimato ad opporsi ad un decreto ingiuntivo emesso nei confronti della relativa ditta (Cass., 4 settembre 1998, n. 8784).

Con il secondo motivo si denuncia “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2967 c.c., art. 2729 c.c. artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè erronea insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 3 e 5”.

Con tale motivo parte ricorrente censura l’impugnata sentenza anche nel punto in cui ritiene provato l’accordo sul corrispettivo indicato in fattura e ritiene che tale capo non fa corretta applicazione del principio di cui all’art. 2697 c.c.. Lamenta in particolare la Speedy Boys: a) che il Tribunale ha riconosciuto il diritto della sartoria, pur in totale assenza di prova in merito all’importo pattuito; b) che ha ritenuto presunto l’accordo sul prezzo mentre non emerge dalla motivazione alcun elemento concreto dal quale la presunzione stessa derivi.

Parte ricorrente sottolinea altresì che tutti gli importi di cui alla fattura sono stati espressamente contestati e ritenuti manifestamente sproporzionati.

Il motivo è infondato.

In tema di prova presuntiva infatti, è incensurabile in sede di legittimità l’apprezzamento del giudice del merito circa la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione, mentre la motivazione adottata dal Tribunale di Roma, seppur sintetica, appare congrua dal punto di vista logico, immune da errori di diritto e rispettosa dei principi che regolano la prova per presunzioni (Cass., 20 luglio 2006, n. 16728).

Con il terzo ed ultimo motivo parte ricorrente denuncia infine “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., e omessa, o insufficiente o erronea motivazione circa un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

Si sostiene che la sentenza impugnata è censurabile perchè ha ritenuto non provata l’esistenza dei vizi e si ricorda che a tal fine è stata più volte richiesta, ma non ammessa, consulenza tecnica proprio per accertare l’esistenza e la gravità di tali vizi.

Anche quest’ultimo motivo è infondato.

La consulenza tecnica d’ufficio ha infatti la funzione di fornire all’attività valutativa del giudice l’apporto di cognizioni tecniche che egli non possiede, ma non può esonerare le parti dalla prova dei fatti da esse dedotti e posti a base delle rispettive richieste. Tali fatti devono essere perciò dimostrati dalle medesime parti alla stregua dei criteri di ripartizione dell’onere della prova previsti dall’art. 2697 c.c. (Cass., 5 ottobre 2006, n. 21412).

Con altra censura del medesimo motivo parte ricorrente lamenta poi che la testimonianza resa dall’ A. sia stata ritenuta insufficiente ai fini della prova dei vizi. Anche tale censura è da respingere, vertendo su profili fattuali e non essendo suscettibile di esame in sede di legittimità, in considerazione della congruità della motivazione sul punto.

In conclusione, per le dedotte ragioni, il ricorso deve essere rigettato e parte ricorrente condannata alle spese del processo di cassazione che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alle spese del processo di Cassazione che liquida in complessivi Euro 1.200,00, di cui Euro 1.000,00 per onorari, oltre rimborso forfettario delle spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 5 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 19 aprile 2010

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