Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9180 del 16/04/2010

Cassazione civile sez. lav., 16/04/2010, (ud. 25/03/2010, dep. 16/04/2010), n.9180

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LAMORGESE Antonio – Presidente –

Dott. MONACI Stefano – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – Consiglie – –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 10426-2007 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, rappresentata e difesa

dall’avvocato MASCHERONI EMILIO, giusta mandato a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

R.C., già elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

MONTE SANTO 25, presso lo studio dell’avvocato AURICCHIO FEDERICA,

rappresentato e difeso dagli avvocati SACCO MARIA ANTONIETTA,

CANNIZZARO GIUSI, FANARA CRISTINA, giusta mandato a margine del

controricorso e da ultimo domiciliato d’ufficio presso la CANCELLERIA

DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;

– controricorrente –

e contro

P.C., B.M.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 733/2005 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 28/03/2006 R.G.N. 592/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

25/03/2010 dal Consigliere Dott. ANTONIO IANNIELLO;

udito l’Avvocato FIORILLO LUIGI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello che ha concluso per l’inammissibilità per R.

e rigetto per gli altri.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con separati ricorsi al Tribunale di Siracusa, quale giudice del lavoro, i nominativi in epigrafe indicati avevano chiesto l’accertamento della nullità del termine apposto ai seguenti contratti di lavoro intercorsi con Poste Italiane s.p.a.:

quanto a P.C., per il periodo dal 3 ottobre 1998 al 31 gennaio 1999 (prorogato fino al 30 aprile 1999), quanto a B. M., per il periodo dal 3 novembre 1999 al 31 gennaio 2000 e quanto a R.C. dal 12.10.00 al 31.1.2001, tutti “per esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso …” ai sensi dell’accordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell’art. 8 del C.C.N.L. del 26 novembre 1994;

con la conseguente conversione dei relativi rapporti a tempo indeterminato e quindi con la condanna della società a riammettere in servizio i lavoratori ricorrenti, pagando loro le retribuzioni perdute.

Dopo il rigetto delle domande in primo grado, la Corte d’appello di Catania, con sentenza depositata il 28 marzo 2006, riformando la decisione del Tribunale, ha accolto le domande di declaratoria di nullità del termine apposto ai contratti di lavoro, dichiarando intercorso tra le parti un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, rispettivamente dal 3 ottobre 1998, dal 1.6.98 e dal 12.10.2000 e condannando la società a riammettere i lavoratori in servizio e a risarcire loro i danni, determinati in dispositivo dalla data di notifica del ricorso introduttivo, previa detrazione dell’aliunde perceptum.

Avverso tale sentenza, la s.p.a. Poste Italiane ha proposto ricorso per cassazione affidato a dieci motivi, corredati dei relativi quesiti di diritto e relativi, rispettivamente, 1) alla violazione dell’art. 1372 c.c., comma 1, artt. 1175, 1375, 2697, 1427 e 1431 c.c. e art. 100 c.p.c. per ciò che riguarda la riforma della sentenza di primo grado in punto di intervenuto mutuo consenso tacito in ordine alla risoluzione dei rapporti di lavoro; 2) al vizio di motivazione in rapporto alla riforma del medesimo punto, per avere omesso di considerare che tutti e tre i lavoratori avrebbero, medio tempore, istaurato rapporti di lavoro con terzi; 3) alla violazione degli artt. 99 e 414 c.c. e art. 112 c.p.c. laddove la Corte, con riferimento alla posizione del B., aveva dichiarato la nullità del termine apposto ad un contratto antecedente a quello impugnato e decorrente dal 1.6.98, solo menzionato nel ricorso introduttivo ma non impugnato dal B.; 4) alla violazione della L. n. 56 del 1987, art. 23 dell’accordo integrativo del 25.9.97, dell’art. 8 del C.C.N.L. del 26.11.94, degli artt. 2077 c.c. in connessione con l’art. 1362 ss. c.c. nonchè dell’art. 112 c.p.c., ancora con riferimento alla dichiarazione di nullità di cui al motivo precedente; 5) alla contraddittorietà della motivazione , laddove la Corte d’appello aveva ritenuto che la clausola contrattuale collettiva che autorizzava l’apposizione del termine ai contratti di lavoro avesse perduto efficacia con la data del 30.4.98, 6) violazione della L. n. 230 del 1962, artt. 1 e 2 e della L. n. 56 del 1987, art. 23 ancora con riferimento al medesimo argomento; g) alla violazione della L. n. 56 del 1987, art. 23, art. 8 C.C.N.L. 26 novembre 1994, nonchè degli accordi sindacali del 25.9.97, 18.1.98, 27.4.98, 2.7.98, 24.5.99 e 18.1.01, in connessione con gli artt. 1362 e ss. c.c. ancora con riferimento allo stesso argomento; 7) al vizio di motivazione, sempre sullo stesso argomento; i) in via subordinata, alla violazione degli artt. 1206, 1207, 1217, 1218, 1219, 1223, 2094 e 2099 c.c., per avere la Corte erroneamente valutato come atto di messa in mora del creditore della prestazione la semplice notifica del ricorso introduttivo, non contenente in realtà alcuna offerta di prestazione; 8) infine al vizio di motivazione in ordine al medesimo argomento.

