Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9162 del 10/04/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 10/04/2017, (ud. 22/12/2016, dep.10/04/2017),  n. 9162

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21534/2014 proposto da:

GIORNALE DI SICILIA EDITORIALE POLIGRAFICA S.P.A. in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, CIRCONVALLAZIONE CLODIA 36-A, presso lo studio dell’avvocato

FABIO PISANI, rappresentata e difesa dall’avvocato AGOSTINO EQUIZZI,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

M.S., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA LUGNANO IN TEVERINA 9, presso lo studio dell’avvocato CATERINA

SIDOTI, rappresentato e difeso dagli avvocati VITO ZUMBO, GIOVANNA

CONDORELLI, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 111/2014 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 03/03/2014 R.G.N. 283/12;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/12/2016 dal Consigliere Dott. PAOLO NEGRI DELLA TORRE;

udito l’Avvocato GIOVANNA CONDORELLI e VITO ZUMBO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 111/2014, depositata il 3 marzo 2014, la Corte di appello di Palermo rigettava il gravame di Giornale di Sicilia Editoriale Poligrafica S.p.A. e confermava la sentenza del Tribunale di Palermo, che, in accoglimento del ricorso di M.S., aveva condannato la società, previo riconoscimento del diritto dell’attrice alla qualifica di redattore ordinario, al pagamento di differenze retributive relativamente al periodo dall’aprile 1996 al 22 marzo 2001, data in cui la ricorrente si era dimessa.

La Corte riteneva infondata l’eccezione di prescrizione sul rilievo della decorrenza del termine (quinquennale) dalla cessazione del rapporto, a motivo dello stato psicologico di incertezza e di timore per una possibile risoluzione ad nutum determinato nella M. dal contenuto della lettera di incarico, e della valida interruzione del termine operata con l’atto stragiudiziale notificato il 25 marzo 2004; osservava, quindi, come il materiale di prova acquisito al giudizio dimostrasse la quotidianità della prestazione lavorativa e, con tale elemento di fatto, la sussistenza del presupposto necessario all’accertamento della qualifica di redattore (in luogo della continuità della prestazione, che era invece caratteristica della figura del collaboratore fisso).

Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza la società con due motivi; la M. ha resistito con controricorso, assistito da memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, deducendo la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1363 c.c. e dell’art. 12 CCNL Giornalisti, nonchè il vizio di cui all’art. 360, n. 5, la ricorrente censura la sentenza impugnata per non avere il giudice di secondo grado correttamente interpretato il contenuto della lettera di assunzione dell’11 luglio 1996 e per avere reso una motivazione insufficiente e contraddittoria.

Con il secondo, deducendo la violazione e falsa applicazione degli artt. 2943 e 2948 c.c., la ricorrente si duole che la Corte abbia escluso la decorrenza della prescrizione nel corso del rapporto e ritenuto validamente interruttivo l’atto notificato il 25/3/2004.

Il primo motivo è inammissibile con riferimento ad entrambe le censure proposte.

Ed invero “la parte che, con il ricorso per cassazione, intenda denunciare un errore di diritto o un vizio di ragionamento nell’interpretazione di una clausola contrattuale (nella specie, del contratto individuale di lavoro), non può limitarsi a richiamare genericamente le regole di cui agli artt. 1362 c.c. e segg., avendo l’onere di specificare i canoni che in concreto assuma violati ed il punto ed il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato, non potendo le censure risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata, e dovendo i rilievi contenuti nel ricorso essere accompagnati, in ossequio al principio di autosufficienza, dalla trascrizione delle clausole individuative dell’effettiva volontà delle parti, al fine di consentire alla Corte di verificare l’erronea applicazione della disciplina normativa” (Cass. 25728/2013).

Nella specie, la ricorrente si è invece limitata a riprodurre il testo della lettera di incarico dell’11 luglio 1996, senza indicare, al di là di una formale enunciazione in rubrica, se e come il giudice di merito, il quale pure dedica all’interpretazione del documento una parte rilevante della propria motivazione, sia incorso in una non corretta applicazione dei richiamati canoni ermeneutici di cui agli artt. 1362 e 1363 c.c..

Il motivo è, poi, inammissibile, laddove censura la sentenza per vizio di motivazione. Esso, infatti, non si conforma, dolendosi la ricorrente di una motivazione carente del giudice di merito, allo schema normativo del nuovo vizio “motivazionale”, quale risultante a seguito delle modifiche introdotte con il D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134, pur a fronte di sentenza depositata il 3 marzo 2014 e, pertanto, in epoca successiva all’entrata in vigore (11 settembre 2012) della novella legislativa.

Al riguardo, le Sezioni Unite di questa Corte, con le sentenze n. 8053 e n. 8054 del 2014, hanno precisato che l’art. 360 c.p.c., n. 5, come riformulato a seguito dei recenti interventi, “introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia)”; con la conseguenza che “nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie”.

Il secondo motivo è infondato.

La Corte di appello si è, infatti, uniformata al consolidato e ormai risalente orientamento di legittimità, secondo il quale “ai fini della individuazione del regime di prescrizione applicabile ai crediti retributivi, il presupposto della stabilità reale del rapporto di lavoro deve essere verificato in relazione al concreto atteggiarsi del rapporto stesso ed alla configurazione che di esso danno le parti nell’attualità del suo svolgimento (dipendendo da ciò l’esistenza, o meno, della effettiva situazione psicologica di metus del lavoratore) e non già alla stregua della diversa normativa garantistica che avrebbe dovuto in astratto regolare il rapporto ove questo fosse sorto con le modalità e la disciplina che il giudice, con un giudizio necessariamente ex post, riconosce applicabili nella specie, con effetto retroattivo per il lavoratore”: Cass. n. 9839/2002. Conformi, fra le molte: Cass. n. 23227/2004; Cass. n. 1147/2011.

Quanto, poi, alla censura relativa all’errore in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale nel ritenere validamente interruttivo l’atto stragiudiziale notificato il 25/3/2004, ne è palese l’inammissibilità, non avendo la ricorrente mosso specifici rilievi alla motivazione della sentenza impugnata sul punto, nè avendo riprodotto il testo dell’atto in questione o comunque indicato le parti di esso confliggenti con la lettura data dal giudice di merito. Il ricorso deve, pertanto, essere respinto.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

PQM

la Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 100,00 per esborsi e in Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 aprile 2017

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