Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9232 del 06/04/2021

Cassazione civile sez. lav., 06/04/2021, (ud. 11/11/2020, dep. 06/04/2021), n.9232

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARIENZO Rosa – Presidente –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25842/2017 proposto da:

K.M., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato DAVIDE DONDONI;

– ricorrente –

contro

CABIATI S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI RIPETTA 22, presso lo

studio dell’avvocato GERARDO VESCI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato AGOSTINO CALIFANO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 311/2017 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 26/06/2017 r.g.n. 547/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/11/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LEO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per l’inammissibilità;

udito l’Avvocato DAVIDE DONDONI;

udito l’Avvocato LEONARDO VESCI, per delega verbale Avvocato AGOSTINO

CALIFANO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte di Appello di Genova, con la sentenza n. 311/2017, pubblicata il 26.6.2017, pronunziando in sede di rinvio in esito alla decisione della Corte di Cassazione n. 17310/2016, respingeva le domande di K.M., nei confronti di Cabiati S.r.l., volte ad ottenere la dichiarazione di nullità e/o di illegittimità del licenziamento allo stesso intimato dalla società datrice – presso la quale aveva prestato la propria opera con mansioni di autista -, perchè “carente di giusta causa o giustificato motivo”, nonchè la condanna della Cabiati S.r.l. al risarcimento del danno dallo stesso subito, da quantificare in una indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello della effettiva reintegra, ed altresì al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali per il medesimo periodo.

La Corte di merito, per quanto ancora di interesse in questa sede, osservava che “è infondato l’assunto del ricorrente secondo cui la lettera di contestazione” degli addebiti “conterrebbe fatti, considerazioni e affermazioni mischiati in modo poco chiaro” da non riuscire a comprendere “il significato delle locuzioni “contestazioni, sanzioni disciplinari e recidività”, poichè, “premesso che tale assunto non può che riguardare la lettera di licenziamento in data 5.10.2009, posto che solo in tale lettera si fa riferimento a pregresse sanzioni disciplinari e alla recidività, deve escludersi che si sia in presenza di una lettera di licenziamento affetta da genericità in quanto nella lettera in questione viene espressamente richiamata la raccomandata del 29.9.2009, in cui viene indicato in modo specifico e dettagliato il comportamento tenuto dal lavoratore il giorno 28.9.2009 ed inoltre si fa specifico riferimento alle sanzioni disciplinari irrogate nel corso del 2009 e dell’anno precedente e si evidenzia che il continuo ripetersi delle negligenze ed i ripetuti richiami hanno mutato il rapporto di fiducia”. Sottolineava, inoltre, che “Non rileva che le sanzioni disciplinari già irrogate siano state menzionate solo nella lettera di licenziamento e non anche nella lettera di contestazione del 29.9.2009. Invero, nel caso di licenziamento disciplinare, quale quello in esame, la preventiva contestazione dell’addebito deve riguardare la recidiva solo ove essa integri l’elemento costitutivo dell’infrazione e non anche quando essa costituisca, come in questo caso, mero criterio determinativo della sanzione che si ritiene proporzionata”.

Per la cassazione della sentenza K.M. ha proposto ricorso affidato a due motivi.

La Cabiati S.r.l. ha resistito con controricorso ed ha comunicato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo sii deduce testualmente: “violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, contraddittorietà della motivazione della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 3” e si lamenta che la Corte di Appello avrebbe disatteso “il principio del chiesto-pronunciato, avendo ritenuto valido il licenziamento violando i limiti imposti dalla domanda”, in quanto, “nel caso di specie, la contestazione disciplinare veniva spedita per il superamento delle ore di guida e di impegno per il giorno 28.8.2009, mentre il licenziamento aveva riguardo esclusivamente (salvo un inciso nell’oggetto) a provvedimenti disciplinari pregressi”; ed inoltre, che la Corte di merito avrebbe erroneamente ritenuto che “il datore avrebbe licenziato per il motivo di cui alla raccomandata del 29.9.2009 aggravato dalle recidive precedenti; ma, se così fosse stato, nella lettera di licenziamento il richiamo alla contestazione disciplinare del 29.9.2009 doveva essere esplicito”; si deduce, infine, che “rimane evidente sia la genericità dei motivi di licenziamento che appaiono contraddittori,… sia la evidente sproporzione tra il licenziamento comminato ed il fatto contestato che la Corte di Appello ha giustificato con una motivazione non condivisibile”.

