Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9155 del 19/05/2020

Cassazione civile sez. I, 19/05/2020, (ud. 04/07/2019, dep. 19/05/2020), n.9155

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24829/2017 proposto da:

M.S., elettivamente domiciliato in Roma Via Crescenzio, 19,

presso lo studio dell’avvocato Pamphili Luigi che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato Giuratrabocchetta Giuseppe;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno, (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 152/2017 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 20/03/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

04/07/2019 da Dott. SAN GIORGIO MARIA ROSARIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.- Il Tribunale di Caltanissetta ha respinto il ricorso proposto da M.S., cittadino del (OMISSIS), avverso il provvedimento della competente Commissione territoriale che aveva negato al richiedente sia il riconoscimento sia dello status di rifugiato, sia della protezione sussidiaria e di quella umanitaria. Il ricorrente aveva dichiarato di essere originario del sud del Mali, di religione musulmana, di aver lasciato il proprio Paese essendo stato vittima di torture e violenze da parte dello zio paterno che voleva che egli diventasse ateo, e di temere di essere esposto a grave danno in caso di rientro nel Mali.

Il Tribunale adito ha rilevato la scarsa credibilità delle dichiarazioni del richiedente e la inesistenza di una situazione di violenza indiscriminata nella zona del Mali di origine dello stesso. Ha, inoltre, ritenuto la insussistenza di una situazione di vulnerabilità tale da giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria.

2. – Avverso questa pronuncia ha proposto gravame il richiedente. La Corte d’appello di Potenza ha confermato la decisione del giudice di primo grado. Il giudice di seconde cure ha escluso la sussistenza, nella specie, dei presupposti indicati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, per il riconoscimento della protezione sussidiaria, pur nella situazione di instabilità del Paese di provenienza del richiedente, il quale non aveva allegato la situazione politica del Mali quale ragione della sua fuga. Nè la Corte ha ravvisato nel racconto del richiedente una condizione di vulnerabilità ai fini del riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari, non potendo ritenersi tale la condotta ascritta allo zio.

3. – Per la cassazione di tale sentenza ricorre il cittadino straniero sulla base di due motivi, mentre il Ministero dell’Interno non ha spiegato difese scritte.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4,5, 6 e 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3. Sostiene il ricorrente che avrebbe errato la Corte di merito nel rigettare la istanza di riconoscimento della protezione sussidiaria sulla base della considerazione che lo stesso non aveva allegato alcun collegamento tra la sua condizione personale e la situazione di violenza generalizzata che avrebbe posto in pericolo la sua incolumità in caso di rientro nel Paese di origine, in quanto la normativa vigente non richiede la prova della individualizzazione del pericolo qualora il livello di violenza generalizzata sia tale mettere in pericolo il richiedente per la sua sola presenza nello Stato di cui si tratta. Inoltre, la Corte territoriale non avrebbe preso in esame il rischio del ricorrente di subire torture da parte del proprio zio.

2. – La censura è priva di fondamento.

In realtà non è esatto che la Corte territoriale abbia negato il riconoscimento della protezione sussidiaria in favore del richiedente per non avere lo stesso stabilito alcun collegamento tra la sua condizione e la situazione generale del Paese. E’ vero piuttosto che il giudice di secondo grado ha correttamente valorizzato la circostanza che il richiedente non abbia allegato che la fuga dal suo Paese di origine sia stata determinata dalla situazione di conflitto esistente nel Mali, rappresentando, invece, una situazione personale, collegata alle violenze subite dal proprio zio.

Al riguardo, deve ribadirsi il principio secondo il quale, in tema di protezione internazionale, l’attenuazione del principio dispositivo derivante dalla “cooperazione istruttoria”, cui il giudice del merito è tenuto, non riguarda il versante dell’allegazione, che anzi deve essere adeguatamente circostanziata, ma la prova, con la conseguenza che l’osservanza degli oneri di allegazione si ripercuote sulla verifica della fondatezza della domanda. Ne consegue che in relazione alla fattispecie di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), deve essere allegata quantomeno l’esistenza di un conflitto armato o di violenza indiscriminata così come descritti dalla norma (Cass., sent. n. 3016 del 2019). E, quanto al timore del ricorrente di subire persecuzioni dallo zio in caso di rientro nel proprio Paese, la Corte correttamente ha escluso che tale allegazione possa rientrare nella previsione legislativa, potendosi ragionevolmente ritenere che la condotta del congiunto sarebbe cessata con il semplice sottrarsi alle sue pretese.

3. – Con il secondo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1 e dell’art. 3 C.E.D.U.. Secondo il ricorrente la Corte avrebbe violato il principio di non refoulement negandogli la protezione umanitaria, pur in presenza delle persecuzioni perpetrate nei suoi confronti dallo zio nonchè delle critiche condizioni del Mali.

4. – Anche tale motivo è infondato.

Sotto il primo profilo dedotto, è sufficiente richiamare quanto già esposto nel precedente paragrafo con riferimento al convincimento espresso dalla Corte territoriale in ordine alla non configurabilità negli atti asseritamente persecutori posti in essere nei confronti del richiedente ad opera del proprio zio di una condizione di vulnerabilità, trattandosi di condotte evitabili semplicemente sottraendosi alle relative pretese. Del resto, la Corte di merito ha sottolineato la mancanza di riscontri alla narrazione.

Quanto alle condizioni del Mali, va osservato che il giudice di secondo grado, pur riferendo di una situazione di estrema instabilità, caratterizzata, da un lato, da un processo di pace in evoluzione, dall’altro dalla diffusione di gruppi di matrice terroristica e da tensioni politiche ed etniche – situazione peraltro riferita solo al nord ed al centro del Paese e non al sud, zona di provenienza del ricorrente – non è pervenuta ad una prognosi di rischio per il ricorrente di essere immesso, in esito al rimpatrio, in un contesto sociale, politico ed ambientale idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali. Nè il ricorrente risulta avere allegato specificamente un tale rischio.

5.- Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato. Non v’è luogo a provvedimenti sulle spese del presente giudizio, non avendo l’intimato Ministero svolto attività difensiva. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 4 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 19 maggio 2020

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