Alle domande della società ha resistito, con controricorso, unicamente R.C., il cui difensore ha poi depositato in cancelleria atto di conciliazione tra le parti della controversia in sede sindacale intervenuta in data 2 ottobre 2008.

Gli altri intimati non si sono costituiti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente va dichiarato inammissibile il ricorso nei confronti di R.C., per venire meno dell’interesse ad agire in conseguenza dell’accordo transattivo raggiunto tra le parti in sede sindacale. Le relative spese vanno compensate nello spirito dell’accordo indicato.

I primi due motivi, che vanno esaminati congiuntamente attenendo al tema del mutuo consenso tacito alla risoluzione del rapporto di lavoro tra le altre parti, sono infondati.

Secondo infatti la giurisprudenza di questa Corte, cui il collegio aderisce, è suscettibile di essere sussunto nella fattispecie legale di cui all’art. 1372 c.c., comma 1 il comportamento delle parti che determini la cessazione della funzionalità di fatto del rapporto lavorativo a termine in base a modalità tali da evidenziare il loro disinteresse alla sua attuazione, trovando siffatta operazione ermeneutica supporto nella crescente valorizzazione, che attualmente si registra nel quadro della teoria e della disciplina dei contratti, del piano oggettivo del contratto, a discapito del ruolo e della rilevanza della volontà psicologica dei contraenti, con conseguente attribuzione del valore di dichiarazioni negoziali a comportamenti sociali valutati in modo tipico; e ciò con particolare riferimento alla materia lavoristica ove operano, nell’anzidetta prospettiva, principi di settore che non consentono di considerare esistente un rapporto di lavoro senza esecuzione (cfr., ad es., Cass. 6 luglio 2007 n. 15264, 7 maggio 2009 n. 10526).

In proposito, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di voler porre fine al rapporto grava sul datore di lavoro che deduce la risoluzione dello stesso per mutuo consenso (cfr. ad es. Cass. 2 dicembre 2002 n. 17070 e 2 dicembre 2000 n. 15403).

E’ poi consolidato l’orientamento secondo cui il relativo giudizio, sulla configurabilità o meno, in concreto, di un tale accordo per facta concludentia, viene devoluto al giudice di merito, la cui valutazione, se congruamente motivata, si sottrae a censure in sede di controllo di legittimità della decisione (cfr., diffusamente, tra le altre, le sentenze citate).

Ciò posto in via di principio, si rileva che la Corte territoriale, dichiarando che la mera inerzia del lavoratore non poteva essere interpretata come fatto estintivo del rapporto (in quanto tale effetto consegue dal concorso di altre circostanze significative) e implicitamente svalorizzando sulla base del noto brocardo il fatto della occupazione medio tempore dei lavoratori presso terzi, ha fatto corretta applicazione di tali principi al caso in esame, facendo riferimento proprio a valutazioni di tipicità sociale con riguardo alla semplice inerzia nella situazione descritta (tenuto evidentemente conto delle circostanze notorie rappresentate dal tempo necessario a valutare l’eventuale illegittimità del termine e quindi rivolgersi al sindacato e/o all’avvocato, dalla necessità per quest’ultimo di impostare la causa e provvedere al tentativo di conciliazione di cui all’art. 410 c.p.c. nonchè della altrettanto notoria circostanza relativa all’affidamento che il lavoratore “precario” normalmente fa sulla prospettiva di futuri contratti a termine – soprattutto nei riguardi di una società, come le Poste, che di tale tipologia contrattuale faceva al tempo ampio uso – e al timore di pregiudicare tale esito con l’iniziativa giudiziaria).

Una tale valutazione, proprio perchè ragionevolmente ancorata a parametri di tipicità sociale, non appare censurabile in questa sede di legittimità.

Il terzo motivo, relativo alla posizione del B. è viceversa fondato.

Risulta infatti dal ricorso introduttivo (richiamato e riprodotto sul punto nel ricorso), che la Corte è autorizzata ad esaminare, dato il tipo di censura svolta, che il B., pur indicando la stipulazione con P.I. s.p.a. di due contratti a tempo determinato, ha poi circoscritto al secondo di essi, relativo al periodo dal 3 novembre 1999 al 31 gennaio 2000, le proprie domande di accertamento della nullità del termine, con le conseguenze indicate.

Erroneamente interpretando il chiaro tenore del ricorso, la Corte territoriale gli ha invece riconosciuto la trasformazione a tempo indeterminato del rapporto con le Poste a decorrere dal 1 giugno 1998.

