Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9184 del 21/04/2011

Cassazione civile sez. trib., 21/04/2011, (ud. 11/01/2011, dep. 21/04/2011), n.9184

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PIVETTI Marco – Presidente –

Dott. BOGNANNI Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

Dott. CARACCIOLO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 9685-2006 proposto da:

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliati in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12 presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrenti –

contro

S.E., elettivamente domiciliato in ROMA VIA CRESCENZIO 25

presso lo studio dell’avvocato NODARO PIETRO, che lo rappresenta e

difende giusta delega a margine;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 76/2004 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 04/02/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/01/2011 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE CARACCIOLO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

APICE Umberto che ha concluso per l’accoglimento.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Gli atti del giudizio di legittimità.

Il 20.3.2006 è stato notificato a S.E. un ricorso del Ministero delle Finanze e dell’Agenzia delle Entrate per la cassazione della sentenza descritta in epigrafe (depositata il 4.2.2005), che ha rigettato l’impugnazione dell’Agenzia delle Entrate contro la sentenza della CTP di Roma n. 347/09/2001 che aveva accolto il ricorso della parte contribuente avverso avviso di liquidazione dell’imposta, avviso emesso sulla premessa che non fossero definibili ai sensi della L. n. 656 del 1994 le controversie concernenti detti avvisi, se adottati in ragione di domande di attribuzione della rendita catastale formulate in applicazione della L. n. 154 de 1988, art. 12.

Il 27 aprile 2006 è stato notificato al Ministero delle Finanze ed all’Agenzia ricorrenti il controricorso della parte contribuente.

La controversia è stata discussa alla pubblica udienza del 11.1.2011, in cui il PG ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

2. I fatti di causa.

I fatti di causa vengono di seguito riassunti secondo quanto può desumersi dalla combinata lettura dei due atti difensivi delle parti, non risultando chiari di per sè quelli narrati nel ricorso introduttivo.

Con avviso di liquidazione di imposta complementare INVIM l’Ufficio del Registro di Velletri aveva tassato l’atto pubblico (registrato il 8.10.1992) con cui lo S. aveva venduto un appartamento sito in Roma, atto nel quale le parti avevano dichiarato di volersi avvalere delle disposizioni della L. n. 154 del 1988, ex art. 12 per l’attribuzione della rendita catastale. Impugnato detto avviso da parte dello S., quest’ultimo aveva poi dichiarato in corso di causa di volersi avvalere della facoltà di chiusura delle liti fiscali pendenti ai sensi del D.L. n. 564 del 1994, convertito con la L. n. 656 del 1994. Dichiarata estinta la procedura pendente avanti alla Commissione adita, detta pronuncia era stata poi revocata ed in conseguenza di ciò l’Ufficio aveva adottato un nuovo avviso di liquidazione dell’imposta, sull’esplicita premessa della non definibilità della lite in allora pendente. Nuovamente impugnato dallo S. detto nuovo avviso, avanti alla CTP di Roma, la Commissione Provinciale adita aveva accolto il ricorso. L’appello promosso dall’Agenzia era stato a sua volta respinto dalla Commissione Regionale del Lazio con la sentenza qui impugnata.

3. La motivazione della sentenza impugnata.

La sentenza della CTR, oggetto del ricorso per cassazione, è motivata nel senso che l’ammissibilità della definizione agevolata della lite relativa ad avviso di liquidazione di imposta complementare INVIM deve desumersi dalla circostanza che la norma dettata dal D.L. n. 564 del 1994, art. 2 qunquies, comma 4, lett. b) nulla abbia espressamente disposto in merito.

4. Il ricorso per cassazione.

4. Il ricorso per cassazione è sostenuto con unico (complesso) motivo d’impugnazione e, dichiarato il valore della causa nella misura “da Euro 1.100,00 a 5.200,00”, si conclude con la richiesta che sia cassata la sentenza impugnata, con ogni conseguente statuizione anche ai fini della regolazione delle spese di lite.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

5. Questione preliminare.

Preliminarmente necessita rilevare l’inammissibilità del ricorso proposto dal Ministero delle Finanze.

Quest’ultimo non è stato parte del processo di appello (instaurato dopo il 1 gennaio 2001 – data di inizio dell’operatività delle Agenzie fiscali – dal solo Ufficio locale dell’Agenzia) sicchè non ha alcun titolo che lo legittimi a partecipare al presente grado.

Sussistono giusti motivi, in considerazione del fatto che la giurisprudenza di questa Corte in tal senso si è formata in epoca successiva alla proposizione del ricorso, per disporre la compensazione delle spese del presente giudizio di cassazione.

Sempre in termini di rilievo preliminare, deve anche disattendersi l’eccezione qui formulata dalla parte controricorrente di inammissibilità del ricorso proposto dalla “Agenzia delle Entrate in persona del Direttore pro tempore”, dizione che non consentirebbe di identificare se si tratti della articolazione periferica dell’Agenzia, ovvero della stessa Agenzia Fiscale Centrale con sede in (OMISSIS), unica legittimata a proporre ricorso per Cassazione, in applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 62, 10 e 11.