2. Nel secondo motivo, testualmente formulato: “Sulle asserite mancate contestazioni violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5”, si lamenta che la Corte di Appello non si sia “accorta che in nessuno dei vari gradi di giudizio il merito della vertenza non è mai stato approfondito” con una adeguata istruttoria; e si deduce, altresì, che “risulta incomprensibile la condanna alle spese del giudizio di Cassazione” (in sede rescissoria) “in favore della Cabiati s.r.l. posto che l’esponente proprio in tale Giudizio ha visto riconosciute le proprie ragioni e la sentenza di Appello è stata cassata con rinvio”.

1.1. Il primo motivo è inammissibile sotto diversi e concorrenti profili. Al riguardo, è da premettere che il ricorso è stato redatto mediante la tecnica c.d. dell'”assemblaggio” – cioè mediante la mera riproduzione grafica di atti processuali e documenti, assumendosi che la sentenza impugnata non ne abbia tenuto conto o li abbia male interpretati -, in più occasioni stigmatizzata dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., SS.UU. n. 16628/2009; ed altresì, ex plurimis, Cass. nn. 8035/2020; 8245/2018; 16103/2016; 10244/2013), nel caso, quale quello di cui si tratta, in cui “il ricorso difetti di specificità ed autosufficienza. E ciò, in quanto “costituisce onere del ricorrente operare una sintesi del fatto sostanziale e processuale, funzionale alla piena comprensione e valutazione delle censure, al fine di evitare di delegare alla Corte un’attività, consistente nella lettura integrale di atti e documenti assemblati, finalizzata alla selezione di ciò che effettivamente rileva ai fini della decisione, che, inerendo al contenuto del ricorso, è di competenza della parte ricorrente” (v. Cass. n. 8245/2018, cit.). Nella fattispecie, il motivo non rispetta i canoni di specificità normativamente prescritti a pena di inammissibilità, poichè, innanzitutto, viola il disposto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, mancando “l’esposizione che garantisca a questa Corte di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso” (v. Cass., SS.UU., n. 11653/2006; Cass. nn. 8035/2020; 16103/2016, citt.); prescrizione, questa, che risponde “non ad una esigenza di mero formalismo, ma alla conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e/o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato” (v., ancora, Cass. n. 8035/2020). Inoltre, il motivo solleva un coacervo di censure (tutte ricondotte alla violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ma, nella sostanza, riferibili anche a vizi di motivazione ed alla violazione del principio della corrispondenza tra il “chiesto e pronunziato”), senza il rispetto del canone della specificità del motivo, che determina, nella parte argomentativa dello stesso, la difficoltà di scindere le ragioni poste a sostegno dell’uno o dell’altro vizio e, dunque, di effettuare puntualmente l’operazione di interpretazione e di sussunzione delle censure (cfr., tra le molte, Cass. nn. 21239/2015, 7394/2010, 20355/2008, 9470/2008); al proposito, va sottolineato che le Sezioni Unite di questa Corte, dinanzi ad un motivo di ricorso che conteneva censure astrattamente riconducibili ad una pluralità di vizi tra quelli indicati nell’art. 360 c.p.c., hanno ribadito la critica di tale tecnica di redazione del ricorso per cassazione, evidenziando “la impossibilità di convivenza, in seno al medesimo motivo di ricorso, di censure caratterizzate da irrimediabile eterogeneità” (Cass., SS.UU., nn. 26242/2014; 17931/2013). Inoltre, la parte ricorrente neppure ha indicato tutte le norme che assume violate, nè sotto quale profilo le stesse sarebbero state incise, nè ha specificato, per ciascuna delle ragioni esposte nella sentenza sul punto oggetto della controversia, le contrarie ragioni, di fatto e di diritto, idonee a giustificare le censure, in spregio alla prescrizione di specificità dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, che esige che il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, debba essere dedotto, a pena di inammissibilità, non solo mediante la puntuale indicazione delle disposizioni asseritamente violate, ma anche con specifiche argomentazioni intese motivatamente a dimostrare in quale modo determinate affermazioni in diritto, contenute nella sentenza gravata, debbano ritenersi in contrasto con le disposizioni regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla prevalente giurisprudenza di legittimità (cfr., tra le molte, Cass., Sez. VI, ord. nn. 187/2014; 635/2015; Cass. nn. 19959/2014; 18421/2009). Per la qual cosa, le doglianze mosse al procedimento di sussunzione operato dai giudici di seconda istanza si risolvono in considerazioni di fatto del tutto inammissibili e sfornite di qualsiasi delibazione probatoria (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 24374/2015; 80/2011).