Il motivo di ricorso va pertanto accolto, con conseguente assorbimento del quarto, relativo all’esame della pretesa legittimità del termine apposto al primo contratto di lavoro del B..

Il quinto, il sesto, il settimo e l’ottavo motivo di ricorso, riguardanti la posizione del P. e il secondo contratto a termine del B., investono la ritenuta illegittimità del termine apposto ai sensi dell’accordo 25 settembre 1997, integrativo del C.C.N.L. 26 novembre 1994 e dei verbali di intesa sindacale succedutisi al riguardo fino all’aprile 1998.

In proposito, nonostante l’erroneità dell’affermazione per cui la posizione di un termine di efficacia sarebbe connaturale alla causale individuata, sulla base dell’autorizzazione contenuta nella L. n. 56 del 1987, art. 23 dall’accordo sindacale del 1997 integrativo del C.C.N.L. per i dipendenti delle Poste Italiane e utilizzata nei contratti in esame, ciò non comporta l’accoglimento in proposito del ricorso, in quanto la Corte territoriale ha poi comunque individuato negli accordi attuativi del 1997 e 1998 citati in sentenza, l’imposizione di un termine alla causale relativa alle esigenze legate alla ristrutturazione aziendale, accertando che tale termine era scaduto il 30 aprile 1998.

Al riguardo, va ricordato che, secondo l’ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. S.U. n. 4588/06 e le successive conformi della sezione lavoro, tra le quali, da ultimo, Cass. n. 6913/09), la L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23 ha operato una sorta di “delega in bianco” alla contrattazione collettiva ivi considerata, quanto alla individuazione di ipotesi ulteriori di legittima apposizione di un termine al contratto di lavoro, sottratte pertanto a vincoli di conformazione derivanti dalla L. n. 230 del 1962 e soggette unicamente ai limiti e condizionamenti contrattualmente stabiliti.

Siffatta individuazione di ipotesi aggiuntive può essere operata anche direttamente, attraverso l’accertamento da parte dei contraenti collettivi di determinate situazioni di fatto e la valutazione delle stesse come idonea causale del contratto a termine (cfr., ad es., Cass. 20 aprile 2006 n. 9245 e 4 agosto 2008 n. 21063).

Nel caso in esame, come ricordato anche dalla ricorrente, con l’accordo sindacale del 25 settembre 1997, sottoscritto dai tre maggiori sindacati nazionali, era stata introdotta nel testo dell’art. 8, comma 2 del C.C.N.L. del 1994, quale ulteriore ipotesi di legittima apposizione del termine al contratto di lavoro (oltre quelle originariamente previste ai sensi della L. n. 56 del 1987, art. 23) il caso di “esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, quale condizione per la trasformazione della natura giuridica dell’ente ed in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi di sperimentazione di nuovi servizi e in attesa dell’attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane”.

Inoltre, in pari data, le medesime parti collettive avevano stipulato un accordo attuativo, col quale si davano atto che fino al 31 gennaio 1998 l’impresa versava nelle condizioni legittimanti la stipula del contratto a termine per affrontare il processo di ristrutturazione e con successivi accordi attuativi avevano accertato che tali condizioni erano proseguite fino al 30 aprile 1998.

Orbene, con numerose sentenze questa Corte suprema (cfr., per tutte, Cass. 14 febbraio 2004 n. 2866, 28 novembre 2008 n. 28450 e 20 marzo 2009 n. 6913), decidendo in ordine a fattispecie analoghe alla presente, coinvolgenti l’interpretazione delle norme contrattuali collettive indicate, ha ripetutamente confermato, con orientamento ormai consolidato, le decisioni dei giudici di merito che hanno dichiarato illegittimo il termine apposto dopo il 30 aprile 1998 a contratti di lavoro stipulati in base alla previsione di cui all’accordo integrativo del 25 settembre 1997 e cassato le poche decisioni di segno opposto.

Pur negando, sulla base della considerazione dell’autonomia delle ipotesi aggiuntive previste dai contraenti collettivi a ciò autorizzati dalla L. del 1987, la necessità che quella di cui all’accordo in questione debba essere istituzionalmente contenuta in limiti temporali predeterminati, questa Corte ha ritenuto corretta l’interpretazione dei giudici di merito secondo cui, con riferimento al distinto accordo attuativo sottoscritto in pari data e ai successivi accordi attuativi sottoscritti in data 16 gennaio 1998 e in data 27 aprile 1998, le parti avevano convenuto di limitare il riconoscimento della sussistenza della situazione descritta nell’accordo integrativo unicamente fino al 31 gennaio e poi fino al 30 aprile 1998, per cui, per far fronte alle esigenze in tale sede indicate, l’impresa poteva procedere ad assunzioni di personale con contratto a tempo determinato unicamente fino al 30 aprile 1998, con la conseguente illegittimità dei contratti stipulati successivamente a tale data.