Ritiene però questa Corte che non vi è ragione alcuna per supporre difficoltà di identificazione della parte che ha esercitato l’impugnazione, attesa l’inequivoca formula adoperata nell’atto introduttivo di questo grado del giudizio, non esistendo altra “Agenzia delle Entrate” che non sia l’Ente a cui il D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 300, artt. 61 e 66 hanno attribuito le funzioni statali concernenti i tributi erariali, unico soggetto dotato di personalità giuridica di diritto pubblico e perciò rappresentato dal suo “Direttore”. Le articolazioni periferiche di detto Ente – legittimate alla rappresentanza processuale nei limiti previsti dagli artt. 10 e 11 dianzi citati, in via concorrente ed alternativa con il Direttore dell’Agenzia – non hanno infatti titolarità di organo parimenti chiamato, ma semplice titolare pro tempore della sede territoriale.

6. Il motivo d’impugnazione.

Il primo ed unico (ma complesso) motivo d’impugnazione è collocato sotto la seguente rubrica: “Violazione e/o falsa applicazione della L. n. 154 del 1988, art. 12 e della L. n. 656 del 1994, art. 2 quinquies in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e – ove occorrer possa – n. 4. Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112, 115 e 116 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Contraddittoria ed in ogni caso insufficiente motivazione della pronuncia impugnata su un punto decisivo della controversia …in rapporto all’art. 360 c.p.c., n. 5”.

a) Con un primo profilo di censura la parte ricorrente si duole di “omessa pronuncia” su alcune questioni sollevate dall’Ufficio in grado di appello, ed in specie in ordine al rilievo esplicito della questione della peculiare natura (siccome atto di mera riscossione) dell’avviso di liquidazione con il quale l’Ufficio si limita a quantificare la maggiore imposta dovuta, in accoglimento della coerente istanza contenuta nell’atto di compravendita.

La censura è infondata.

La Commissione Regionale ha infatti esaminato e risolto la questione controversa (applicabilità della definizione agevolata all’avviso di liquidazione adottato sulla scorta dell’istanza espressamente formulata ai sensi della L. n. 154 del 1988, art. 12), sia pure senza valorizzare i rilievi di parte appellata, ciò che non concreta però violazione dell’arti 12 epe, non avendo il giudice obbligo di esaminare tutti gli argomenti su cui si fondano le tesi delle parti, quali sono anche quelli valorizzati ai presenti fini dalla parte qui ricorrente.

Ed infatti è ius receptum che: “Nella redazione della motivazione della sentenza, il giudice non è tenuto ad occuparsi espressamente e singolarmente di ogni allegazione, prospettazione ed argomentazione delle parti, essendo necessario e sufficiente, in base all’art. 132 c.p.c., n. 4 (nel testo “ratione temporis” vigente), che esponga, in maniera concisa, gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della sua decisione, dovendo ritenersi per implicito disattesi tutti gli argomenti, le tesi e i rilievi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e con il percorso argomentativo seguito” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 24542 del 20/11/2009).

b) Con distinto profilo di censura la parte ricorrente si è anche doluta di violazione del D.L. n. 564 del 1994, art. 2 quinquies da considerarsi quale “norma eccezionale”, appunto perchè disciplinante un “condono”, norma che invece il giudicante aveva interpretato estensivamente, applicandola oltre i casi ivi previsti, valorizzando semplicemente il silenzio della legge in ordine allo specifico caso qui in esame. Al contrario, secondo la ricorrente, il riferimento contenuto nella predetta norma all’imposta dovuta sul maggior valore accertato è indice inequivoco che l’ambito applicativo del condono comprende le sole controversie che hanno come oggetto gli avvisi di accertamento di valore, e non anche quelle generate da atti di mera riscossione, quale è quello emanato in applicazione del menzionato art. 12, con il quale è impedito all’Ufficio finanziario di sottoporre a rettifica il valore dichiarato, giacchè quest’ultimo risulta dalla semplice operazione di moltiplicazione della rendita per il coefficiente.

La censura è fondata e deve essere accolta.

Occorre muovere dalla constatazione che la controversia originaria, donde la presente prende le mosse, aveva come oggetto esclusivo l’avviso di liquidazione dell’imposta complementare INVIM, rispetto al quale il provvedimento di attribuzione della rendita catastale è atto meramente presupposto, ma non anche quest’ultimo. Ciò risulta non solo dalla narrazione contenuta negli atti di causa degli antefatti rilevanti, ma anche dalla circostanza ineludibile che la contestazione del provvedimento di attribuzione della rendita avrebbe di necessità imposto che fosse convenuta nel processo anche l’Agenzia del Territorio, nel contesto della quale soltanto sarebbe stato possibile esercitare l’impugnazione, pena – in difetto – l’inammissibilità della domanda.

