Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9247 del 11/04/2017


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Cassazione civile, sez. III, 11/04/2017, (ud. 20/09/2016, dep.11/04/2017),  n. 9247

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14370/2014 proposto da:

D.G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LAURA

MANTEGAZZA 24, presso lo studio dell’avvocato D.G.A.,

anche difensore di sè medesimo;

– ricorrenti –

contro

SOCIETA’ ZURICH INSURANCE PLC;

– intimata –

avverso la sentenza n. 415/2013 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 24/04/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/09/2016 dal Consigliere Dott. GIACOMO TRAVAGLINO;

udito l’Avvocato VERINA BARRUCCI, per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARDINO Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

I FATTI

Chiamata a decidere in ordine alla responsabilità dell’incidente verificatosi nell'(OMISSIS) tra l’autovettura di proprietà di C.R. e quella condotta da D.G.A., il Tribunale di Pescara dichiarò la cessazione della materia del contendere in ordine alla domanda principale proposta dalla C., rigettando quella riconvenzionale del D.G., entrembe aventi ad oggetto contrapposte pretese risarcitorie.

La corte di appello de L’Aquila, investita dell’impugnazione proposta da quest’ultimo, non definitivamente pronunciando, ritenne l’incidente riconducibile alla concorrente condotta colposa di entrambi i conducenti, condannando la Zurigo s.p.a. a risarcire all’appellante una somma pari alla metà dei danni da questi riportati, rinviandone la determinazione al prosieguo del giudizio – danni poi quantificati in 21.290 Euro.

A seguito della cassazione della sentenza per violazione del contraddittorio (conseguente alla mancata partecipazione al giudizio della C.), la Corte abruzzese confermò integralmente la precedente pronuncia.

La sentenza è stata impugnata da D.G.A. con ricorso per cassazione sulla base di 11 motivi di censura.

Le parti intimate non hanno svolto attività difensiva.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso è manifestamente inammissibile.

Tutti i defatiganti motivi che losorreggono, difatti, si infrangono, difatti, sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello, che, con motivazione ampia, esaustiva e scevra da vizi logico-giuridici, ha puntualmente ricostruito tanto le circostanze di fatto ancor oggi poco comprensibilmente oggetto di contestazione in sede di giudizio di legittimità, quanto i criteri risarcitori che hanno condotto alla quantificazione del danno lamentato dall’odierno ricorrendo, rigettandone, del tutto legittimamente, le reiterate e sovrabbondanti istanze istruttorie, nuovamente e vanamente riproposte ancora dinanzi a questa Corte.

Il giudice territoriale, nel pieno rispetto del generale principio di diritto processuale che impone, nella motivazione, il rispetto di criteri logici di giustificazione razionale del raggiunto convincimento e dell’adottata decisione, offre chiara e puntuale valutazione, condivisibilmente argomentata, della valenza e dell’efficacia probatoria attribuita agli elementi acquisiti al processo, ritenendo la ricostruzione del fatto, così come operata in sede di motivazione, dotata di un più elevato grado di conferma logica e di credibilità razionale rispetto ad altre, possibili e pur prospettate ipotesi fattuali alternative.

I motivi di censura sono, pertanto, irrimediabilmente destinati alla scure dell’inammissibilità, volta che essi, nel loro complesso, pur formalmente abbigliati in veste di denuncia di una reiterata (quanto generica) violazione di legge e di un (asseritamente) decisivo difetto di motivazione, si risolvono, nella sostanza, in una (ormai del tutto inammissibile) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze come definitivamente accertati in sede di merito.

Il ricorrente, difatti, lungi dal prospettare a questa Corte un vizio della sentenza rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, mediante una specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie astratta applicabile alla vicenda processuale, si volge piuttosto ad invocare una diversa lettura delle risultanze procedimentali così come accertare e ricostruite dalla Corte territoriale, muovendo all’impugnata sentenza censure del tutto irricevibili, volta che la riconduzione del fatto concreto alla fattispecie normativa applicabile in astratto, al pari della valutazione delle risultanze probatorie e della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postulano un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili e logicamente non impredicabili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere in alcun modo tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale, ovvero vincolato a confutare qualsiasi deduzione difensiva.

E’ poi principio di diritto ormai consolidato quello per cui l’art. 360 c.p.c., n. 5, non conferisce in alcun modo e sotto nessun aspetto alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare il merito della causa, consentendo ad essa, di converso, il solo controllo – sotto il profilo logico-formale e della conformità a diritto – delle valutazioni compiute dal giudice d’appello, al quale soltanto, va ripetuto, spetta l’individuazione delle fonti del proprio convincimento valutando le prove (e la relativa significazione), controllandone la logica attendibilità e la giuridica concludenza, scegliendo, fra esse, quelle funzionali alla dimostrazione dei fatti in discussione (salvo i casi di prove cd. legali, tassativamente previste dal sottosistema ordinamentale civile).

Non senza rammentare come, all’esito delle modificazioni apportate all’art. 360 c.p.c., n. 5, dalla L. n. 134 del 2012, il vizio motivazionale denunciabile non sia più quello (a più riprese illegittimamente lamentato dal ricorrente) di inadeguatezza della motivazione” bensì quello (solo formalmente predicato nell’intestazione del relativo motivo di censura) di omesso esame circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti – onde l’inammissibilità, in parte qua, delle censura mosse alla sentenza impugnata, che nessun rilevante fatto di causa omettono di considerare.

Per altro verso, il ricorrente, nella specie, pur denunciando, formalmente, un insanabile deficit motivazionale della sentenza di secondo grado, inammissibilmente (perchè in contrasto con gli stessi limiti morfologici e funzionali del giudizio di legittimità) sollecita a questa Corte una nuova valutazione di risultanze di fatto (ormai definitivamente cristallizzate sul piano processuale) sì come emerse nel corso dei precedenti gradi del procedimento, così mostrando di anelare ad una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere analiticamente tanto il contenuto, ormai consolidatosi, di fatti storici e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella ricostruzione probatoria, quanto ancora le opzioni espresse dal giudice di appello non condivise e per ciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone ai propri desiderata – quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa fossero ancora legittimamente proponibili dinanzi al giudice di legittimità.

Nulla di significativo aggiungono le note di udienza allo scritto difensivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Nulla per le spese del giudizio di Cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari alla somma già dovuta, a norma del predetto art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 20 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 aprile 2017

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