Tale uniforme giurisprudenza di questa Corte ha infatti rilevato che siffatta interpretazione:

– non viola il canone ermeneutico che rimanda al significato letterale degli accordi, laddove questo è stato valutato dai giudici di merito come evidente ed univoco e quindi non necessitante di un più diffuso ragionamento al fine della ricostruzione della volontà delle parti;

– è comunque rispettosa del canone di cui all’art. 1367 c.c., a norma del quale, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possano avere qualche effetto, anzichè in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno, in quanto ritenendo che gli accordi attuativi non avrebbero inteso introdurre limiti temporali alla deroga, essi risulterebbero privi di un qualunque utile effetto;

– appare altresì corretta laddove ha ritenuto irrilevante, nella ricostruzione della volontà delle parti, l’accordo del 18 gennaio 2001 in quanto stipulato dopo oltre due anni dalla scadenza dell’ultima proroga e quindi quando il diritto del lavoratore alla stabilità del rapporto si era già perfezionato.

Da tali conclusioni della giurisprudenza non vi è ora ragione di discostarsi in questa sede, in quanto le opposte valutazioni sviluppate nelle difese della ricorrente sono sorrette da argomenti ripetutamente scrutinati nelle molteplici occasioni ricordate e non appaiono comunque talmente evidenti e gravi da esonerare la Corte dal dovere di fedeltà ai propri precedenti (ancorchè, venendo in considerazione intese sindacali non riconducibili a veri e propri contratti o accordi collettivi nazionali di lavoro, esse non possano costituire oggetto di diretta interpretazione da parte di questa Corte, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 come integrato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40), sul quale si fonda per larga parte l’assolvimento della funzione ad essa affidata di assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge.

La decisione impugnata, relativa all’accertata illegittimità della clausola appositiva del termine ai contratti di lavoro degli intimati per la causale individuata dall’accordo 25 settembre 1997 integrativo del C.C.N.L., in quanto stipulati successivamente alla data del 30 aprile 1998, si sottrae pertanto alle censure svolte dalla ricorrente, sopra riassunte.

Infine, quanto al nono e al decimo motivo di ricorso, che investono le conseguenze economiche della dichiarazione di nullità della clausola appositiva del termine, va premesso che nell’evoluzione della giurisprudenza di questa Corte, successiva alla sentenza delle S.U. 8 ottobre 2002 n. 14381, si è andata consolidando l’opinione che anche l’impugnazione del licenziamento possa esprimere l’intimazione a ricevere la prestazione lavorativa nei termini di cui all’art. 1217 c.c. sufficiente a costituire in mora credendi il datore di lavoro (cfr., ad es. Cass. 12 marzo 2009 n. 6010, in motivazione) (da cui la infondatezza, in se considerato, del nono motivo di ricorso).

Quanto alla censura di contraddittorietà della motivazione che non avrebbe tenuto conto che una tale intimazione non era contenuta nel ricorso introduttivo, si rileva che i giudici di merito, con una valutazione di fatto incensurabile in questa sede di legittimità se non per vizi logico-motivazionali, dedotti solo in maniera generica nel ricorso, hanno accertato il contrario.

In assenza di specifiche censure al riguardo, e pertanto in violazione della regola dell’autosufficienza del ricorso per cassazione (su cui, cfr. anche recentemente, Cass. sentt. nn. 5043/09, 4823/09 e 338/09), non avendo la società riprodotto il contenuto dell’atto contestato, il motivo in esame (il decimo) è inammissibile.

Traendo le fila delle considerazioni svolte, dall’accoglimento del terzo motivo di ricorso nei confronti del B. (assorbito il quarto) e al rigetto nel resto del ricorso, deriva la cassazione della sentenza unicamente in relazione al motivo accolto, con la conseguente modifica al 3 novembre 1999 della decorrenza del rapporto a tempo indeterminato del B., che può essere operata direttamente in questa sede ai sensi dell’art. 384 c.p.c., fermo il resto.

Quanto al regolamento delle spese, vanno confermate quelli operati nei gradi di merito e compensate le spese di cassazione con riferimento alla posizione del B.; nulla per le spese di P., che non ha svolto difese in questa sede.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso nei confronti di R., compensando le relative spese;

accoglie il terzo motivo del ricorso relativo al B., assorbito il quarto e rigetta nel resto il ricorso;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, modifica la decorrenza del rapporto a tempo indeterminato di B. dal 3 novembre 1999, fermo il resto;

nulla per le spese di P.;

compensa le spese di questo giudizio tra P.I. s.p.a. e B., con la conferma del regolamento operato nei due gradi di merito tra le medesime parti.

Così deciso in Roma, il 25 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2010

 

 

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