Sul punto basti qui menzionare Cass. Sez. 5, Sentenza n. 6386 del 22/03/2006, secondo la quale:”La facoltà, riconosciuta al contribuente dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19, comma 3, d’impugnare l’atto di attribuzione della rendita catastale, precedentemente non notificato, unitamente all’avviso di liquidazione della maggiore imposta che in funzione di esso veda definita la sua base imponibile, è condizionata alla proposizione dell’impugnativa non solo nei confronti dell’Ufficio che ha emanato l’avviso di liquidazione, rispetto al quale l’atto di classamento si configura come atto presupposto, ma anche nei confronti dell’UTE o dell’Agenzia del territorio, che tale atto hanno emesso. Il carattere impugnatorio del processo tributario, avente un oggetto circoscritto agli atti che scandiscono le varie fasi del rapporto d’imposta, e nel quale il potere di disapplicazione del giudice è limitato ai regolamenti ed agli atti amministrativi generali, implica infatti che legittimati a contraddire in merito all’impugnativa dell’atto presupposto siano unicamente gli organi che l’hanno adottato. Questi ultimi, peraltro, non assumono la posizione di litisconsorti necessari nel giudizio d’impugnazione dell’avviso di liquidazione, la cui autonomia rispetto all’impugnazione dell’atto di classamento comporta che alla carente instaurazione del contraddittorio non può rimediarsi attraverso l’ordine di integrazione ai sensi dell’art. 102 cod. proc. civ.: tra le due cause, infatti, sussiste soltanto un vincolo di pregiudizialità logica, che potrebbe dar luogo al “simultaneus processus” solo in via di riunione successiva ovvero di iniziale litisconsorzio facoltativo”.

Ciò posto in punto di corretta delimitazione del thema decidendum, non resta a questa Corte che fare applicazione del consolidato insegnamento secondo cui: “In tema di condono fiscale, non è ipotizzabile una “lite pendente”, suscettibile di definizione a norma della L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 16, comma 3, lett. a), in riferimento all’avviso di liquidazione emesso dall’Ufficio del registro in base alla volontà espressa dalle parti di volersi avvalere, ai fini della determinazione dell’imponibile, del sistema automatico di vantazione di cui al D.L. 14 marzo 1988, n. 70, art. 12 convertito nella L. 13 maggio 1988, n. 154, in quanto in tale ipotesi l’Amministrazione finanziaria si limita a recuperare l’imposta dovuta sulla base della dichiarazione dei contribuenti, svolgendo un’attività meramente liquidatoria, non inquadrabile neppure nella categoria residuale prevista con l’ampia formula descrittiva di “ogni altro atto di imposizione”. In conseguenza della non defìnibilità come “lite fiscale pendente”, non può essere operante la sospensione fino al 30 aprile 2004 dei termini per la proposizione dei ricorsi per cassazione, sancita dal successivo sesto comma dello stesso art. 16 citato” (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 12669 del 13/06/2005. In termini anche Sez. 5, Sentenza n. 13856 del 23/07/2004: Sez. 5, Sentenza n. 7410 del 30/05/2001 ed altre).

La più recente applicazione della predetta disciplina di legge che questa Corte ha fatto, in termini concessivi della applicabilità dello strumento di definizione agevolata, concerne invece quelle controversie nelle quali – pur attenendo la lite ad un avviso di liquidazione emesso in base alla volontà espressa dal contribuente, in occasione del trasferimento di un immobile non iscritto in catasto, di avvalersi, ai fini della determinazione dell’imponibile, del sistema automatico di valutazione di cui al D.L. 14 marzo 1988, n. 70, art. 12 il medesimo avviso sia stato oggetto di contestazione non soltanto in relazione alla liquidazione dell’imposta, ma anche con riguardo all’atto presupposto, ossia al pregiudiziale classamento dell’unità immobiliare oggetto dell’atto tassato, ciò che implica però la contestuale evocazione in giudizio (o la separata impugnazione in autonomo procedimento che acquista carattere di pregiudizialità rispetto all’altro) anche dell’Ufficio che detto atto presupposto ha emanato (in termini si veda ancora Cass. Sez. 5, Sentenza n. 6386 del 22/03/2006).

Altro non resta, perciò, che cassare la pronuncia di secondo grado, che agli anzidetti principi non si è conformata. Rimangono assorbiti gli ulteriori profili di censura.

Non risultando necessari ulteriori accertamenti di fatto (alla luce di quanto è emerso circa il concreto tenore del petitum esercitato nella lite di cui si è chiesta la definizione agevolata), la controversia può essere decisa nel merito, con il rigetto dell’impugnazione promossa dalla parte contribuente avverso l’avviso di liquidazione.

La regolazione delle spese di lite segue il criterio della soccombenza.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso proposto dal Ministero delle Finanze e compensa le spese ad esso relative. Accoglie il ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate. Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso del contribuente avverso l’avviso di rettifica e liquidazione. Condanna la parte intimata a rifondere alla parte ricorrente le spese di questo grado, che si liquidano in Euro 840,00 oltre spese generati, se dovute, ed accessori di legge, nonchè le spese dei precedenti gradi di giudizio che si liquidano in complessivi Euro 1.500,00 di cui Euro 1.000,00 per onorari ed il resto per diritti, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 11 gennaio 2011.

Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2011

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