Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9218 del 20/05/2020

Cassazione civile sez. VI, 20/05/2020, (ud. 05/02/2020, dep. 20/05/2020), n.9218

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21013-2018 proposto da:

(OMISSIS) SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIUSEPPE FERRARI 35, presso

lo studio dell’avvocato MASSIMO FILIPPO MARZI, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato ANGELO MAIOLINO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE – RISCOSSIONE, (OMISSIS), in persona del

Procuratore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

NOMENTANA 91, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI BEATRICE,

rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCESCO AMODIO;

contro

CURATELA DEL FALLIMENTO (OMISSIS) SRL;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1708/2018 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 19/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 05/02/2020 dal Consigliere Relatore Dott. MARCO

MARULLI.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. La (OMISSIS) s.r.l. impugna l’epigrafata sentenza con la quale la Corte d’Appello di Venezia ha respinto il reclamo avverso la dichiarazione di fallimento di essa ricorrente pronunciata dal Tribunale di Vicenza e ne chiede la cassazione sul rilievo della violazione della L. fall., artt. 1 e 5, avendo il decidente confermato la predetta declaratoria, adottata sul presupposto del debito maturato dalla fallita nei confronti dell’erario, ancorchè esso non sarebbe fonte di “insolvenza commerciale coerente con le disposizioni della L.F., artt. 1 e 5”.

Al proposto ricorso resiste l’Erario con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

2. Il motivo è infondato.

3. Vale invero ribadire che “in tema di iniziativa per la dichiarazione di fallimento, il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 87, come modificato dal D.L. n. 138 del 2002, art. 3, nel prevedere che il concessionario possa, per conto dell’Agenzia delle entrate, presentare il ricorso ai sensi della L. Fall., art. 6, non introduce alcuna deroga o disciplina speciale rispetto a tale ultima norma, ma si limita ad individuare, con disposizione processuale, il soggetto legittimato ad agire per conto del titolare del credito; nè l’abrogazione della L. Fall., art. 4 (in cui era previsto il rinvio al cd. fallimento fiscale) da parte del D.Lgs. n. 5 del 2006 produce alcuna efficacia sulla descritta disciplina ordinaria, così come integrata, in quanto già il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 97 (cui rinviava la norma fallimentare) era stato dichiarato costituzionalmente illegittimo con sentenza della Corte costituzionale 9 marzo 1992, n. 89 e dunque il medesimo art. 4, comma 2, che faceva salve le disposizioni di legge speciale sul fallimento per debito d’imposta, era già rimasto privo di contenuto. Ne discende che, da un lato, il predetto art. 6 non contiene una esclusione per particolari categorie di creditori, dovendosi l’opposta interpretazione intendere come lesiva del principio di eguaglianza fra i creditori, di cui all’art. 3 Cost., poichè ad uno di essi verrebbe riconosciuto un trattamento deteriore, senza giustificazione, rispetto a quello di tutti gli altri e, dall’altro, che la possibilità per l’amministrazione finanziaria di chiedere il fallimento per debito d’imposta non presenta dubbi di manifesta incostituzionalità, ai sensi dell’art. 24 Cost., dovendo anche il credito tributario, come tutti gli altri, essere delibato incidentalmente dal giudice in ordine alla sua fondatezza, ogni volta che vi sia contestazione” (Cass., Sez. I, 18/11/2010, n. 23338).

4. Discende de plano che, non essendovi alcuna ragione di deroga alla disciplina ordinaria in ragione della natura tributaria del credito, l’insolvenza giustificatrice dell’adottata declaratoria può ben sussistere anche se il credito sia sorto al di fuori dell’attività caratteristica dell’impresa non essendo essa correlata ex lege alla natura “commerciale” del credito, ma alla mera circostanza della sua sussistenza.

5. Il ricorso va dunque respinto.

6. Spese alla soccombenza. Doppio contributo se dovuto.

P.Q.M.

Respinge il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 5.100,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge.

Ove dovuto, ricorrono i presupposti per il versamento da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-I sezione civile, il 5 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 maggio 2020

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