Va, altresì, rilevato che, perchè possa utilmente dedursi in sede di legittimità una “pronunzia su una domanda non proposta” – fattispecie riconducibile ad una ipotesi di error in procedendo ex art. 360 c.p.c., n. 4, sotto il profilo della mancata corrispondenza tra il chiesto ed il pronunziato, deve prospettarsi, appunto, in concreto, la pronunzia su una domanda non proposta (cfr., tra le molte, Cass. nn. 13482/2014; 9108/2012; 7932/2012; 20373/2008); ipotesi, questa, che il ricorrente non ha provato, in quanto non ha prodotto, nè trascritto, nè indicato tra i documenti offerti in comunicazione unitamente al ricorso, in violazione del disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, il testo della contestazione disciplinare, della quale si fa solo un richiamo indiretto relativamente al contenuto della stessa; pertanto, questa Corte non ha potuto apprezzare la veridicità delle doglianze mosse, al riguardo, alla sentenza oggetto del presente giudizio. Nella quale ultima, peraltro come già riferito in narrativa -, si osserva (conformemente all’orientamento giurisprudenziale di legittimità: v., tra le altre, Cass. n. 1909/2018) che, “nel caso di licenziamento disciplinare, quale quello in esame, la preventiva contestazione dell’addebito deve riguardare la recidiva solo ove essa integri l’elemento costitutivo dell’infrazione e non anche quando essa costituisca, come in questo caso, mero criterio determinativo della sanzione che si ritiene proporzionata”.

2.2. Anche il secondo motivo è inammissibile per un pluralità di ragioni. Premesso, infatti, che, relativamente a tale mezzo di impugnazione, valgono le stesse considerazioni innanzi svolte in ordine alla redazione del ricorso mediante la tecnica c.d. dell'”assemblaggio”, va, poi, osservato che il motivo in esame presenta profili di inammissibilità anche perchè articolato “in forma libera”, poichè il giudizio di cassazione è vincolato dai motivi del ricorso che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate nel codice di rito. Pertanto, il motivo di ricorso deve possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., sicchè è inammissibile la critica generica delle sentenze impugnate (cfr., tra le molte, Cass. nn. 23797/2019; 19959/2014).

Il motivo non chiarisce, inoltre, quale sia la circostanza che sarebbe stata omessa e la censura sembrerebbe piuttosto, del tutto inammissibilmente, rivolta all’istruttoria condotta dai giudici di merito, che, nel corpo del motivo, il ricorrente definisce “non approfondita”.

Altresì inammissibile è la censura sollevata, sempre “in forma libera”, nell’ultima parte del secondo motivo, circa la “condanna alle spese, disposta in sede rescissoria, del giudizio di Cassazione”, dovendosi, al riguardo, altresì sottolineare che la Corte di merito (v. le pagg. 21 e 22 della sentenza impugnata) ha compiutamente motivato la condanna alle spese con riguardo all’esito complessivo del giudizio, conformemente ai consolidati arresti giurisprudenziali di legittimità nella materia, del tutto condivisi da questo Collegio, che non ravvisa ragioni per discostarsene (cfr., tra le altre, Cass. nn. 12412/2014; 6259/2014).

Per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va rigettato.

3. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

4. Avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, secondo quanto specificato in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.250,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 11 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 6 aprile 2021

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